Contraffazione: l'agropirateria "scippa" 165 milioni di euro al giorno al "made in Italy" alimentare nel mondo

10/gen/2012 15.25.02 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Contraffazione: l’agropirateria “scippa” 165 milioni di euro al giorno al “made in Italy” alimentare nel mondo
 
Nel giorno della discussione a Montecitorio sulla relazione presentata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione in campo commerciale, la Cia denuncia ancora una volta i danni ingenti che “italian sounding” e falsi alimentari causano alle nostre produzioni tipiche e di qualità. Solo all’agricoltura costano oltre 3 miliardi l’anno. Bisogna reagire con misure “ad hoc”.
 
        Sfiorano i 165 milioni di euro al giorno i danni provocati dalla contraffazione al made in Italy agroalimentare nel mondo. Dal ‘Parmigiano Reggiano’ che diventa ‘Parmesan’ al ‘Prosciutto di San Daniele’ che si trasforma in ‘Daniele Ham’, è un continuo proliferare di “patacche” che causano danni enormi all’intera filiera alimentare, dai campi all’industria di trasformazione. L’agropirateria internazionale, infatti, genera un business illegale di ben 60 miliardi di euro l’anno: una cifra superiore di quasi due volte e mezzo il valore complessivo dell’export agroalimentare italiano, pari a 25 miliardi di euro nel 2010. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori, in occasione della discussione oggi alla Camera della relazione sulla contraffazione in campo alimentare presentata dall’apposita Commissione parlamentare di inchiesta.
        In Italia -ricorda la Cia- ci sono oltre il 22 per cento dei prodotti certificati registrati complessivamente a livello europeo. A questi vanno aggiunti gli oltre 400 vini Doc, Docg e Igt e gli oltre 4mila prodotti tradizionali censiti dalle Regioni e inseriti nell’Albo nazionale. Una lunghissima lista di prodotti che ogni giorno, però, rischia il “taroccamento”. Solo all’agricoltura, per esempio, il fenomeno della contraffazione costa oltre 3 miliardi di euro l’anno.
        Oltre all’“italian sounding”, che include tutti quei prodotti che richiamano nel nome e nella confezione l’italianità senza averne alcun titolo, c’è poi da considerare il falso vero e proprio del made in Italy, che vale 7 miliardi di euro l’anno. Di cui ben due terzi -avverte la Cia- sono in capo al solo settore agroalimentare.
        Insomma, la situazione è di una gravità estrema. Siamo di fronte a un immenso supermarket del “bidone alimentare”, dove a pagare è solo il nostro Paese. Tanto più che a livello mondiale ancora non esiste una vera tutela dei nostri Dop, Igp e Stg -continua la Cia-. Basti pensare che negli Stati Uniti il giro d’affari legato alle imitazioni dei più famosi formaggi nostrani supera abbondantemente i 2 miliardi di dollari l’anno. E che se soltanto in Usa si potessero tutelare efficacemente le denominazioni dei prodotti, l’export italiano avrebbe un potenziale tre volte superiore all’attuale, avvicinandosi ai 10 miliardi.
        Ecco perché ora bisogna fare qualcosa di più: il “made in Italy” agroalimentare è un settore economicamente strategico -osserva la Cia- oltre a rappresentare un patrimonio culturale e culinario che è l’immagine stessa dell’Italia fuori dai confini nazionali. Adesso servono misure “ad hoc” come l’istituzione di una task-force in ambito Ue per contrastare truffe e falsificazioni alimentari; sanzioni più severe contro chiunque imiti prodotti a denominazione d'origine; un’azione più decisa da parte dell’Europa nel negoziato Wto per un’effettiva difesa delle certificazioni Ue; interventi finanziari, sia a livello nazionale che comunitario, per l'assistenza legale a chi promuove cause (in particolare ai consorzi di tutela) contro chi falsifica prodotti alimentari.

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