LE DICONO: “SUO PADRE È DECEDUTO, VENGA SUBITO”. QUANDO CHIEDE LA CARTELLA CLINICA INIZIA UN VIAGGIO ALLA RICERCA DELLA VERITÀ LUNGO SEI ANNI.

29/mar/2014 21.38.32 press Contatta l'autore

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Una figlia, alle prese con la Malasanità a Roma, fa causa all'ospedale e alla struttura clinica dove è stato trasferito il padre per mancanza di letti. Premiata la sua determinazione nel volere giustizia nel nome della verità.

Era il 5 febbraio del 2007, quando per un malore un uomo di 71 anni viene portato in ambulanza al pronto soccorso di un ospedale romano, dove entra con codice rosso. La figlia, subito allertata dalla madre, si precipita in ospedale e aspetta tre ore prima di poter sapere qualcosa e parlare con il padre e i medici. Alle 17:30 riesce a vedere il padre mentre lo portano a fare le radiografie. Parla con lui qualche secondo, poi aspetterà ancora altre ore. Alle 20.00, la dottoressa del pronto soccorso le dice: «Suo padre sta bene, stiamo decidendo se trattenerlo per fargli altri esami domani». Sono parole che rimarranno scolpite nella memoria della giovane donna, ora racchiuse nel libro HA VINTO MARIO di Cinzia Tocci (Edizioni C’era una volta). Il giorno dopo, al controllo mattutino, il padre già non c’era più.

Diagnosi errata. Mario viene trasferito in serata dal pronto soccorso ad un’altra struttura ospedaliera in Medicina Generale, solo nel tempo si saprà che sarebbe stato opportuno il reparto di Terapia Intensiva, tra l’altro presente nella nuova struttura.

“Ci ho messo un po’ per capire come mai quelle parole continuavano a ronzarmi in testa: l’autopsia è invasiva”. La figlia, alle prese con l’inaspettata notizia, il lutto, il funerale, le pratiche burocratiche, la nuova vita senza il padre, nonno di tre nipotini, fa richiesta all’ospedale del pronto soccorso per la cartella clinica e dopo i tempi, lunghi, per ritirarla, constata che le viene rilasciato solo il verbale del pronto soccorso. Le viene riferito solo allora che la cartella clinica “viaggia con il cliente” e che deve fare richiesta alla struttura dove è stato trasferito. Provvede. La struttura è dall’altra parte di Roma, ma non esita ad andare. Ci tornerà più volte, perché la copia della cartella clinica non viene mai firmata. Il Direttore non ha mai tempo. Alla figlia tornano in mente le parole della dottoressa che l’ha accolta nella struttura dove è morto il padre: “l’autopsia è invasiva”.

Contatta uno studio legale per capire, le viene sconsigliato di combattere contro “la casta”. Ne contatta un altro, stesso risultato, oramai è passato troppo tempo senza aver richiesto l’autopsia e una causa così è difficilissima. Non si arrende. Il terzo studio legale analizza accuratamente il caso insieme ad un medico legale. Arriva una minima proposta di trattativa dall'ospedale. La figlia non accetta, vuole sapere la Verità. Lo vuole sapere da un Giudice.

“Non è un qualsiasi risarcimento che avrebbe riportato in vita mio padre” scrive nel libro. Il 4 aprile del 2013 segna l’ultima udienza. La sentenza di primo grado arriva il 1° luglio 2013: il Giudice emette la condanna. Mario ha vinto e con lui le molte vittime della malasanità e i famigliari che davanti ad un colosso così restano senza giustizia. Nello stesso mese inizia a prendere corpo il libro nel quale la figlia di Mario trasferisce il vissuto emozionale provato dal momento in cui Mario è entrato in ospedale fino al giorno in cui inizia a scrivere quelle pagine: “Questo libro è stato scritto con il linguaggio del cuore e delle note musicali che vibrando nell’aria accompagnano le parole. Oggi il nostro avvocato mi ha contattata per dirmi che la sentenza è stata emessa. Abbiamo vinto, Papà. Non so se essere felice o se piangere, di fatto sto piangendo.”

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