Alimentare: italiani sempre meno "sciuponi" . In cinque anni scesi del 66 per cento gli sprechi a tavola

In cinque anni scesi del 66 per cento gli sprechi a tavola Per colpa della crisi, più di tre nostri connazionali su cinque hanno cambiato abitudini in cucina, "restringendo" la pattumiera e riutilizzando gli avanzi.

Luoghi Milano
Organizzazioni Direzione Nazionale Antimafia, CIA, Intesa Sanpaolo
Argomenti economia, commercio, agricoltura

11/giu/2012 15.41.10 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Alimentare: italiani sempre meno “sciuponi”. In cinque anni scesi del 66 per cento gli sprechi a tavola
 
Per colpa della crisi, più di tre nostri connazionali su cinque hanno cambiato abitudini in cucina, “restringendo” la pattumiera e riutilizzando gli avanzi. Ma le cifre delle eccedenze sono ancora alte: ogni anno finisce nel “bidone” una quantità di cibo pari a un valore di 12,3 miliardi di euro, di cui metà a causa della filiera e metà dei consumatori.
 
La crisi ha cambiato il rapporto tra gli italiani e la tavola, rendendoli meno “sciuponi” e più attenti al riciclo in cucina. Negli ultimi cinque anni, infatti, gli sprechi alimentari sono diminuiti del 66 per cento, passando da una quota in valore di 37 miliardi di euro del 2007 agli attuali 12,3 miliardi di euro. In altre parole, più di tre italiani su cinque hanno recuperato le vecchie abitudini delle “nonne” avvezze al risparmio, maestre del “non si butta via niente”. Più che una nuova coscienza ecologica, a cambiare il nostro atteggiamento in cucina è proprio la necessità di “tagliare” le spese familiari, riducendo al minimo le quantità destinate a finire nel bidone e imparando l’arte del reinventare nuovi piatti a partire dagli avanzi. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori, in occasione della presentazione dell’indagine “Dar da mangiare agli affamati. Le eccedenze alimentari come opportunità”, realizzata dalla Fondazione per la Sussidiarietà e dal Politecnico di Milano, in collaborazione con Nielsen Italia.
L’inizio della crisi economica, che ha investito il mondo occidentale, ha cambiato nettamente anche la tendenza degli sprechi alimentari. In salita esponenziale dal 1974 al 2007, le eccedenze di cibo -sottolinea la Cia- sono aumentate in più di trent’anni del 50 per cento. Mentre solo negli ultimi cinque anni hanno segnato un decremento del 66 per cento. Nonostante questa decisa inversione di rotta, però, nel Belpaese i numeri degli sprechi rimangono alti. Dal campo allo scaffale, infatti, circa un quinto della produzione agroalimentare italiana non viene consumata, per un totale di circa 6 milioni di tonnellate di eccedenze. In questo caso, a dimostrarsi i segmenti più virtuosi sono la produzione e la trasformazione, che rispetto alla distribuzione riescono a limitare il grande danno economico, ambientale e sociale che ne deriva.
A gettare nella pattumiera altrettanti 6 milioni di tonnellate di cibo sono i consumatori, responsabili di una perdita economica procapite di 117 euro l’anno, pari a 42 chili di alimenti a persona, tra avanzi non riutilizzati, cibi scaduti o andati a male. Il motivo fondamentale di queste cifre in ribasso è chiaramente di tipo economico. Basti pensare che -come rilevato recentemente da uno studio di Intesa San Paolo- nel 2011 il livello di spesa procapite degli italiani è ritornato quasi ai livelli di trent’anni fa. A dimostrazione che nel Belpaese oggi si “tira la cinghia” anche a tavola.
Ma se da una parte questi dati fotografano molto nitidamente uno degli effetti più eclatanti della generale difficoltà economica, che porta le famiglie a “tagliare” anche sul cibo e a diminuire di conseguenza lo spreco, dall’altra ci mostrano l’effetto ecologico della crisi: l’attenzione a “buttare” di meno riciclando sempre di più gli avanzi della tavola. I vantaggi ambientali di questo atteggiamento sono evidenti: basti pensare che una sola tonnellata di rifiuti alimentari genera fino a 4,2 tonnellate di CO2.
È per questo che è importante recuperare la vecchia propensione al risparmio che abbiamo dimenticato, ma che fa parte del nostro Dna, soprattutto -conclude la Cia- per quel che riguarda il nostro mondo rurale. Anche in questo modo possiamo fare della crisi un’occasione per riflettere sul nostro paradigma economico ed etico. Smettendo di considerare lo spreco un rifiuto, quando invece molto spesso è ancora utilizzabile e riciclabile.
 
 

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