Paesaggio rurale: un patrimonio da 10 miliardi di euro l'anno, deturpato nel tempo da urbanizz azione e abusivismo

10/set/2011 11.50.29 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Paesaggio rurale: un patrimonio da 10 miliardi di euro l’anno, deturpato nel tempo da urbanizzazione e abusivismo

 

Uno studio della Cia racconta a Torino l’evoluzione del rapporto tra paesaggio e vita dei campi dal 1861 a oggi: una storia segnata dalla devastazione e dall’avanzata del cemento, responsabili di un danno economico di 25 miliardi di euro.

        

Il paesaggio agricolo italiano è una risorsa. E delle più ricche. Tra il turismo rurale e l’indotto legato all’enogastronomia tipica, le nostre campagne valgono più di 10 miliardi di euro l’anno. Un patrimonio da tutelare e da difendere che negli ultimi 60 anni ha subito la sconsiderata aggressione dell’abusivismo e dell’urbanizzazione selvaggia, che hanno lentamente “rosicchiato” questo “capitale verde”, sottraendo terre all’agricoltura e creando un danno economico complessivo di 25 miliardi di euro. È uno degli elementi emersi dal convegno “Per il paesaggio più agricoltura”, organizzato dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori in occasione della VI Festa nazionale dell’agricoltura, che si svolge quest’anno a Torino, capitale dell’Unità d’Italia.

            Dal 1861 a oggi il paesaggio rurale ha perso quasi 10 milioni di ettari, una superficie pari a 5 regioni italiane come il Veneto, la Lombardia, il Piemonte, l’Emilia Romagna e il Friuli Venezia Giulia. L’avanzata del cemento ha compromesso l’integrità di luoghi meravigliosi, autentiche calamite per il “turismo verde”, come possono essere oggi le distese degli ulivi secolari nel Salento o la viticoltura coraggiosa arroccata sulla scoscesa costa ligure, il tappeto multicolore degli appezzamenti della piana di Castelluccio o le colline impervie delle sugherete galluresi: scenari unici dove il paesaggio, plasmato nel tempo dall’attività agricola, diventa motivo d’attrazione per i sempre più numerosi frequentatori degli agriturismi -in grado da soli di raggiungere un fatturato annuo di 1 miliardo di euro- e per tutti gli amanti della cucina tradizionale, tipica e legata al territorio d’origine.

            La sottrazione di terre coltivate ha cambiato la fisionomia dell’intero Stivale, da quando l’Italia si presentava come un paese agricolo a tutti gli effetti, con i due terzi del territorio presidiato dall’agricoltura. Oggi dai 22 milioni di ettari del 1861 si è passati a un’area di circa 12 milioni, l’equivalente di poco più di un terzo dell’estensione totale della penisola. Ma si tratta di un fenomeno che si è tutt’altro che arrestato, considerando che solo negli ultimi 10 anni sono andati persi 1 milione e 900.000 ettari, una superficie pari all’intera regione del Veneto. Un consumo di suolo, che nel 2010 ha visto la Lombardia al primo posto con il 14 per cento di superfici artificiali sul totale della sua estensione, il Veneto con l’11 per cento, la Campania con il 10,7 per cento, il Lazio e l’Emilia Romagna con il 9 per cento.

            Cifre che si traducono in un cambiamento radicale del paesaggio, che ha avuto inizio negli anni ’50 e che si è poi concentrato dagli anni ’70 in poi, quando l’urbanizzazione selvaggia ha contribuito a deturpare anche le campagne. In questa fase, il paesaggio agricolo cambia radicalmente: dall’aspetto nudo, selvaggio e completamente privo di infrastrutture dei primi anni del secolo, in cui la maggioranza del territorio era coltivato a seminativi o destinato a pascoli, si passa a una selezione colturale che segue esclusivamente i criteri della produttività. Crolla la superficie dedicata a cereali, che dai 7,3 milioni del 1910 arriva oggi ai 3,2 milioni di ettari, perdendone un milione solo tra il 1951 e il 1971, mentre conquistavano terreno altre coltivazioni, come l’ortofrutta, che da poche migliaia di ettari arriva al milione e 200.000 ettari di oggi. Sono gli anni del “boom economico”, quelli in cui il paesaggio paga pesantemente le conseguenze dell’impressionante sviluppo n azionale e dell’avanzata inarrestabile del cemento che devasta l’ambiente rurale, deturpandolo e sottraendogli terreno.

