Sintesi della RELAZIONE del PRESIDENTE della CIA GIUSEPPE POLITI in apertura dei lavori della V Conferenza economica di Lecce

06/set/2011 12.02.58 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Agricoltura sempre più dimenticata. Urgente una politica
agraria nazionale. Reali prospettive per i giovani. Gli Stati generali, l’occasione per una svolta. Gli agricoltori al centro della nuova Pac
 
Il presidente della Cia, Giuseppe Politi, apre a Lecce i lavori della V Conferenza economica: in questi anni c’è stata scarsa attenzione verso il settore agricolo. Ora bisogna avviare un vero processo unitario e garantire un valido ricambio generazionale. E sul batterio killer: la troppa confusione ha generato un ingiustificato allarmismo. L’Ue e l’Italia devono intervenire con misure adeguate per fronteggiare i gravi danni subiti dalle imprese ortofrutticole.
 

        “C’è la netta impressione che, a parte la Pac, l’agricoltura non rientri più (ormai da anni) nel cono di attenzione di Governo e Parlamento. Da anni le politiche nazionali per l’agricoltura non trovano spazio in provvedimenti settoriali (la memoria va alla ‘legge quadrifoglio’ e al primo Piano agricolo 1977-1983 e alla legge 752/86 pluriennale di spesa), ma in provvedimenti generali a sostegno dell’economia e delle piccole e medie imprese. Per il settore primario si è fatto veramente poco. Gli Stati generali annunciati dal ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Francesco Saverio Romano per il prossimo mese di novembre a Cremona potrebbero essere l’occasione per ridisegnare un nuovo progetto di politica agraria nazionale. Per questo motivo, non sarebbe male stilare un programma di lavoro, cominciando ad approfondire, negli incontri preparatori, i principali nodi”. Lo ha affermato il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori Giuseppe Politi, nella relazione di apertura della quinta Conferenza economica in corso a Lecce.
        I giovani. “L’agricoltura continua a vivere un momento estremamente difficile. Tuttavia, le imprese restano vitali e i dati del 2010 lo confermano. Però, i problemi dei costi sempre più elevati, dei prezzi non remunerativi e dell’asfissiante burocrazia restano. Come rimangono aperte le questioni che impediscono ai giovani di avere un futuro certo nell’agricoltura italiana, dove, purtroppo, non vi è ricambio generazionale: solo il 16 per cento delle nuove aziende è guidato da un giovane, solo nel 2,3 per cento delle aziende storiche è subentrato un ‘under 35’ alla conduzione. L’agricoltura appare un corso d’acqua non più alimentato alla fonte: rapidamente si prosciuga”.
“Abbiamo concepito il ‘progetto giovani’ come una sfida alle istituzioni e a noi stessi perché molto di ciò che è stato fatto (penso ai premi di primo insediamento dei piani regionali di sviluppo rurale) non appare sufficiente”.
“Ritorna l’attenzione alle terre demaniali coltivabili, che potrebbero essere affidate in gestione pluriennale ai giovani. La nostra proposta potrebbe essere quella di mutuare la norma introdotta nel decreto sviluppo a proposito delle concessioni del demanio marittimo”.
        Agricoltura e sicurezza alimentare. “Negli ultimi quattro anni, in Italia, abbiamo perso circa 300 mila ettari di terre fertili di pianura. Assistiamo alla progressiva perdita di suolo fertile senza che nessuno si preoccupi di come assicurare, nel tempo, l’approvvigionamento dei prodotti agricoli. Ciò avviene nell’illusoria convinzione che i prodotti agricoli possano essere reperiti sul mercato globale a prezzi più vantaggiosi”.
“Dobbiamo conciliare i principi del libero mercato, che tutti sosteniamo, con l’impegno a favorire un’equa distribuzione delle risorse alimentari mondiali. L’agricoltura assicura ai 500 milioni di cittadini europei un livello essenziale di sicurezza alimentare ed è il maggiore importatore mondiale di prodotti agricoli, soprattutto dai Paesi in via di sviluppo”.
“I paesi ricchi dovrebbero avere la responsabilità morale di ridurre il loro peso sul mercato di importazione delle materie prime agricole dai Paesi in via di sviluppo, sia per non contrapporsi, grazie al maggiore potere d’acquisto, alla domanda interna dei paesi produttori, sia per non mettere a repentaglio le produzioni agricole nazionali”.
        La Pac verso il 2020. “Vogliamo una Pac forte e ambiziosa; una Pac nel segno della discontinuità e attenta alla domanda dei cittadini europei; una Pac più selettiva e mirata negli obiettivi, nelle misure e nei beneficiari; una Pac da cui emerga chiaro il contributo alla realizzazione della strategia ‘Europa 2020’; una Pac che consideri il modello di agricoltura europeo e le sue diversità un valore da difendere”.
“Il sostegno della Pac è vitale per le aziende agricole europee. Solo il 20 per cento delle imprese riesce a coprire i costi di produzione con i ricavi della vendita dei prodotti. I pagamenti diretti rappresentano, in media, il 27 per cento del reddito degli agricoltori dell’Ue a 27, con un minimo del 9 per cento in Romania e un massimo del 53 per cento in Svezia”.
