Inea: l'agricoltura torna a crescere, ma sono ancora troppi gli ostacoli per le imprese

27/lug/2011 15.49.50 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Inea: l’agricoltura torna a crescere, ma sono ancora troppi gli ostacoli per le imprese
 
La Cia commenta l’VIII “Rapporto sullo stato dell’agricoltura”, presentato oggi a Roma. Fotografato un settore in ripresa nel 2010, però ancora fortemente condizionato dal calo del reddito, in controtendenza con gli altri paesi Ue. Mentre crescono produzione, valore aggiunto e occupazione, le aziende subiscono i pesanti aumenti dei costi produttivi.
 
Un settore dinamico e vitale che riguadagna terreno sul fronte del valore aggiunto e della produzione, ma ancora profondamente segnato dal calo della redditività e dall’impennata dei costi. Nonostante le buone notizie che arrivano dai principali indicatori economici, infatti, la fotografia scattata dall’Inea al settore primario nel 2010 mostra un comparto che sta accusando fortemente l’estrema volatilità dei prezzi delle materie prime, petrolio in testa. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori, in occasione della presentazione dell’VIII “Rapporto sullo stato dell’agricoltura”.
          I segnali di ripresa, seppure timidi, ci sono stati. L’agricoltura -continua la Cia- ha messo a segno nel 2010 una crescita sul Pil di 1,3 punti, a fronte di un aumento del valore della produzione dell’1,7 per cento. Cifre che si traducono in un aumento dell’occupazione agricola di ben 17.000 unità, rappresentata però soprattutto da cittadini neocomunitari. Ma gli effetti dell’aumento della ricchezza prodotta, che questi indicatori ci descrivono, tardano a manifestarsi nei campi, dove gli agricoltori continuano ad accusare un pesante calo del reddito, in netta controtendenza con gli altri paesi dell’Ue. Un trend decisamente condizionato dall’altissima percentuale di aziende fortemente indebitate: 980.000 imprese su 1.620.000, come risulta dallo studio Inea, presentano un’eccessiva esposizione debitoria nei confronti dello Stato.
          È su queste realtà economicamente molto fragili -spiega la Cia-, che rappresentano più del 60 per cento delle nostre aziende, che si abbatte maggiormente la scure dei costi produttivi, condizionati fortemente dalla volatilità dei prezzi delle commodity.
          “Solo pochissimi prodotti hanno beneficiato dell’aumento dei prezzi all’origine (cereali, mais, riso e zucchero), mentre tutti gli altri (soprattutto quelli ad alta intensità tecnologica) hanno subito gli effetti degli aumenti dei prezzi di fertilizzanti, mangimi e carburanti”, come ha rilevato Alberto Giombetti, coordinatore della Giunta nazionale Cia, intervenuto alla presentazione del Rapporto dell’Inea.
Il balzo in avanti complessivo delle quotazioni delle materie prime contribuisce quasi sempre a ingigantire le voci di spesa delle imprese. Ma -sottolinea la Cia- quella che grava su tutto il mondo agricolo, senza risparmiare nessuno è il petrolio. L’escalation del carburante, che ha caratterizzato tutto il 2010 e continua a registrare un record dietro l’altro anche nel 2011, ha effetti devastanti nel settore. Anche perché, se sono le serre e le stalle a subire i danni più pesanti, è tutta l’agricoltura a pagarne fortemente le spese, visto che il gasolio agricolo è utilizzato per l’alimentazione di tutti i mezzi meccanici, a partire dai trattori. E si fa indispensabile soprattutto nei mesi in cui si avvicendano operazioni di semina, concimazione, diserbo, irrigazione, trinciatura e raccolta.
          Mentre tutte le colture indiscriminatamente pagano a caro prezzo l’aumento della bolletta energetica, è la zootecnia -sostiene la Cia- a risentire maggiormente dell’impennata delle quotazioni di mais (più 61 per cento), soia (più 37 per cento) e orzo (25 per cento), che gonfiano in modo spropositato il prezzo dei mangimi, riversandosi oltreché sui redditi degli allevatori, anche sui prezzi delle carni, soprattutto laddove si tratta di produzioni sviluppate negli allevamenti intensivi di maggiori dimensioni.
          Ma ciò che penalizza l’Italia rispetto ai suoi competitor europei, è “la forte asimmetria -ha affermato Alberto Giombetti- nell’andamento delle quotazioni dei mezzi tecnici”. Ciò spiega le maggiori difficoltà della nostra agricoltura sul fronte dei prezzi dei prodotti chimici e dei concimi. Basta pensare che i concimi per il grano duro, per cui siamo i primi produttori europei, costano agli agricoltori italiani il 17 per cento in più della media Ue mentre un fertilizzante per il mais viene pagato in Italia mediamente il 16,6 per cento in più.
 
 
 

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