            Nelle trasformazioni del paesaggio, cartina di tornasole della storia economica e sociale italiana, è scritto soprattutto -secondo la Cia- il diverso rapporto che nel tempo ha assunto l’elemento ambientale, una volta completamente estraneo alle politiche di settore, ma negli ultimi anni divenuto giustamente fondamentale per tutelare una ricchezza di questa portata. Proprio negli anni ’60 l’agricoltura diventa patrimonio comune in Europa, con la nascita della Pac, che nelle sue prime versioni si fondava non a caso su uno spirito esclusivamente produttivistico. Solo molto più tardi l’aspetto ambientale è diventato parte integrante delle politiche agricole, quando nel 2000 per la prima volta nell’impalcatura della Pac è stato inserito il secondo pilastro sullo sviluppo rurale, che contempla una premialità diretta a un’agricoltura compatibile con l’ambiente, che sia capace di tutelare e valorizzare il paesaggio e il suo patrimonio di biodiversità agricola, in continuo pericolo di estinzione.

            È qui che per la prima volta -continua la Cia- il paesaggio rurale è stato considerato alla stregua di una risorsa economica, capace di produrre ricchezza, sia grazie al turismo “verde” che attraverso il giro d’affari legato alle produzioni d’eccellenza tipiche e strettamente legate al proprio territorio, per cui l’Italia vanta il primato assoluto in Europa con le sue 228 denominazioni d’origine.

Il tema del legame agricoltura/paesaggio -ha ricordato la Cia- è molto sentito dalla nostra organizzazione, che da anni investe su specifici progetti di ricerca. Già negli anni ’80, infatti, promosse due importanti meeting che misero assieme l’intellighenzia di questo segmento e che si tradussero in due volumi ora divenuti dei “must”: “Spoleto 1” e “Spoleto 2”.

            Nell’incontro di Torino, che ha riunito allo stesso tavolo protagonisti del mondo ambientalista -la presidente onoraria del Fai Giulia Maria Mozzoni Crespi, il direttore dell’Expo 2015 di Milano- insieme a quelli del mondo agricolo -il presidente della Cia Giuseppe Politi-, sono stati presentati anche diversi esempi in cui paesaggio, il verde e l’agricoltura si incontrano in modo virtuoso. Oltre alla presentazione dell’esperienza di successo della “Summer School” dell’Istituto Cervi e della Biblioteca Sereni da parte direttore della scuola, il professor Antonio Brusa, si parlerà di alcuni progetti riusciti di cui la Cia è stata promotrice: dalla rivalutazione dell’area periurbana del parco sud agricolo di Milano al bellissimo esempio dell’orto di Kolimbetra, un aranceto antico ripiantato nel cuore della Valle dei templi ad Agrigento. Tutti esempi di un rapporto nuovo tra verde e città, in cui l’agricoltura spesso penetra all’interno delle mura cittadine. Sarà presente anche “ l’imprenditore del verde” Gianluca Cristoni, che esporrà le ultime novità dell’arredo urbano, progetti urbanistici in cui il verde si insinua all’interno delle costruzioni in modo nuovo, penetrando negli spazi e negli interstizi interni alla tessitura delle costruzioni cittadine. I giardini e gli orti verticali, o i “garden roof” sono le nuove forme del verde nelle nostre città, ispirate allo sfruttamento di ogni minima superficie e alla verticalizzazione degli spazi.

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