LA PADANIA 5 GIUGNO LA GIURISPRUDENZA NON LASCIA LA VETERINARIA IN MUTANDE

06/apr/2011 20.26.50 Chiliamacisegua Contatta l'autore

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LA PADANIA 5 GIUGNO LA GIURISPRUDENZA NON LASCIA LA VETERINARIA IN MUTANDE

Un cane vale una mutanda? Mah...
Vediamo la questione che ci pone questa settimana con ironica e dissacrante verita' la Padania.

Domanda: ma se si sequestrano due paia di mutande rubate al supermercato perche' prova del reato in flagranza, com'e' che troppo spesso e volentieri la polizia giudiziaria in divisa e quella non in divisa come i veterinari pubblici non sequestrano gli animali o i canili vittime di maltrattamento?
Eppure, come ci spiega e argomenta in questo preziosissimo 'bigino' di incontestabile giurisprudenza, Stefania Piazzo, che fa giusta sintesi delle sentenze della Cassazione che la Lav propone come strumento di lotta al crimine, veterinari pubblici e pg possono e devono procedere al sequestro anche senza bussare al magistrato.

Ci spiace, non hanno alibi.

Peggio, commettono omissione e concorrono al reato che non denunciano. Sorte che e' capitata, cita la Piazzo, soffermandosi sulla testimonianza di un magistrato di Cassazione, a due tecnici ambientali in Friuli che addirittura erano solo dei pubblici ufficiali.

Sono stati interdetti dai pubblici uffici.

Forza, allora, teniamoci cara questa nuova puntata sull'Italia bestiale che va a stanare l'inerzia delle asl e di certe forze di polizia, una paginetta ad uso e consumo dei volontari, delle associazioni, degli Sportelli a 4 zampe d'Italia.

E chi dice che non e' compito suo sappia che la Cassazione si e' gia' espressa.

La veterinaria vuol restare in mutande?

Buona lettura

Chiliamacisegua

www.chiliamacisegua.org

 

OTTANTANOVESIMA PUNTATA

LA GIURISPRUDENZA NON LASCIA LA VETERINARIA IN MUTANDE

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Convegno Lav a Milano con la Task force, ritardi e vuoti culturali nella difesa di chi deve tutelare il benessere animale

 

 Viaggio nell’Italia Bestiale

“E’ inutile che ci diciamo che ci vogliamo bene e che siamo bravi. Se siamo amici pietosi non curiamo l’amico che sbaglia”. Francamente quando un magistrato di Cassazione che fa giurisprudenza in materia ambientale e in diritti degli animali come Maurizio Santoloci parla ad una platea scelta di tecnici, di ufficiali di polizia giudiziaria, di veterinari pubblici ufficiali anche nella veste di ufficiali di pg, come ha fatto l’altro giorno allo strepitoso convegno che la Lav di Gianluca Felicetti ha organizzato a Milano, ospite dell’auditorium della Provincia e del suo Garante per gli animali, allora c’è non solo da
riflettere.
C’è da rivoltarsi come un calzino. Senza fare musi. Perché è un monito, un elegante invito a curarsi prima di “curare”, ovvero di spogliarsi della propria immunità istituzionale o professionale e corporativa e chiedersi perché ci sono situazioni in cui il dolore e il maltrattamento animale sono reato e vanno a processo contro altre situazioni che reato non lo diventano mai, e che processi non ne vedono mai. Nonostante il reato. Le forze dell’ordine e i veterinari cosa  vedono?
Il tema è di quelli da 90, con la partecipazione del ministero della Salute,  nella veste dell’Unità operativa, la Task Force per il benessere animale e contro i canili lager, coordinata dalla dr. Rosalba Matassa che di relazioni “va tutto bene” delle asl e delle forze dell’ordine deputate a rilevare i reati ne ha ormai pieni i cassetti, accanto ai cassetti in cui il ministero certifica che invece “molto va male”.

