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10/lug/2008 12.30.00 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Al tracollo la suinicoltura italiana. L’impennata dei costi e i prezzistracciati rischiano di far chiudere molti allevamenti. Gravi riflessiper
il “made in Italy”. Tavolo di confronto al ministero per misureconcrete
 
 
La Cia lancia l’allarme: gli allevatori vivono una situazione ormaiinsostenibile. I redditi si sono praticamente tagliati. Mangimi semprepiù alle stelle. Il presidente Politi: il ministro Zaia deve intervenireimmediatamente. Alleggerire il “peso” del credito bancario e ridurre glioneri fiscali e tributari, come è avvenuto per altre crisi disettore. 
 
La suinicoltura italiana è ormai al tracollo. Molti allevamenti, oberatida pesantissimi costi di produzioni e alle prese con prezzi in cadutalibera, sono a rischio chiusura, mentre il nostro Paese è sempre piùinvaso da prosciutti e salami stranieri (875 mila tonnellate per unvalore di oltre 1 miliardo e 700 milioni di euro l’import del 2007, conoltre 60 milioni di cosce fresche di maiale). Una crisi profonda etraumatica che sta gettando nella disperazione un’intera categoria.Servono, quindi, immediate misure di carattere fiscale, tributario ecreditizio. Da qui l’esigenza di un’immediata convocazione da parte delministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Luca Zaia di unTavolo di confronto dove affrontare in maniera concreta i gravi problemidel settore. E’ quanto sollecita il presidente della laCia-Confederazione italiana agricoltori Giuseppe Politi, fortementepreoccupato per una situazione che ha provocato pesanti sconvolgimentinelle aziende e un taglio radicale dei redditi dei produttori.
            Gliallevatori -ricorda la Cia- sono allo stremo e non possono più operare inqueste particolari condizioni. Basti pensare che nello scorso anno ilprezzo medio dei suini è diminuito dell’8 per cento rispetto al 2006,mentre il costo dei cereali e dei semi oleosi indispensabili perl’allevamento ha fatto registrare impennate vertiginose: il maisnazionale è cresciuto del 33,6 per cento, l’orzo estero del 44,6 percento, la farina di soia estera del 30,7 per cento, la crusca di frumentotenero del 55 per cento.
            Anchei prezzi rilevati dagli ultimi mercati di Milano e Mantova -afferma laCia- continuano, di fatto, a confermare vecchie quotazioni, mentre quellodi Modena ha fatto registrare in questi giorni, addirittura, un’ulteriorediminuzione.
            Percomprendere le difficoltà degli allevatori, basta rilevare che, fattocento il valore del suino pagato dal consumatore, solo il 14, 8 per centova all’allevatore. Nel 2001 il suinicoltore incideva per il 21,1 percento. In sette anni un “taglio” del 6,3 per cento.
            Perquanto concerne le misure da adottare in tempi rapidi, la Cia sottolineal’esigenza di alleggerire il “peso” del credito bancario nei confrontidelle imprese suinicole. Va, inoltre, attuata una riduzione dell’onerefiscale e tributario, prevedendo strumenti già utilizzati in altresituazioni di settori in crisi.
Non solo. Segnali negativi arrivano anche dalle vendite. Gli stessiconsumi domestici di carne suina fresca, secondo i dati del PanelIsmea-ACNielsen, sono scesi, sempre nello scorso anno, del 4,6 per centoe quelli di salumi dell’1,1 per cento (meno 0,6 per cento quelli Dop).Dati che fotografano uno scenario carico di nubi oscure che, se non siinterviene in modo realmente incisivo, c’è il fondato pericolo di averepesanti contraccolpi, non solo in termini economici ma ancheoccupazionali.
E su tutto incombe, inoltre, la minaccia straniera. Ormai tre prosciutti(cotti e crudi) su quattro sono stranieri. E con nomi di fantasia sicerca anche di confondere il consumatore spacciandoli per “made inItaly”: “prosciutto del contadino”, “prosciutto nostrano”, “prosciutto dimontagna”, “dolce di Langhirano”.
L’importanza del settore suinicolo italiano -conclude la Cia- viene danumeri che sono significativi. Sono oltre 100 mila le aziende, con oltre9 milioni di capi suini. Il valore al consumo della carne suina è di 1,2miliardi, quello dei salumi di 3,6 miliardi (460 milioni per le Dop).Solo nello scorso anno sono stati prodotti 9 milioni 900 mila prosciuttidi Parma (con un giro d’affari di 1,7 miliardi di euro), mentre quelli diSan Daniele sono stati circa 2 milioni e 700 mila.
 
 
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