Vinitaly, non solo export da record. Il vino italiano crea lavoro: oltre 200 mila gli addetti del settore

Il vino italiano crea lavoro: oltre 200 mila gli addetti del settore.

Persone Dino Scanavino
Luoghi Italia, Cina, Russia, India, Germania, Brasile, Pechino, Stati Uniti d'America
Organizzazioni CIA
Argomenti commercio, economia

26/mar/2012 16.01.49 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Vinitaly, non solo export da record. Il vino italiano crea lavoro: oltre 200 mila gli addetti del settore
 
Secondo la Cia, i numeri da primato sono sì quelli delle esportazioni, cresciute del 12 per cento nel 2011, ma anche quelli positivi che riguardano l’occupazione, soprattutto quella “rosa” e “under 35”. Rimangono comunque delle contraddizioni, dal calo del consumo interno alla non equa distribuzione dei guadagni nella filiera. Per il vicepresidente nazionale Dino Scanavino, presente alla manifestazione, bisogna favorire una maggiore aggregazione.
 
         Bottiglie e cantine tricolori superstar al “Vinitaly”. E non solo perché vantano cifre e numeri da record, ma anche perché -in una fase in cui la disoccupazione è a livelli altissimi nel Paese- proprio il “pianeta vino” crea posti di lavoro e nuove imprese, soprattutto tra i giovani e le donne, ovvero le categorie da sempre più deboli e svantaggiate. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori, oggi alla kermesse in corso a Veronafiere con il vicepresidente nazionale Dino Scanavino, presente anche all’inaugurazione.
        Sui numeri, basta ricordare le performance eccezionali del vino italiano fuori dai confini nazionali. Nel 2011, infatti, i rossi e i bianchi “made in Italy” premono a fondo sul pedale delle esportazioni -sottolinea la Cia- che registrano un aumento annuo del 12 per cento a quota 4,4 miliardi di euro per 24 milioni di ettolitri consumati oltre frontiera. Un record che permette all’Italia di mantenere il primato mondiale dei Paesi esportatori di vino, con il 24,3 per cento del mercato globale.
        Vuol dire che nel mondo quasi una bottiglia di vino su quattro “parla” italiano. Con una novità importante: non solo continuano ad aumentare le quote esportate nei mercati di riferimento “tradizionali” come Usa e Germania, ma cresce il ruolo giocato dalle potenze emergenti racchiuse nel Bric -spiega la Cia-. L’incidenza di Brasile, Russia, India e Cina sull’export complessivo dei vini tricolori è passata difatti da poco più dell’1 per cento di fine anni Novanta al 6 per cento abbondante del 2011, con un volume d’affari per il settore che solo a Pechino sfiora i 67 milioni di euro.
        Ma numeri straordinari sono anche quelli dell’occupazione. Nel nostro Paese -osserva la Cia- oggi ci sono 250 mila aziende vitivinicole, in gran parte Pmi, che danno lavoro a oltre 200 mila addetti fra i quali più di 50 mila sono giovani. Allargando il campo all’indotto, le aziende arrivano a quasi 400 mila unità, creando occupazione per 1,1 milioni di persone. In più, tra le donne a capo di imprese agricole (538 mila in totale), ben il 30 per cento conduce aziende vitivinicole. Tra queste, ben il 70 per cento lavora prevalentemente in cantina; l’11 per cento si occupa della ristorazione; il 9 per cento è sommelier e una percentuale identica è addetta alla comunicazione.
        Eppure, nonostante successi e traguardi collezionati dal nostro vino, il comparto mantiene delle contraddizioni su cui è bisogna intervenire. Innanzitutto -evidenzia la Cia- non basta recuperare nuovi mercati all’estero, bisogna anche trovare nuovi consumatori “in casa”. Dal 1995 al 2011, infatti, il consumo pro capite di vino in Italia è passato da 55 litri a meno di 40, “perdendo” per strada ben 15 litri. “E la colpa sta sì anche nella crisi economica e in nuovi stili di vita che favoriscono la qualità alla quantità -dichiara il vicepresidente nazionale della Cia, Dino Scanavino- ma buona parte del problema sta soprattutto nella facile criminalizzazione del prodotto, che ha portato a confondere il consumo di vino (che, se bevuto con moderazione e regolarmente, fa bene alla salute, come confermano recenti studi scientifici) con l’abuso di alcool”.
        Infine, non si può ignorare il fatto che non tutti gli attori della filiera vitivinicola raccolgono gli stessi risultati dalle performance positive del settore. In questo senso, a soffrire di più è proprio il primo anello della “catena”, costituito dai produttori di uva. “Fatto 100 il prezzo di vendita finale di una bottiglia, meno del 15 per cento va nelle tasche del produttore. Per questo serve una più equa distribuzione dei guadagni all’interno della filiera -conclude Scanavino-. Bisogna procedere verso un riposizionamento degli aiuti, a partire dalla base produttiva, favorendo una maggiore aggregazione di filiera e relazioni più strette con la Gdo”.
 

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