Consumi: una famiglia su tre costretta a "tagliare" gli acquisti alimentari E per il 2011 si prevede un carrello della spesa sempre più vuoto

Consumi: una famiglia su tre costretta a "tagliare" gli acquisti alimentari E per il 2011 si prevede un carrello della spesa sempre più vuoto.

Organizzazioni ISTAT, CIA
Argomenti commercio, economia, alimenti

07/mag/2011 12.04.47 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Consumi: una famiglia su tre costretta a “tagliare” gli acquisti alimentari E per il 2011 si prevede un carrello della spesa sempre più vuoto
 
La Cia, in merito ai dati Istat, evidenzia i problemi che si riscontrano per allestire la tavola. Cresce la spesa in valore, ma le quantità si riducono. Le ristrettezze economiche, nel 2010, hanno spinto sei famiglie su dieci a modificare il menù quotidiano, mentre oltre il 30 per cento compra esclusivamente “promozioni" commerciali. Le vendite di carne danno segni di risveglio.
 
Anche a tavola la crisi fa sentire i suoi effetti negativi. Il 2010 segna un aumento in valore della spesa per il cibo (467 euro mensili a nucleo familiare contro i 461 del 2009), ma le quantità si riducono (meno 0,6 per cento). Una famiglia su tre è stata costretta a “tagliare” gli acquisti alimentari, mentre sei su dieci hanno dovuto modificare il menù quotidiano e oltre il 30 per cento è obbligato, proprio a causa delle difficoltà economiche, a comprare prodotti di qualità inferiore. Analoga la percentuale di chi si rivolge ormai esclusivamente alle “promozioni” commerciali che sono sempre più frequenti soprattutto nella Grande distribuzione. E’ quanto sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori in merito ai dati Istat che evidenziano per l’anno scorso consumi al palo. Un trend che dovrebbe confermarsi anche per quest’anno, con un carrello della spesa sempre più vuoto.
Sul fronte dei “tagli” -come rileva un’indagine della Cia condotta a livello territoriale- si riscontra, in particolare, che, nel 2010, il 41,4 per cento delle famiglie italiane ha ridotto gli acquisti di frutta e di verdura, il 37 per cento quelli di pane e il 38,5 per cento quelli di carne bovina, i cui consumi, comunque, mostrano segni di risveglio.
Se, invece, si analizza la ripartizione geografica, si rileva -sostiene ancora l’indagine Cia- che, sempre nell’anno passato, nelle regioni del Nord il 32 per cento delle famiglie ha limitato gli acquisti (il 39 per cento ha ridotto le “voci” pane e pesce); in quelle del Centro la percentuale di chi ha tagliato i consumi sale al 37 per cento (il 38 per cento ha ridotto il pane, il 46 per cento il pesce, il 35 per cento la carne bovina). Mentre nelle regioni del Sud si arriva al 49 per cento (il 38 per cento ha ridotto il pane e il 48 per cento la carne bovina).
Per quanto concerne la scelta di prodotti di qualità inferiore, l’orientamento delle famiglie, a livello nazionale, ha riguardato il pane per il 40,2 per cento, la carne bovina per il 46,2 per cento, la frutta per il 44,5 per cento, gli ortaggi per il 39,7 per cento, i salumi per il 32,5 per cento.
La Cia fa notare che è aumentata la percentuale di famiglie (10,1 per cento del totale) che ha acquistato prodotti agroalimentari presso gli hard-discount, dove la spesa è a prezzi più contenuti. Comunque, gli iper e i supermercati restano i punti vendita dove si ha la maggiore concentrazione degli acquisti da parte degli italiani con il 69,4 per cento (specialmente nel Centro-Nord con punte del 75 per cento).
Le stime per la spesa alimentare nel 2011 evidenziano -rimarca l’indagine Cia- consumi ancora fermi, se non addirittura in calo. In particolare, dai primi dati a disposizione si registrano, sotto il profilo della quantità, flessioni dell’1,8 per cento per la carne bovina, dell’1 per cento per i prodotti ittici, dello 0,4 per cento per gli ortaggi, dello 0,5 per cento per i vini e gli spumanti, dell’1,4 per cento per il pane, dell’1,5 per cento per la pasta. Dovrebbero, invece, risultare in crescita le carni suine e i salumi (più 0,7 per cento), le carni avicole (più 0,5 per cento), la frutta (più 0,8 per cento), l’olio d’oliva (più 1,8 per cento), il latte e i suoi derivati (più 0,8 per cento).
 
 

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