Il conto salato della burocrazia. Un'azienda agricola spende 2 euro ogni ora per "pagare" ad empimenti e ritardi della macchina pubblica e impiega otto giorni al mese per riempire le "carte"

10/set/2011 13.26.55 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Il conto salato della burocrazia. Un’azienda agricola spende 2 euro ogni ora per “pagare” adempimenti e ritardi della macchina pubblica e impiega otto giorni al mese per riempire le “carte”

 

Durante la Festa nazionale dell’agricoltura a Torino la Cia ribadisce le pesanti difficoltà nel rapporto tra agricoltori e la Pubblica amministrazione. Un costo che per il settore primario  supera i 3 miliardi di euro l’anno. Per un giovane è sempre più arduo aprire un’impresa.

 

Due euro ogni ora di lavoro, 20 euro al giorno, 600 euro al mese, 7.200 euro l’anno. Tanto spende in media un’azienda agricola italiana per pagare i costi della burocrazia, dei suoi adempimenti, dei suoi ritardi. Non basta. Occorrono otto giorni al mese per riempire le carte richieste dalla Pubblica amministrazione centrale e locale. In pratica, cento giorni ogni anno. Un compito che difficilmente l’imprenditore agricolo può assolvere da solo e, quindi, nel  58 per cento dei casi è costretto ad assumere qualcuno che svolga tale attività o a rivolgersi nel 42 per cento dei casi a un professionista esterno, con costi facilmente immaginabili. Un dato emblematico, che conferma le difficoltà dei produttori davanti al “mostro” burocratico, e ribadito oggi dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori nel corso della VI Festa nazionale dell’agricoltura a Torino.

La burocrazia rappresenta ormai un fardello molto pesante per l’intero settore agricolo che ogni anno si vede sottrarre da questo vero e proprio “divoratore” di risorse più di 3 miliardi di euro, il 30 per cento dei quali addebitabile ai ritardi, disservizi e inefficienze della Pubblica amministrazione. Cifre che diventano ancora più mascroscopiche se si prende in considerazione l’insieme dell’imprenditoria del nostro Paese, che spende in burocrazia -i dati sono relativi al 2010- la bellezza di oltre 21 miliardi di euro l’anno. Insomma, più di duemila euro a impresa. E così la burocrazia si mangia in media ogni mese uno stipendio. E questo nonostante negli ultimi anni ci siano state delle semplificazioni a livello amministrativo, unitamente all’avvento di Internet e della digitalizzazione.

Una situazione, quindi, allarmante che crea insormontabili problemi all’imprenditore. Sta di fatto che proprio nel settore agricolo si riscontrano palesi difficoltà per le aziende. Basti pensare che, secondo un sondaggio della Cia tra gli agricoltori, la “malaburocrazia”, subito dopo i costi produttivi e contributivi, è considerato l’incubo maggiore (ha risposto in questo senso il 64 per cento degli intervistati).

Sempre secondo l’indagine della Cia, il 6 per cento degli imprenditori agricoli chiede una semplificazione amministrativa in quanto la ritiene fattore indispensabile per lo sviluppo. Proprio a causa di questa “zavorra”, il 34,3 per cento delle aziende agricole del nostro Paese ha rinunciato, nel 2010, ad assumere nuovo personale, il 25,5 per cento ha messo da parte progetti di ammodernamento, innovazione e ricerca, il 21,5 per cento non ha compiuto alcun tipo di investimento, il 18,7 per cento è stato costretto a ridurre le coltivazioni.

Per le imprese, comunque, l’ammontare delle spese burocratiche è da addebitare per il 46 per cento a costi esterni e il restante 54 per cento a costi interni all’azienda.

Oltre al costo economico, l’aspetto più denunciato dalle imprese è costituito dalle lungaggini e dai tempi “scandalosi” richiesti per una semplice pratica di carattere amministrativo, per la quale sarebbero sufficienti solo poche ore, se non minuti.

