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Spaghetti di grano tenero venduti come cento per cento "made in Italy" sugli scaffali dei supermercati statunitensi, canadesi e inglesi; pomodori, con l'etichetta "Napoli" e "Campania", inscatolati in Cina o in qualche paese del Nord Africa; salse dai sapori improponibili, pizze napoletane che hanno tutto meno che le caratteristiche del "prodotto emblema" della nostra immagine all'estero.

21/giu/2008 11.49.00 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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“Italian sounding”, un business da 60 miliardi di euro

Così la fabbrica del “tarocco” alimentare clona il “made in Italy”

 

 

Nel corso della Conferenza economica di Lecce, la Cia mette in risalto un fenomeno che ormai supera la metà del valore dell’agroalimentare del nostro Paese. Crescono i sequestri dei “falsi”. Negli Usa il boom delle imitazioni dei prodotti italiani.

 

 

            E’ un fenomeno che sta crescendo in maniera allarmante e che genera un giro d’affari da capogiro: oltre 60 miliardi di euro l’anno, pari a più della metà del valore dell’agroalimentare italiano e tre volte superiore alle esportazioni nazionali del settore. Si tratta dell’”Italian sounding”, cioè il mercato parallelo dei falsi. Vale a dire quei cibi e quelle bevande che, grazie a una normativa internazionale quantomeno lacunosa, vengono prodotti e venduti utilizzando in maniera impropria parole, immagini, marchi e ricette che si richiamano all’Italia. Ma che non hanno nulla a che fare con la nostra gastronomia. Non solo, quindi, una falsa garanzia per i consumatori stranieri, ma soprattutto un business che è destinato ad aumentare enormemente. Questo è uno degli aspetti messi in luce a Lecce durante la Conferenza economica della Cia-Confederazione italiana agricoltori.

            All’estero possiamo trovare di tutto, all’insegna del falso italiano. Spaghetti di grano tenero venduti come cento per cento “made in Italy” sugli scaffali dei supermercati statunitensi, canadesi e inglesi; pomodori, con l’etichetta “Napoli” e “Campania”, inscatolati in Cina o in qualche paese del Nord Africa; salse dai sapori improponibili, pizze napoletane che hanno tutto meno che le caratteristiche del “prodotto emblema” della nostra immagine all’estero. Non basta: nei ristoranti troviamo un piatto di penne all’amatriciana, con pasta e sugo (un’improbabile miscela di bacon, pomodoro e cipolle) che arrivano dal Wisconsin; formaggi come il parmigiano, la fontina e il gorgonzola, provenienti da chi sa quale paese, o Mortadella tipo Bologna, o un Chianti prodotto in Cile. Siamo in presenza di un assalto crescente degli “agropirati”. Basti pensare che solo negli Stati Uniti il giro d’affari relativo alle imitazioni dei formaggi italiani supera abbondantemente supera abbondantemente i 2 miliardi di dollari. E il danno, purtroppo, è destinato a crescere, visto che a livello mondiale ancora non esiste una vera difesa dei nostri prodotti tipici legati al territorio, in particolare Dop, Igp e Stg, che comprendono formaggi, oli d’oliva, salumi, prosciutti e ortofrutticoli. Una difesa che non significa soltanto la tutela di un patrimonio culturale, dell’immagine stessa dell’Italia, ma anche la valorizzazione di un settore.

            L’Italia, subito dopo la Francia, è la più colpita dalla contraffazione, dall’agropirateria, dai “falsi d’autore” dell’alimentazione. Nel nostro Paese si realizza più del 21 per cento dei prodotti a denominazione d’origine registrati a livello comunitario. A questi vanno aggiunti gli oltre 400 vini Doc, Docg e Igt e gli oltre 4000 prodotti tradizionali censiti dalle Regioni e inseriti nell’Albo nazionale. Una lunghissima lista di prodotti che ogni giorno, però, rischia il “taroccamento”.

La situazione è, quindi, di estrema gravità: ci troviamo -è stato rimarcato durante l’iniziativa della Cia- davanti ad un immenso supermarket del “falso”, dell’”agro-scorretto”, del “bidone alimentare”. Il più “copiato” tra i prodotti Dop e Igp è il Parmigiano Reggiano. Ad esso appartiene il primato delle imitazioni. Il suo “tarocco” lo troviamo in Argentina, in Brasile, in Giappone, ma anche in Germania e nel Regno Unito. Seguono il Prosciutto di Parma e quello di San Daniele, il Grana Padano, la Mozzarella di bufala e l’Asiago. Una forte crescita di “falsi” si sta registrando in questi ultimi tempi anche per il Gorgonzola. E così lo troviamo sotto il nome di Tinboonzola e di Cambozola.

Ma per trovare i “falsi” Dop e Igp non c’è certo bisogno di andare all’estero. E’ sufficiente navigare in Internet per poter avere una vera e propria vetrina del “tarocco”. In molti siti si possono acquistare formaggi come il Parmesan o il Regianito, il Provolone e l’Asiago, prodotti nel Wisconsin (Usa), la Robiola del Canada, la Mozzarella del Texas, la Fontina “made in China”, i pomodori San Marzano coltivati in California, i fiaschi tricolore di Chianti, statunitensi e australiani, il Prosciutto di San Daniele di una ditta americana.

Per comprendere la gravità del problema delle imitazioni, nella seconda Conferenza economica della Cia è stato messo in risalto che durante il 2007 si sono più che triplicati i casi di sequestri di prodotti Dop e Igp contraffatti o falsificati effettuati alle dogane dei Paesi dell’Unione europea. Importazioni “taroccate”, come formaggi, vini, mele, salumi, che provenivano dai Paesi più disparati: Cina, Brasile, Australia, Sudafrica, Argentina, Canada.

La diffusione sul mercato globale di imitazioni di bassa qualità, oltre a colpire direttamente gli imprenditori nazionali, ai quali vengono tolti spazi di mercato, danneggia gravemente l'immagine del “made in Italy”, sia sui mercati tradizionali che su quelli emergenti come la Cina dove le falsificazioni sono arrivate prima dei prodotti autentici.

 

 

 

 

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