“Oggi gli agricoltori europei sono sostanzialmente privi di difese di fronte alla frequenza e intensità degli shock dei prezzi. Per questo noi riteniamo che, tra gli strumenti della Pac, un ruolo importante debba essere assegnato all’innovazione e alla promozione del capitale umano; alle organizzazioni economiche degli agricoltori e alle aggregazioni tra imprese; alle relazioni contrattuali nelle filiere alimentari; agli strumenti di gestione dei rischi di mercato, comprese le assicurazioni”.
        L’Europa e il Mediterraneo. “Il Mediterraneo non è più da tempo un affare interno dell’Europa (il mare nostrum). Per la sua centralità strategica nuovi protagonisti si sono affacciati, nel campo del commercio e degli investimenti: Stati Uniti e Cina innanzitutto, e poi India, Russia, Turchia e i Paesi del Golfo. L’Europa entra in competizione con questi Paesi e non basta, per garantirne una posizione di privilegio, la vicinanza geografica. Il dialogo e la cooperazione dovranno essere estesi ai Paesi che hanno interessi strategici nell’area, a cominciare dagli Stati Uniti”.
“La gran parte dei Paesi mediterranei ha bisogno, nell’immediato, di risorse finanziarie da destinare a spesa sociale e alimentare. Nella prospettiva, l’impegno è sostenere la creazione di imprese e di occupazione, promuovere il commercio e gli investimenti. Nulla sarà possibile in questi Paesi senza un adeguato ritmo di sviluppo capace di offrire alle popolazioni, innanzitutto ai giovani, credibili prospettive di crescita e di soddisfazione dei loro bisogni”.
“Ribadiamo l’opinione che l’apertura dei mercati agricoli debba essere realizzata con gradualità, ma in tempi certi, sulla base del principio di asimmetria, per tenere conto delle particolari sensibilità di alcuni prodotti. Per l’agricoltura italiana, la liberalizzazione degli scambi può significare maggiore concorrenza rispetto ai nostri prodotti anche sul mercato interno, ma potrebbe tradursi in positive integrazioni con i produttori locali dalle elevate potenzialità di sviluppo sul fronte del commercio internazionale.
“Si apre la prospettiva di un’area euromediterranea come uno spazio unico di produzione. Ciò vuol dire promuovere alleanze, costituire strutture organizzative comuni con l’obiettivo di mettere in campo una massa critica di prodotto capace, per quantità, qualità, calendari e varietà, di conquistare i nuovi mercati e contrastare la concorrenza dei paesi dell’emisfero sud del mondo”.
        La situazione economica e le prospettive di crescita. “L’Italia, in questi anni, è stata unita nella lenta crescita e, tutta insieme, ha perso terreno rispetto alle economie europee più dinamiche. Tutto il Paese è frenato dalle stesse cause che si manifestano accresciute nel Mezzogiorno: inefficienza nella Pubblica amministrazione, carenza di infrastrutture, illegalità, mancanza di concorrenza. Il Nord Europa cresce, nel complesso, perché ha sistemi economici più aperti e, a differenza dell’Italia, il commercio estero fornisce un contributo davvero positivo alla crescita”.
“La verità è che in Italia si spende certamente male, e si investe meno. C’è una diffusa incapacità di spendere presto e bene le risorse destinate alle politiche territoriali. Per l’insieme delle politiche di coesione e di sviluppo rurale, l’Italia dispone, nel periodo 2007-2013, di quasi 80 miliardi: dopo quattro anni di programmazione, il livello di utilizzo è, per l’insieme dei programmi, pari al 17 per cento. Il termine ultimo per l’assunzione degli impegni di spesa è la fine del 2013. È sempre alto il rischio di dover restituire le risorse o di un’improvvisa accelerazione dei programmi a discapito della qualità della spesa”.
“Il Governo ha approvato in via definitiva il decreto legislativo che dà attuazione alla legge delega sul federalismo fiscale per quanto riguarda il finanziamento della politica di coesione e di riequilibrio territoriale. La legge propone un nuovo sistema di governance delle risorse, da cui deriva un più forte e determinato impegno del Governo, nel suo insieme, all’attuazione delle politiche di sviluppo e coesione con la necessità di rafforzare la cooperazione istituzionale”.
“Io condivido l’obiettivo di una visione strategica dei programmi finalizzati al riequilibrio territoriale. Condivido che l’Amministrazione centrale dello Stato svolga il ruolo di centro di competenza e di indirizzo. Ciò non deve significare un ritorno alla centralizzazione delle decisioni di spesa e alla menomazione del ruolo delle differenti istituzioni a partire dalle Regioni”.
“L’Italia dovrà predisporre un programma pluriennale di rientro dal debito. Ciò andrà fatto, secondo le indicazioni della Commissione europea, evitando una politica di riduzioni lineari della spesa, cioè senza sacrificare i settori funzionali alla competitività e allo sviluppo. Intervenire in modo selettivo sulla spesa vuol dire da un lato eliminare gli sprechi, dall’altro intervenire sui costi della politica. Ciò significa riorganizzare gli enti e gli uffici pubblici e razionalizzare le loro funzioni, anche esaltando il principio di sussidiarietà”.
