Inflazione: quattro famiglie su dieci modificano le abitudini a tavola. Alimentari sempre troppo cari

E proprio i rincari che si sono generati lungo la filiera agroalimentare -rileva la Cia- hanno spinto le famiglie italiane a cambiare la spesa per la tavola.

23/feb/2009 13.07.24 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Inflazione: quattro famiglie su dieci modificano    
le abitudini a tavola. Alimentari sempre troppo cari
 
La Cia, commentando i dati Istat sul costo della vita a gennaio, evidenzia che i listini al dettaglio, nonostante il calo delle quotazioni sui campi, continuano a restare ancora molto elevati. La stragrande maggioranza degli italiani è convinta che gli aumenti siano dovuti ai tanti passaggi nella filiera.
 
Quattro famiglie italiane su dieci hanno modificato le loro abitudini a tavola, il 35 per cento limita gli acquisti o sceglie prodotti di qualità inferiore; il 65 per cento è convinto che gli aumenti dei prezzi sono dovuti ai troppi passaggi della filiera (dal campo allo scaffale); il 75 per cento ritiene fondamentale l’indicazione sui listini del “doppio prezzo” (origine e dettaglio). E’ quanto rileva la Cia-Confederazione italiana agricoltori che, a commento dei dati Istat sull’inflazione a gennaio, ricorda i risultati di un’indagine condotta sul territorio nazionale anche sulla base dei dati Istat ed Ismea-AC Nielsen.
E proprio i rincari che si sono generati lungo la filiera agroalimentare -rileva la Cia- hanno spinto le famiglie italiane a cambiare la spesa per la tavola. E così nel 2008 si è consumato, in quantità, più pollo (più 3,5 per cento) e meno carne bovina (meno 0,4 per cento), più maiale, salumi e insaccati (più 2,5 per cento), meno pane (meno 2,4 per cento) e più frutta (più 2,6 per cento) e ortaggi (più 0,2 per cento), meno formaggi (meno 0,7 per cento) e più latte (più 1,6 per cento), più pasta (più 1,2 per cento), meno pesce (meno 1,5 per cento), meno olio d’oliva (meno 0,9 per cento), meno vino (meno 1,6 per cento) e più derivati del latte (yogurt, in particolare, cresciuti del 2,7 per cento).
Il dato sui consumi di pasta, che crescono nonostante i vertiginosi rincari (più 28,2 per cento), può sembrare contrastante. Però gli italiani hanno incrementato l’acquisto di pasta il cui prezzo, pur in presenza dei rincari, appare ancora il più “abbordabile” per le loro tasche svuotate dalla crisi.
Il 33,5 per cento delle famiglie -rileva ancora l’indagine Cia- limita l’acquisto o sceglie qualità inferiore di pane; il 35 per cento di pasta; il 43,5 per cento di frutta; il 46 per cento di carne bovina; il 48 per cento di pesce.
Per questo motivo 3/4 delle famiglie italiane -sostiene l’indagine Cia- chiede che venga applicato sui listini dei prodotti alimentari il “doppio prezzo”. Viene ritenuto uno strumento utile per fare chiarezza e per contrastare speculazioni e rincari artificiosi. E tutto ciò si riscontra nel successo della Petizione popolare della Cia proprio sul “doppio prezzo”. Sono state raccolte centinaia di migliaia di firme in tutta Italia.
L’agricoltura, insomma, ha dato il suo contributo alla frenata dell’inflazione, ma -rimarca la Cia- i prezzi alimentari al dettaglio non hanno registrato un andamento al ribasso. Restano, infatti, ancora elevati (più 3,8 per cento a gennaio) rispetto alle quotazioni praticate sui campi (meno 7 per cento nel 2008 nei confronti del 2007).
Nel 2008 -avverte la Cia- i prezzi degli alimentari al consumo hanno avuto una crescita tendenziale del 4,3 per cento, alla quale si è contrapposta, invece, una flessione dei listini all’origine, che ha toccato anche cali record come per il grano duro (circa 50 per cento in meno rispetto al 2007). Un eguale andamento, purtroppo, non si è avuto nei vari passaggi della filiera e così i prodotti alimentari non hanno avuto, al dettaglio, la tanto attesa diminuzione. Si hanno, soltanto, lievi correzioni al ribasso: si è passati dal più 4,3 per cento di dicembre al più 3,8 per cento di gennaio. Troppo poco. I listini, nel complesso, hanno mantenuto livelli eccessivamente alti e alcune quotazioni non trovano alcuna giustificazione (è soprattutto il caso della pasta rincarata del 25,5 per cento).
 
 
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