Il problema, in parte, è di assenza di cultura. Deficere è la parola tormentone.
Che fa il paio con quel colpevole “non facere” più volte rimarcato  dall’inappuntabile procuratore capo presso la Procura della Repubblica di Bolzano, Guido Rispoli. Fuori dai denti, c’è chi non fa una beata… speranza…
Insomma, al convegno”La sofferenza animale tra aspetti etologici, veterinari e di diritto” ha centrato il segno: c’è chi fa e chi non fa. Si può tacere? Manco per sogno. A Santoloci, peraltro direttore dell’ufficio legale Lav va, accanto alla collega avvocato dell’associazione, Carla Campanaro, tutto il plauso per  aver segnato la riga del confronto. Eccolo. Tutte le legislazioni in fatto di sofferenza, maltrattamento, sevizia, angoscia, paura, lesione, danno alla salute, sono avanti, da quella europea a quella dei trattati internazionali, alla giurisprudenza, alla Cassazione e sino alle leggi nazionali alle quali, ordinanze del sottosegretario Francesca Martini comprese, non manca nulla.
Quella che manca è una risposta a due episodi facili facili, tanto per fare un esempio come ha fatto didatticamente per il primo caso l’avv. Campanaro. Ironia della sorte, oggetto del contendere è un asino. Non gli danno da mangiare da dieci giorni, è denutrito. Ma per il veterinario dell’asl non c’è maltrattamento. Non ci sono leggi nazionali né giurisprudenza che tengano per l’infallibile pubblico ufficiale. Quando poi miracolosamente si è arrivati al sequestro della bestiola, l’asino non c’è più. Scomparso col maltrattamento fantasma. Due fantasmi. Certo, è un caso, ma è un caso sui tanti che evidenziano  uno stato di malessere formativo. Di vuoto culturale, di inadeguatezza. Vogliamo parlare dei dieci anni di benessere certificato nel lager indiscusso di Poggio Sannita, di recente smantellato dalla Task Force che ha fortunatamente posto la parola fine ai nullaosta pubblici della beauty farm? Il maltrattamento per chi doveva intervenire era altro. Bastonate? Chissà. Se poi l’animale torna a mangiare, questo basta, non conta neppure il contesto etologico, l’ambito di  relazione, il benessere. L’aspetto merceologico, economico, di res e non di essere senziente, è prevalente. La zootecnia contro il nuovo e consolidato approccio che ha il resto del mondo, che è arrivato prima di molte asl e forze di polizia a capire di che si parla.
D’altra parte se lo Stato ha ritenuto necessario l’istituzione di una Task Force per contrastare i canili lager la cui vigilanza sanitaria ricade sulla sanità veterinaria pubblica e sulla polizia in senso ampio del termine, significa che, ammessa la buona fede e l’ignoranza, il concetto di sofferenza animale non è chiaro a tutte le categorie che gli animali li devono difendere dagli aguzzini.
Gli onesti e coraggiosi veterinari di frontiera minacciati dalle mafie sul territorio od operativi con mezzi di fortuna, soli contro tutti, sono un dato di fatto, come tuttavia lo è l’inerzia di certi ambiti nel denunciare con coraggio l’inerzia del resto della categoria in un grido di riscatto dal “non facere” che diventa omissione . Parola di magistrato di Cassazione. Santoloci, che è anche gip a Terni, non fa sconti e si rivolge ai veterinari e agli organi di polizia, la polizia giudiziaria in divisa, gli “amici” di cui sopra ai quali voler bene curando il male.
Prende come esempio la confisca, un gigante che lui definisce sotto il profilo pratico un gigante dai piedi d’argilla. Serve il sequestro. Ma non sequestrano.
Perché? “Manca un approccio culturale corretto da parte delle Forze di polizia e della veterinaria pubblica quando riveste anche il ruolo di polizia giudiziaria”. Vuoto formativo, vuoto professionale.
Cita casi di sequestro in flagranza di reato, per evitare la reiterazione del reato. E’ il momento in cui la pg ha “superpoteri”, più della magistratura che deve mettere d’accordo due magistrati per il via libera ad un sequestro. E’ infatti in quel preciso istante, sul luogo del maltrattamento o del reato che si consuma a danno di animali, che la pg come forza di frontiera, prima ancora della magistratura, ha il potere e, soprattutto, il dovere di agire. Pena l’omissione, il non facere. Eppure che accade?
“La pg si limita a dare comunicazione del reato, e basta!!! Fa il verbale di annotazione oppure si mette a discutere sul “a chi tocca operare il sequestro”.
Allora, dopo l’asino denutrito, ecco la mutanda da supermercato. “Ho giudicato di recente un caso in tribunale in cui oggetto del reato erano due slip rubati al supermercato. C’era la flagranza, si è provveduto all’arresto e al sequestro.
E allora mi chiedo - affonda il lucido direttore dell’ufficio legale Lav - se la polizia giudiziaria sequestra due mutande fabbricate pure in Cina, valore commerciale pari a due lire, perché non pone sotto sequestro l’animale o il canile vittime di un reato?”. Ritorna l’incubo: il vuoto di formazione, il vuoto  culturale.
E poi, ammesso si arrivi al dunque, che sequestro? Probatorio o preventivo?
Il sequestro probatorio, con l’elenco della spesa delle prove, fa tuttavia  scattare a breve il dissequestro. L’imputato ammette, dice che “sì, è vero, il reato c’è”. E il magistrato che fa? Dissequestra il bene sequestrato, visto che è stata ammesso il delitto. