Pensioni: In Italia si profila il "fine lavoro mai" per 3 milioni di ragazzi

Pensioni: In Italia si profila il "fine lavoro mai" per 3 milioni di ragazzi Uno studio del patronato Inac-Cia rivela una società in sofferenza.

Luoghi Italia, Germania, Londra
Organizzazioni Acquisizione, University College, Inac, Eurostat, ISTAT, Ministero della Sanità, CIA
Argomenti lavoro, previdenza

12/mag/2012 10.51.21 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Pensioni: In Italia si profila il “fine lavoro mai” per 3 milioni di ragazzi

 

Uno studio del patronato Inac-Cia rivela una società in sofferenza. Lavorare fino ai 67/70 anni è sbagliato per 8 italiani su 10. La proposta: “Obbligo di ‘part time’ per chi ha 65 anni e assunzioni dei giovani a compensazione per arrivare al tempo pieno”.

 

Lo slittamento dell’età pensionabile, ora a 67 anni e in un futuro prossimo probabilmente ai 70, preoccupa 8 italiani su 10. Così non c’è “turn over” nel mondo produttivo, cresce la disoccupazione giovanile e il lavoratore anziano si ritrova a “mantenere” figli e nipoti. E dal vocabolario di circa 3 milioni di giovani, tra precari e disoccupati, sparirà la parola “pensione”. Questa è l’impietosa fotografia scattata dal patronato Inac, l’Istituto nazionale assistenza cittadini promosso dalla Cia, che oggi, in occasione della manifestazione nazionale “Inac in piazza per te: perché la pensione non sia un’illusione”, presenta i primi risultati di uno studio incentrato sul rapporto tra il italiani e lavoro.

Più del 75 per cento dei lavoratori italiani “under 35” vede la pensione come un traguardo irraggiungibile, mentre il 5 per cento dichiara di non pensarci affatto. Meno del 20 per cento dei giovani conosce strumenti di previdenza complementare. Mentre oltre il 50 per cento dei lavoratori di 60 anni si dichiara stanco e preoccupato per il proprio loro futuro. Inoltre, è altissima la percentuale di chi ritiene sbagliato ancorare l’età pensionabile all’aspettativa di vita. Infatti, se è statisticamente accertato che la speranza di vita si è allungata in media di 7 anni nell’ultimo trentennio, è anche vero che c’è una bella differenza tra il vivere a lungo e il vivere bene. Da una parte l’Istat rileva che dal 2001 al 2010 l’età media si è allungata per gli uomini dai 77 ai 79,1 anni e per la donne dagli 82,8 agli 84,3, dall’altra però è l’Eurostat a sottolineare che l’aspettativa di vita sana è invece diminuita sensibilmente, passando dai 74 anni del 2004 ai 61 del 2008. È per qu esto che -rimarca l’Inac-Cia- il parametro dell’aspettativa di vita risulta inadeguato per calcolare l’età pensionabile, in quanto non tiene conto in alcun modo dello stato di salute psico-fisica del lavoratore.

C’è grande, inoltre,confusione e disinformazione, secondo i più, sulle tipologie di lavori e attività che vengono considerati usuranti e al relativo tipo di trattamento pensionistico al quale vengono sottoposti. La quasi totalità dei giovani compresi tra i 18 e 25 anni sostiene che per loro diverrà anacronistico il termine pensione. Ma iniziano a essere ansiosi anche quelli che in pensione già ci stanno e che temono qualche rivisitazione del loro trattamento.

Intanto, più del 70 per cento dei lavoratori attivi, con un età compresa tra i 50 e i 60 anni, ammette di offrire un grande sostegno economico ai figli e, in qualche caso, anche ai figli dei figli. Insomma, una società italiana che per la stragrande maggioranza dei cittadini vive un grande squilibrio, che rischia di acuirsi nel prossimo decennio. Altro dato che emerge con nettezza dallo studio dell’Inac è quello relativo ai disoccupati e agli occupati in “nero”: secondo il 40 per cento degli interpellati, il sommerso in Italia è ancora molto alto ed è una percentuale consistente compresa in quel 35,9 per cento che l’Istat indica come “giovani privi d’impiego”.

Dai primi risultati dello studio del patronato della Cia nasce la proposta che l’Inac avanzerà alle autorità competenti: l’introduzione di un contratto “part time” obbligatorio per i lavoratori attivi al compimento dei 65 anni di età, a cui dovrà essere affiancato un giovane (“under 35”), sempre part time, che inizierà così il suo percorso nel mondo del lavoro. Un correttivo -conclude il patronato Inac-Cia- non particolarmente oneroso per il bilancio pubblico, ma quanto mai importante per garantire all’anziano lavoratore un approdo morbido verso la pensione, dando una possibilità concreta a molti giovani alla ricerca di un primo impiego.

 

 

I termini della proposta di legge

 

A decorrere dal 65° anno di età del lavoratore, il datore ha l’obbligo di trasformare il rapporto di lavoro in part-time al 50 per cento e, senza soluzione di continuità, attivando la fruizione del 50 per cento della pensione maturata. Al raggiungimento dell’età pensionabile, di volta in volta, come previsto dalla riforma Monti, avviene il definitivo collocamento a riposo e riliquidazione del trattamento pensionistico comprensivo del periodo di lavoro svolto in posizione di part-time.

Contestualmente alla trasformazione del rapporto di lavoro in part-time, avviene l’assunzione e l’affiancamento al lavoratore anziano di un giovane lavoratore a part-time, che potrà in tal modo entrare nel mondo del lavoro ed acquisire l’esperienza del lavoratore in uscita. Solo con il  pensionamento del lavoratore anziano, per il giovane arriverà un contratto full-time.

 

Perché sarebbe importante questa nuova legge

 

Sebbene in Italia la speranza di vita alla nascita sia tra le più alte, i dati elaborati da Eurostat mostrano, invece, chiare differenze tra gli Stati europei nel rilevare la speranza di vita senza disabilità, quindi in condizioni di salute ottimali, che in Italia si attesta a 62,8 anni per gli uomini ed 61,9 nelle donne.

A tutt’oggi non è facile stabilire l’inizio del processo di invecchiamento caratterizzato dall’aumento dei processi distruttivi su quelli costruttivi a carico del nostro organismo. Una ricerca condotta dall’University College di Londra ha evidenziato come già nella fascia di età tra i 45 e i 49 anni si può assistere a un declino delle capacità mentali pari al 3,6 per cento, che sale al 9,6 per cento dopo i 65 anni.

L’invecchiamento determina effetti negativi su numerose funzioni di rilevanza clinica, quali la vista, l’udito, la respirazione e l’attività renale, la pressione arteriosa, la densità ossea, l’attività del sistema neurovegetativo, l’equilibrio, la deambulazione e i vari aspetti cognitivi e comportamentali.

Se da un lato, quindi, dobbiamo fare i conti con un allungamento della vita lavorativa per mantenere in equilibrio la spesa pubblica, dall’altro bisogna mettere sul piatto della bilancia il decadimento fisico e cognitivo dei lavoratori “over 65”.

Oltretutto, dalla relazione sullo stato sanitario del Paese del ministero della Salute, si evidenzia come la spesa sanitaria pro-capite subisce un raddoppio nella fascia di età tra i 65 e i 69 anni rispetto alla fascia tra i 60 e i 65 anni.

In Germania, cui l’Italia spesso guarda con grande interesse e dove è stato introdotto un aumento graduale dell’età pensionabile fino a 67 anni, le aziende hanno assistito a un incremento delle assenze per malattia del 30 per cento: assenze dovute principalmente a problemi muscolari o della colonna vertebrale. Queste cifre hanno costretto le stesse aziende a rivedere i processi produttivi, organizzativi e strutturali in funzione della nuova forza lavoro costituita da lavoratori biologicamente “anziani” in quanto collocati nella fascia di età scientificamente individuata come iniziale della senescenza graduale (65 anni).

Vantaggi per l’istituto previdenziale

Acquisizione della contribuzione del giovane lavoratore.

Gettito fiscale

Acquisizione, tassazione e retribuzione del giovane lavoratore.

Occupazione

Abbattimento del tasso di disoccupazione.

Vantaggi per l’azienda

Risparmio sulla retribuzione del giovane lavoratore, che non godrà degli scatti di anzianità del lavoratore anziano.

Crescita

Il giovane lavoratore con disponibilità economica contribuisce alla ripresa della domanda interna.

 

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