Consumi: il “bio” non conosce crisi. Ma le nostre tavole rischiano di essere invase da prodotti esteri. In Italia calano aziende e colture

Se non si inverte questo trend -avverte la Cia- si corre il pericolo che il "bio made in Italy" non riesca più a soddisfare la richiesta dei consumatori e che sulle nostre tavole arrivino prodotti dall'estero.

10/set/2008 12.47.00 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Consumi: il “bio” non conosce crisi. Ma le nostre tavole rischiano
di essere invase da prodotti esteri. In Italia calano aziende e colture
 
Alla vigilia del sana di Bologna, la Cia sottolinea che, nonostante il calo delle vendite dell’alimentare tradizionale, gli acquisti biologici da parte delle famiglie continuano a crescere (più 10 per cento nel 2007 e più 6 per cento nel primo semestre 2008). Preoccupano, però, la situazione produttiva del settore e le difficoltà degli imprenditori.
 
Mentre l’alimentare tradizionale tira la cinghia, il “bio” non consce crisi. I consumi continuano a crescere (più 10 per cento nel 2007 e più 6 per cento nel primo semestre 2008), ma c’è il rischio che le nostre tavole vengano invase da prodotti stranieri, visto che in Italia diminuiscono aziende e superfici coltivate a biologico. A sostenerlo è la Cia-Confederazione italiana agricoltori alla vigilia del Sana di Bologna (Salone dell’alimentazione naturale) al quale parteciperà con la sua associazione per l’agricoltura biologica Anabio.
            Dunque, un “bio” -afferma la Cia- a due facce. Se da una parte c’è soddisfazione per l’aumento degli acquisti delle famiglie, dall’altra c’è preoccupazione per una situazione produttiva che inverte la tendenza e registra un calo (meno 5 per cento) delle superfici certificate e degli operatori (meno 2 per cento) che oggi rappresentano il 3 per cento del totale. Un quadro determinato da una scarsa attenzione nei confronti del biologico, sia a livello centrale che regionale. Da qui l’esigenza di politiche e di interventi incisivi per ridare slancio al settore.
            Se non si inverte questo trend -avverte la Cia- si corre il pericolo che il “bio made in Italy” non riesca più a soddisfare la richiesta dei consumatori e che sulle nostre tavole arrivino prodotti dall’estero. Così l’Italia, che attualmente è prima in Europa per produzione ed esportazione di produzioni biologiche e quinta a livello mondiale, rischia di trovarsi a fronteggiare una vera e propria invasione di alimenti stranieri.
            La crescita dei consumi -sostiene la Cia- ha interessato, come si ricava dai dati Ismea/Nielsen tutte le categorie di prodotti biologici sia quelli confezionati (le cui vendite sono aumentate del 10,2 per cento nel 2007 e del 6 per cento nel primo semestre) che quelli sfusi (più 5 per cento nel 2007 e del 4 per cento nel primo semestre 2008).
            Nel settore dei prodotti confezionati -ricorda la Cia- l’impennate più vistose nei consumi si hanno per l’ortofrutta (più 25,2 per cento nel 2007 e più 18,4 per cento nel primo semestre del 2008), per gli alimenti per l’infanzia (più 36,4 per cento e più 17,6 per cento), per la pasta e il riso (più 13 per cento e più 32 per cento), per il pane e i suoi sostituti (più 32,4 per cento nel primo semestre 2008).
            Sempre nel settore del “bio” confezionato, da rilevare che a livello geografico nel 2007 si è avuta una forte crescita nel Nord (tra più 15 e più 17 per cento). Più contenuto l’aumento nel Sud (più 3,4 per cento); mentre nel Centro si registra una flessione (4,5 per cento).
            Per quanto riguarda i prodotti sfusi, si hanno -rileva la Cia- incrementi nei consumi dei formaggi (più 2,1 per cento nel 2007 e più 5,6 per cento nei primi sei mesi del 2008), negli ortaggi (più 9,4 per cento e più 2 per cento), nella frutta (più 3,4 per cento e più 3,5 per cento).
            Per quanto concerne, invece, i canali distributivi del “bio”, la Cia evidenzia che il 45 per cento degli acquisti avviene nei supermercati ed ipermercati, il 26 per cento nei negozi specializzati, il 9 per cento nella vendita diretta e il 20 per cento da parte dei gruppi d’acquisto solidali e nel dettaglio tradizionale.
            La Cia rimarca, inoltre, che il fatturato annuo della grande distribuzione derivante da prodotti biologici supera i 400 milioni. Tra i 200 e i 250 milioni di euro è compreso quello della ristorazione collettiva (in gran parte mense scolastiche), mentre supera gli 800 milioni di euro l’export. Canale specializzato, vendite dirette dei produttori, erboristerie, gruppi d’acquisto, consegne a domicilio e dettaglio tradizionale hanno un fatturato di circa 1.300 milioni di euro.
 Consumi “bio” in Italia

2007/2006 Primo semestre 2008/2007
Prodotti confezionati + 10,2 % + 6,0 %
Lattiero caseari + 9,2 % + 5,7 %
Ortofrutta + 25,2 % + 18,4 %
Alimenti per l’infanzia + 36,4 % + 17,6 %
Pasta e riso +13,0 % + 32,0 %
Pane e sostituti - 3,1 % + 32,4 %
Miele + 4,8 % + 5,3 %
Prodotti sfusi + 5,0 % + 4,0 %
Formaggi + 2,1 % + 5,6 %
Ortaggi + 9,4 % + 2,0 %
Frutta + 3,4 % + 3,5 %


Dove si acquista “bio”

Supermercati e ipermercati 45 %
Negozi specializzati 26 %
Vendita diretta 9 %
Altro
(gruppi d’acquisto solidali e dettaglio tradizionale) 20 %

Elaborazioni Cia-Confederazione italiana agricoltori su dati Ismea/Nielsen

Chi è il consumatore “bio”
 
Acquista prodotti biologici almeno occasionalmente oltre il 70 per cento degli italiani, ma i l consumatore più frequente e fedele si può rappresentare come una donna dai 25 ai 44 anni, con un figlio oltre gli 11 anni, di classe (e reddito) media o medio-alta, diplomata o laureata, che vive nelle regioni del nord ovest e del nord est.
Il motivo principale per cui acquista biologico è l’assenza di pesticidi e fertilizzanti sintetici, di Ogm e additivi, come anche intolleranze e allergie alimentari, seguite da motivazioni di tenore ambientale.
Ben il 17 per cento consuma prodotti biologici dietro consiglio del medico. Un’indagine svolta da “NaturaSì” (catena di oltre 60 supermercati biologici) rivela che i suoi consumatori sono per il 23,6 per cento impiegati, per il 9,9 per cento insegnanti, per il 5,2 per cento professionisti, per il 4,5 per cento medici, il 10,9 per cento è costituito da casalinghe, il 9,2 per cento da pensionati.
Per quanto riguarda l’età, il 18 per cento ha da 25 a 34 anni, il 38 per cento dai 35 ai 44 anni e il 24 per cento dai 45 ai 54. Il 50 per cento ha un diploma di scuola media superiore, il 3 per cento una laurea breve e il 35 per cento la laurea.

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