Difficoltà che incontrano soprattutto i giovani imprenditori agricoli. Avviare un’azienda in Italia costa, infatti, 18 volte in più rispetto alla media europea. Stesso discorso per ottenere le autorizzazioni per costruire una struttura aziendale: bisogna espletare più di venti pratiche, aspettare mediamente circa 300  giorni (negli Stati Uniti ne bastano 60) e spendere il triplo rispetto ad un paese come la Spagna. E ancora: per pagare imposte e contributi, divisi in più di venti diversi versamenti nel corso dell’anno, il titolare di un'impresa agricola italiana perde complessivamente 360 ore, contro le 203 della media europea.

Da rilevare inoltre che l’impatto per gli adempimenti amministrativi è oscillato in media, nel 2010, tra il 22 e il 28 per cento sui costi sostenuti delle imprese agricole. Eppure basterebbero poche misure per garantire un effettivo risparmio economico. Un esempio per tutti: una riduzione del 25 per cento del carico dell’apparato burocratico, che nel nostro Paese pesa per il 4,5 per cento sul Prodotto interno lordo (contro il 3,5 per cento dell’Unione europea), determinerebbe un risparmio di quasi 31 miliardi, pari all’1,7 per cento del Prodotto interno lordo. Una somma considerevole con la quale si possono mettere in moto interventi a sostegno della ripresa economica e, dunque, dei vari settori produttivi.

            La semplificazione amministrativa, lo snellimento delle procedure e la riduzione degli oneri burocratici rappresentano un’esigenza fondamentale per una società che deve crescere. Gli orientamenti dell’Europa vanno tutti in questa direzione, mentre l’Italia, purtroppo, è ancora di gran lunga indietro su tale particolare versante

Per la Cia le priorità per la semplificazione sono: domanda unica per l'accesso ai benefici della Pac; il fascicolo aziendale digitale e l'unificazione dei registri gestionali; dichiarazione unica per l'accesso alle prestazioni sociali; lo sportello unico per le attività produttive e la sussidiarietà; le procedure in materia di lavoro; la legislazione sulla sicurezza alimentare; la razionalizzazione dei controlli; semplificazioni amministrative in materia ambientale.

I principali punti di criticità della attuale gestione burocratico-amministrativa sono, secondo la Cia, l’“ipertrofia normativa”, talvolta non giustificata o sproporzionata rispetto agli obiettivi dichiarati di politica agraria; la moltiplicazione delle date di intervento e conseguente duplicazione degli iter istruttori, anche per informazioni congruenti o correlate, con incremento ingiustificato di costi sia per i produttori che per la pubblica amministrazione; la duplicazione degli iter istruttori comportano, inoltre, un incremento del rischio di errore amministrativo sia da parte del produttore  che dell’amministrazione, con ulteriori perdite di tempo e di fiducia nel rapporto imprese-pubblica amministrazione.

L’”ipertrofia normativa” comporta, infine, il forte rischio (in parte già verificato per il primo pilastro della Politica agricola comune) di un utilizzo delle risorse comunitarie molto inferiore a quanto potenzialmente disponibile per l’agricoltura italiana.

Per la Cia, pertanto, è assolutamente necessario non derogare dall’indicazione della domanda unica modulare e flessibile, che raccolga con una sola data di presentazione tutte le richieste e le dichiarazioni dell’imprenditore. Per quando possibile la domanda deve essere semplificata e pluriennale con semplice conferma annuale, valorizzando appieno il fascicolo aziendale.

L’accoglimento delle proposte della Cia comporterebbe, soprattutto, una riduzione media del 30 per cento (per alcune aziende anche molto di più) dei tempi impiegati dai produttori nella predisposizione delle diverse domande Pac. Altri importanti benefici verrebbero dalla riduzione significativa dei costi di sistema da parte della Pubblica amministrazione; da un migliore utilizzo delle risorse comunitarie; da una riduzione di vincoli alla libera iniziativa imprenditoriale; da un miglioramento del clima relazionale tra imprese, Pubblica amministrazione e decisori politici.

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