Parmigiano Reggiano in crisi. Prezzi sempre più stracciati Pesanti le responsabilità della Grande distribuzione

02/ott/2008 15.41.29 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Parmigiano Reggiano in crisi. Prezzi sempre più stracciati
Pesanti le responsabilità della Grande distribuzione
 
La Cia segnala una situazione molto complessa e difficile Alla riduzione della produzione ha corrisposto una drastica riduzione delle quotazioni al produttore, mentre i costi continuano a crescere. Chiesto l’intervento del ministro Zaia.
 
Parmigiano Reggiano in profonda crisi. Per il quarto anno consecutivo, dopo una breve pausa al rialzo alla fine del 2007, i prezzi al produttore del “re dei formaggi” continuano a calare e registrano livelli insufficienti a coprire i costi di produzione, che, al contrario, hanno subito una pesante crescita. Le quotazioni all’origine si aggirano oggi intorno ai 7-7,5 euro/kg. La riduzione media del prezzo è stata negli ultimi mesi di circa il 4,7 per cento, che si aggiunge al meno 30 per cento già registrato dal 2003 al 2007. Il fenomeno presenta, quindi, un carattere ormai strutturale. A sostenerlo è la Cia-Confederazione italiana agricoltori preoccupata per una situazione che si fa sempre più difficile soprattutto a causa del comportamento della Grande distribuzione organizzata (GDO) che mantiene livelli insostenibilmente di bassi prezzi e per questo ha chiesto al ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Luca Zaia di attivare lo stato di crisi e stabilire interventi a sostegno del settore.
I costi di produzione del latte da destinare alla trasformazione casearia -rileva la Cia- si aggirano intorno ai 40-45 euro/quintale in pianura e ai 50-55 euro/quintale in montagna: in particolare, nell’ultimo anno si è registrato un più 14,8 per cento per i mangimi, più 13,8 per cento per l’energia, più 52,3 per cento per i concimi. Per coprire i costi di produzione degli allevatori da latte il prezzo all’origine del Parmigiano dovrebbe raggiungere almeno gli 8-8,5 euro/kg per il prodotto di pianura e i 9-9,5 euro/kg per il prodotto di montagna. Quindi, per garantire almeno una situazione di pareggio tra costi e ricavi degli allevatori si dovrebbe garantire un aumento di prezzo del formaggio di 1-1,5 euro/quintale.
La mancata copertura dei crescenti costi di produzione per un lungo periodo ha determinato una forte, ormai insostenibile, esposizione finanziaria da parte degli allevatori. Parliamo del 30 per cento circa dei produttori. Molte aziende -sostiene la Cia- che avevano creduto nella necessità di un rinnovamento strutturale dell’azienda, ricorrendo all’indebitamento bancario, sono esposti al rischio di insolvenza a causa dei mancati ricavi per il crollo dei prezzi. Risulta, pertanto, insostenibile per gli allevatori proseguire la produzione della materia prima per un prodotto che è l’emblema del Made in Italy nel mondo.
La riduzione della produzione come strumento di controllo del prezzo non ha dato i suoi frutti: a fronte di un contenimento produttivo che alla fine dell’anno si stima raggiungerà un per 4-5 per cento, i prezzi alla produzione non traggono beneficio.
A chi attribuire la responsabilità di questa situazione? Innanzitutto, alla GDO, principale e crescente luogo di acquisto di Parmigiano Reggiano (più 1,8 per cento nei primi cinque mesi del 2008, a fronte di un equivalente calo del dettaglio tradizionale), la quale offre il prodotto -nota la Cia- in continua promozione presso gli scaffali dei propri punti vendita, poiché, come noto, questo prodotto di larghissimo consumo agisce da effetto traino sugli acquisti degli altri prodotti alimentari. Negli ultimi quattro anni il prezzo finale alla GDO si è posizionato ben al di sotto dei 15 euro/kg, ma si trova un prodotto di ottima qualità persino ad 8,90 euro/kg. Questa politica commerciale viene addossata totalmente sul produttore: in questo periodo, infatti, il prezzo di acquisto da parte della GDO del Parmigiano Reggiano stagionato 20-24 mesi è di 7,5 euro/kg.
Il sistema di acquisto del prodotto da parte della GDO viola, ad avviso della Cia, le normali regole del libero mercato, agendo in posizione di stretto oligopolio: esistono in Italia 5 centrali di acquisto, di cui la principale è quella di Coop Italia che detiene il 25 per cento della distribuzione del prodotto ed agisce da price maker sul mercato. Le centrali di acquisto detengono il controllo del prezzo e riescono a condizionare indirettamente anche la quantità prodotta.
E’ pur vero che l’attuale sistema dei Consorzi andrebbe valutato alla luce dell’esigenza di rafforzare l’organizzazione di prodotto. Non è più sufficiente la programmazione produttiva, bisogna andare verso organizzazioni di prodotto molto più forti, che non agiscano solo nel controllo della produzione. Occorre -afferma la Cia- una strategia di filiera attraverso l’istituzione di un Tavolo interprofessionale che riunisca produttori, stagionatori, trasformatori ed anche commercianti per rendere più trasparente ed efficiente la filiera e stabilire un prezzo minimo alla produzione.
 Occorre, inoltre, riuscire a valorizzare chi produce per la qualità: ad oggi, i produttori impegnati in processi di miglioramento della qualità o danno vita a nicchie produttive o sono in procinto di chiudere. Una nuova strategia produttiva e commerciale del prodotto presuppone, ovviamente, anche il sostegno finanziario del sistema creditizio. Il settore, già colpito dal diffuso rischio di insolvibilità, potrebbe ad esempio beneficiare di misure di rateizzazione a medio-lungo termine del debito a breve. Il rafforzamento dei produttori -conclude la Cia- è determinante al fine di evitare che si realizzi nel Parmigiano Reggiano un fenomeno crescente in altri comparti, ovvero la creazione di linee produttive “private label” (marchio proprio), a totale controllo della catena distributiva.
 
 
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