        Il processo unitario. “L’associazionismo economico degli agricoltori è centrale nel nostro progetto sindacale. I Consorzi agrari, per la loro storia e per ciò che rappresentano oggi, sono un tassello importante del progetto di riorganizzazione della filiera agricola italiana”.
       “Oggi assistiamo a un processo di riorganizzazione del mondo cooperativo e associativo che coinvolge le imprese e le loro stesse rappresentanze. Il sistema dei Consorzi agrari non può essere estraneo a questo processo. Il nostro compito è di valorizzare quel sistema con le nostre idee, contribuendo a un progetto con l’obiettivo di includere e non di escludere”.
“L’unità non è solo una necessità, ma una scelta fortemente condivisa. La situazione dell’agricoltura e il grave disagio economico e sociale degli agricoltori impongono a quanti rappresentano questi interessi di mettere da parte ciò che divide e valorizzare quel che può unire. Lavorare per l’unità non significa mettere in discussione o cancellare le diversità, la storia e tutto ciò che rappresenta il patrimonio anche ideale delle singole Organizzazioni. Lavorare per l’unità non significa farlo in contrapposizione a chi ancora non ha maturato questa scelta”.
“La riforma della Pac, le nuove regole del governo delle filiere, le organizzazioni interprofessionali, la politica agricola nazionale e quelle regionali, la riduzione del peso della burocrazia, la costruzione di un nuova e forte rete di strumenti dell’autogoverno economico degli agricoltori, a nostro giudizio, possono essere i temi su cui avviare un confronto e possono essere i capitoli di un progetto unitario per l’agricoltura italiana”.
“Finalmente abbiamo ripreso a dialogare e, soprattutto, ciò viene fatto affrontando i problemi reali. Nei prossimi giorni si riaprirà il tavolo generale sulla riforma della Pac per aggiornare il documento già sottoscritto, precisare meglio alcuni obiettivi e, soprattutto, per confermare l’impegno di condivisione dei suoi contenuti”.
“L’occasione della convocazione degli Stati generali dell’agricoltura, annunciati dal ministro Romano, devono rappresentare un laboratorio per sperimentare nuove e più avanzate forme di lavoro comune per meglio rappresentare gli interessi di cui siamo portatori”.
        Batterio killer. “Purtroppo, anche in questi giorni dobbiamo registrare l’ennesima emergenza alimentare, di cui i nostri agricoltori non sono affatto responsabili, ma pagano un conto pesantissimo. La vicenda dell’E.Coli esplosa in Germania è devastante per l’ortofrutta italiana. La scarsa informazione, le notizie contraddittorie che si sono rincorse sui media europei, la psicosi che si è generata tra i consumatori e il conseguente crollo delle vendite di frutta, verdure e ortaggi (che in poco meno di dieci giorni è arrivato a un meno 20 per cento) ha inferto un pesante colpo sia alle imprese agricole che a quelle agro-industriali, non dimenticando i riflessi negativi per l’intero indotto che ruota attorno al sistema ortofrutta”.
“A due settimane dai primi casi di intossicazione in Germania, registriamo un danno economico per il settore di oltre 150 milioni di euro (blocco dell’export, distruzione del prodotto, caduta dei consumi). A cui vanno aggiunte le ricadute sull’occupazione, con migliaia di posti di lavoro a rischio, se tutta la vicenda non si chiarirà al più presto”.
“Dati che, visti nella dimensione europea, assumono connotati ancora più drammatici: una perdita secca (secondo le prime stime) di 600 milioni di euro per gli agricoltori dei 27 paesi Ue (quelli italiani e spagnoli i più colpiti) e in pericolo quasi 100 mila posti di lavoro nell’intero sistema ortofrutta. Ancora una vola l’Ue non ha gestito al meglio un’emergenza alimentare”.
“Eppure quella dell’E.Coli è solo l’ultimo anello di una catena di emergenze che hanno devastato la nostra agricoltura e l’intera filiera agroalimentare. Negli ultimi dieci anni, gli allarmismi ingiustificati e ‘gonfiati’ da assurde campagne mediatiche, creando psicosi tra i cittadini e provocando di conseguenza crolli verticale nei consumi, hanno causato un danno complessivo di oltre 5 miliardi di euro”.
“Chiediamo e pretendiamo un atteggiamento serio e responsabile dei media nel trattare questi argomenti, ma anche la messa in campo di strumenti e azioni da parte delle istituzioni per tutelare la salute dei consumatori, dei produttori agricoli e di quanti a diverso titolo sono impegnati all’interno delle filiere produttive agroalimentari”.
“Riteniamo urgente che la Commissione europea e il governo nazionale intervengano con misure finanziarie sufficienti (quelle annunciate non coprono minimamente i danni subiti), ma anche promuovendo una campagna di comunicazione rivolta ai consumatori dando una corretta informazione”.

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