DON CHISCIOTTE contro le tasse

Freni è titolare di un'omonima piccola impresa di ricerca, sondaggi e marketing di Firenze, l'unica della città e probabilmente della Toscana.

Persone Corrado Giustiniani, Assirm, Cecilia Gobbi, Vincenzo Freni
Luoghi Firenze
Organizzazioni Confindustria, Doxa, Agenzia delle Entrate, Garante del contribuente
Argomenti economia, fisco, finanza, commercio

19/apr/2012 13.05.38 Mario Verdi Contatta l'autore

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Ma come ve lo devo dire che
state prendendo un abbaglio?
Che quel vostro studio
è totalmente sballato?
». Vincenzo Freni non
riusciva a capacitarsi di come l’Agenzia
delle Entrate gli contestasse 130
mila euro fra imposte evase e penali
per l’anno 2006, salite oggi a quota
200 mila, e i funzionari che lo avevano
convocato per il contraddittorio non
volessero saperne di entrare nel merito.
«I parametri dello studio di settore
SG4IU sono stati elaborati con il via libera
della vostra associazione di categoria
– continuavano a ripetergli –.
Facciamo una bella cosa: ci dia la metà
e lei sta a posto».
Freni è titolare di un’omonima piccola
impresa di ricerca, sondaggi e marketing
di Firenze, l’unica della città e
probabilmente della Toscana. «Ho due
dipendenti e non ho mai evaso un centesimo
», giura. Rifiuta la transazione e
si rivolge all’Assirm, l'associazione delle
aziende del settore ricerca, che riunisce
le maggiori imprese del settore, come
Ipsos, Gfk Eurisko, Doxa. E scopre
che quanto gli hanno detto i funzionari
del fisco non era vero: l’Assirm non
ha mai dato via libera a quello studio
di settore. «Siamo stati contattati per la
prima volta nel 2007 - conferma Cecilia
Gobbi, che dell’Associazione che fa
capo a Confindustria è il direttore - a
studio già fatto, quindi. Abbiamo presentato
le nostre osservazioni, mostrando
come il campione non fosse
statisticamente rappresentativo del settore,
ma non ne hanno tenuto conto. Ci
hanno interpellato per gli studi successivi,
abbiamo ripetuto le medesime osservazioni
e ancora una volta non ne
hanno tenuto conto».
Ma qual è l’origine dell’abbaglio?
Aver messo nello stesso calderone imprese
del settore della ricerca con la loro
struttura di costi, dipendenti da retribuire,
l’affitto della sede da pagare,
impianti e reti informatiche, e singoli
professionisti autonomi, come gli intervistatori
o i consulenti aziendali, oppure
altre aziende con un diversissimo
profilo, come quelle che operano nel
settore della pubblicità. «Abbiamo
portato dei casi concreti, coprendo ovviamente
il nome delle aziende, per mostrare
come venissero fuori valori ben
diversi dallo studio, ma non c’è stato
nulla da fare», spiega Cecilia Gobbi.
La prova provata dell’errore sta nel
campione prescelto per elaborare i calcoli,
di circa 1.700 soggetti economici,
mentre in tutto il settore, tra iscritti all’Assirm
e non, non vi sono più di 150
aziende. E i cosiddetti cluster, i raggruppamenti
omogenei di contribuenti
all’interno dello studio, non hanno migliorato
il quadro. «Vengono assemblati
per specializzazione, ad esempio
le indagini telefoniche - osserva ancora
il direttore Assirm - mentre invece il parametro
numero uno doveva essere la
distinzione tra azienda e lavoratore autonomo
».
Ma veniamo a Freni. Fa ricorso alla
Commissione tributaria e chiede che gli
si applichi almeno lo studio successivo,
del 2008, con il quale lo scarto si riduceva
da 130 mila a 25 mila euro: niente
da fare, perché quello studio tiene
conto dei correttivi per la sopravvenuta
crisi economica. E depuriamolo dai
correttivi, allora. Richiesta respinta.
Nemmeno a parlarne di usare lo studio
più evoluto, del 2009, con il quale il debito
col fisco si sarebbe ridotto a meno
di 4 mila euro. Freni perde in Commissione
e adesso ricorrerà in appello.
L'ultima sua disperata mossa, una lettera
al Garante del contribuente, in cui
ricorda che con «i funzionari della
stanza 314» di Firenze non c’è stato
contraddittorio, ma solo quella loro offerta
di dimezzare il dovuto.
Questo caso conferma che gli studi
di settore sono tutt’altro che infallibili.
Pienamente operativi dal 1998, tali
strumenti di accertamento induttivo
non stimano il reddito, ma i ricavi delle
imprese e i compensi dei lavoratori
autonomi. A tutt’oggi ne sono stati
elaborati 206 e si applicano a oltre 4
milioni di soggetti, con ricavi fino a
5,16 milioni l’anno. Secondo gli ultimi
dati i contribuenti incongrui, quelli
che dichiarano ricavi diversi dallo studio,
sono circa il 30 per cento. Conviene
rientrare nei ranghi, per non avere
accertamenti. Ma lo si può fare anche
barando. Sono un barista e riduco la
superficie del mio locale per arrivare al
valore esatto che lo studio prevede. E
il fisco mi lascerà in pace.

(Corrado Giustiniani - L'Espresso - 22/03/2012)

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