Sui fabbricati rurali torna la minaccia dell’Ici . Politi scrive al ministro Tremonti: fare subito chiarezza Evitare un dannoso contenzioso tra i comuni e gli agricoltori

10/nov/2009 11.36.25 Confederazione italiana agricoltori Contatta l'autore

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Sui fabbricati rurali torna la minaccia dell’Ici. Politi
scrive al ministro Tremonti: fare subito chiarezza
Evitare un dannoso contenzioso tra i comuni e gli agricoltori
 
Il presidente della Cia, nella lettera, sottolinea che una lacunosa ed incompleta pronuncia della Cassazione può spingere molte amministrazioni comunali a richiedere il pagamento dell’imposta da parte dei produttori agricoli. Il problema sembrava definitivamente chiuso, ma ora rischia di aprirsi di nuovo.
 
Il problema Ici pende ancora minaccioso sui fabbricati rurali. La questione, che sembrava definitivamente risolta negli scorsi mesi, è oggi tornata di estrema attualità e molti imprenditori agricoli si potrebbero trovare costretti a pagare l’imposta. Il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori Giuseppe Politi ha, quindi, sollecitato, in una lettera, il pronto intervento del ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
Nella lettera al ministro, Politi segnala “l’atteggiamento vessatorio tenuto da una larga parte delle istituzioni locali nei confronti del mondo agricolo in ordine all’Ici sui fabbricati rurali utilizzati dell’imprenditore agricolo e dalla sua famiglia sia a fini abitativi che strumentali all’esercizio dell’attività agricola”.
“Ritenevo -scrive il presidente della Cia- tale situazione definitivamente e correttamente precisata in primis attraverso la ridefinizione dei requisiti di ruralità fiscale dei fabbricati agricoli ad opera dell’articolo 42 del Dl 159/07, poi convertito nella legge 222/07, successivamente mediante una norma di interpretazione autentica contenuta nel Dl 207/08, poi in legge 14/09, con cui il legislatore non ha fatto altro che esplicitare, a beneficio dei Comuni, l’estraneità dei fabbricati rurali dall’assoggettamento alla disciplina Ici di cui al D.Lgs 504/92”.
Purtroppo, una lacunosa ed incompleta pronuncia del supremi giudici di Cassazione (la n. 18565 dello scorso 21 agosto 2009) sulla classificazione catastale dei fabbricati rurali “è destinata -afferma il presidente della Cia- a ridestare l’attenzione ‘morbosa’ di molte Amministrazioni locali che, a malincuore, erano state costrette a desistere dalle immotivate pretese tributarie nei confronti degli agricoltori”.
A parere della Corte di Cassazione, infatti, possono essere considerati rurali solo quegli immobili accatastati in categoria A/6 se ad uso abitativo o D/10 se strumentali alle attività agricole; ponendosi, così, addirittura in aperto contrasto con le regole di accatastamento dei fabbricati rurali.
“Regole -scrive il presidente della Cia- dettate dall’articolo 1, comma 1 del Dpr n. 139 del 1998 che prevede, per i fabbricati rurali, l’attribuzione della categoria catastale in base alle caratteristiche oggettive dell’unità immobiliare e ciò a prescindere dalla qualifica di ruralità; a cui occorre aggiungere il riferimento ai requisiti per il riconoscimento della ruralità fiscale in cui, fra l’altro, si precisa che un fabbricato rurale ad uso abitativo non può appartenere alle categorie A/1 ed A/8 ovvero avere caratteristiche di immobile di lusso, ma senz’altro appartenere ad una delle altre categorie previste dalla classificazione catastale”.
“Gli stessi Uffici dell’Agenzia del Territorio -fa presente Politi al ministro Tremonti- hanno applicato pedissequamente tali percetti, così come troverà ormai non più utilizzata la categoria catastale A/6 essendo venute meno quelle caratteristiche oggettive che un tempo consentivano l’utilizzo di questa tipologia; peraltro allora non a favore degli agricoltori che avevano i propri fabbricati rappresentati esclusivamente nel catasto dei terreni, ma di quei possessori il cui fabbricato, ubicato al di fuori del perimetro urbano, aveva caratteristiche di fabbricato rurale”.
Da qui la richiesta del presidente della Cia al ministro Tremonti “di intervenire tempestivamente a risolvere una situazione al limite del paradosso, destinata, in assenza di una chiaro e risolutivo pronunciamento istituzionale, a rinfocolare un inutile e dannoso contenzioso tra i comuni e gli agricoltori”.
 
 
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