Lavoro: sempre più giovani "dribblano" la crisi tornando alla terra. E il 35 per cento ha una laurea

E il 35 per cento ha una laurea.

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Organizzazioni ISTAT, CIA
Argomenti economia, lavoro, agricoltura, commercio

02/mag/2012 13.17.56 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Lavoro: sempre più giovani “dribblano” la crisi tornando alla terra. E il 35 per cento ha una laurea
 
La Cia parte dai dati Istat sulla disoccupazione per evidenziare un fenomeno nuovo del comparto: non solo agronomi, ma anche “dottori” in economia o marketing scelgono di investire nel settore primario e reinventarsi agricoltori. Il risultato sono aziende dinamiche, innovative, realmente internazionalizzate e con un potenziale economico altissimo: il 40 per cento in più dei colleghi “senior”.   
 
        Contro la disoccupazione giovanile, che in Italia sfiora il 36 per cento, sono sempre di più i ragazzi che decidono di tornare alla terra. E non si tratta più solo di figli che rilevano o continuano l’attività dei genitori, ma di neolaureati preparati e determinati che, a causa di una crisi che chiude le porte dei loro settori, scelgono di scommettere sulla vita dei campi e reinventarsi produttori. Questi nuovi “dottori dell’agricoltura” oggi sono quasi il 35 per cento degli “under 40” del comparto, che a loro volta rappresentano l’8 per cento del totale dei conduttori agricoli italiani. Si tratta ancora di piccoli numeri, ma in grado di fotografare un fenomeno nuovo e in continua crescita che sta rivoluzionando il settore primario. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori, partendo dai dati dell’Istat su occupati e disoccupati diffusi oggi.
        A volte poco avvezzi ai segreti del mestiere, i nuovi “dottori” sono però fortissimi della propria preparazione settoriale, un “know-how” prezioso per un comparto spesso restio all’iniziativa imprenditoriale innovativa e multifunzionale. Invece per questi giovani -spiega la Cia- la parola d’ordine è diversificazione: agronomi che fanno ricerca e impiegano le tecnologie più all’avanguardia; biologi che puntano sulla sanità e la qualità dei prodotti; esperti della comunicazione che gestiscono il marketing e la promozione telematica dei prodotti; esperti in economia che amministrano l’azienda; educatori che si dedicano all’agricoltura sociale o ai progetti educativi in fattoria; erboristi e farmacisti che scommettono sulla fitoterapia e sulla cosmesi naturale.
        Insomma, l’apporto delle nuove generazioni in agricoltura è fondamentale, tanto più se con una laurea alle spalle, perché aprono le porte alla competitività, al dinamismo e alla creatività. E nonostante le difficoltà del settore, tra alti costi di avviamento e di produzione, barriere fiscali e burocratiche e scarsa mobilità fondiaria. Già oggi le imprese “junior” hanno un potenziale economico altissimo: il 40 per cento in più dei colleghi maturi, grazie anche a una maggiore attitudine al rischio e propensione all’export. Ma anche grazie a una più elevata sensibilità per le tematiche sociali e ambientali. Perché i giovani -sottolinea la Cia- non si fermano solo agli agriturismi ma creano vere e proprie fattorie didattiche: in Italia le conducono il 4,7 per cento degli “under 40” contro l’1,2 per cento degli “over 40”. E poi non si accontentano solo di produrre coltivazioni certificate, ma le vendono quasi sempre in azienda: la vendita diretta, infatti, è appannaggio del 22,6 per cento degli “under 40” contro il 15 per cento degli “over”. In più -conclude la Cia- scelgono sempre un approccio eco-sostenibile nelle loro attività: i servizi per l’ambiente e la produzione di energia alternativa sono una prerogativa aziendale per il 7,2 per cento degli “under 40” contro il 4 per cento degli “over 40”.
 

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