Istat: la crisi "taglia" imprese e posti di lavoro anche in agricoltura

30/set/2011 12.17.49 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Istat: la crisi “taglia” imprese e posti di lavoro anche in agricoltura
 
Dopo aver frenato emorragie occupazionali per tutto il 2010 e tra gennaio e marzo 2011, nel secondo trimestre dell’anno il settore primario perde il 4,6 per cento, pari a 40mila unità in meno. Colpa del perdurare delle difficoltà economiche ma soprattutto dei costi produttivi alle stelle. Solo tra aprile e giugno gli imprenditori hanno dovuto sborsare il 20 per cento in più per i mangimi e il 7 per cento in più a causa del “caro-petrolio”.
 
 
Dopo aver evitato la “fuga” dalle campagne, mantenendo alta l’occupazione in tutto il 2010 (più 1,9 per cento) e nei primi tre mesi del 2011 (più 1,2 per cento), l’agricoltura arresta la dinamica positiva e purtroppo inverte la rotta. Nel secondo trimestre dell’anno, infatti, il numero di lavoratori nei campi diminuisce del 4,6 per cento tendenziale: colpa dell’intensificarsi della crisi economica, ma soprattutto della parallela impennata dei costi produttivi. Che sfianca le aziende agricole e le costringe a tagliare i posti di lavoro. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori, commentando l’indagine diffusa oggi dall’Istat.
Tra aprile e giugno -sottolinea la Cia- il settore primario ha perso 40mila occupati, concentrati esclusivamente al Centro (meno 8,6 per cento) e al Nord Italia (meno 12,2 per cento), mentre il Sud “tiene” con un incremento del 3,1 per cento. Ma il forte calo del numero dei lavoratori in agricoltura è il risultato del perdurare di una situazione di crisi generale, a cui si aggiungono i problemi atavici del comparto, come i costi di produzione elevati e i prezzi sui campi non remunerativi.
Problemi che però si sono acuiti in questi ultimi mesi, con conseguenze inevitabili sull’occupazione. Nel secondo trimestre del 2011 infatti -spiega la Cia- i costi di produzione delle imprese sono cresciuti del 5,5 per cento sullo stesso periodo del 2010, soprattutto nella zootecnia (fiore all’occhiello del Nord) dove l’indice complessivo dei costi per gli allevatori è schizzato su del 12,2 per cento annuo. A pesare sulle tasche degli imprenditori agricoli sono soprattutto i mangimi (più 20 per cento) e il caro-energia (più 7 per cento).
Ma l’agricoltura non deve essere abbandonata a se stessa -conclude la Cia- tanto più che finora si è dimostrata in grado di gestire la crisi, anche quella occupazionale. Però, per ridare fiato alle imprese, c’è bisogno di interventi a sostegno del settore, di un nuovo progetto di politica agraria che da anni manca in Italia. Altrimenti c’è il serio rischio che altri lavoratori, e anche migliaia di aziende, escano definitivamente dal mercato.          
 
 
 
 

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