Processo lungo, non giustizia ma vendetta. Di Nicolò Morachiello

La prima vede lo Stato, per mezzo degli organi detentori del potere giurisdizionale, investito del Diritto, a tutela della "sicurezza collettiva" (o, come lamentava Benedetto Croce parlando del regno di Napoli retto dai Borboni, della oligarchia dominante), di tenere un cittadino sotto processo o sotto pressione per tutto il tempo ritenuto opportuno.

18/nov/2009 01.53.00 IP Report Contatta l'autore

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Due filosofie antitetiche emergono dal recente dibattito politico sulla riduzione della durata del processo. Da una parte una visione che potremmo definire "statalista", dall'altra una prettamente liberale. 

La prima vede lo Stato, per mezzo degli organi detentori del potere giurisdizionale, investito del Diritto, a tutela della “sicurezza collettiva” (o, come lamentava Benedetto Croce parlando del regno di Napoli retto dai Borboni, della oligarchia dominante), di tenere un cittadino sotto processo o sotto pressione per tutto il tempo ritenuto opportuno.  

Il concetto implica che l’errore giudiziario o la persecuzione giudiziaria siano tollerati perché, per la sicurezza della società, si ritiene più  opportuno che un presunto innocente venga condannato ingiustamente e che la sua vita venga rovinata, piuttosto che un presunto criminale venga lasciato a piede libero. In questo tipo di Stato è accettabile che un cittadino viva sotto processo per tutta una vita o per un tempo indefinito deciso da chi lo giudica, e non da leggi precise.
 

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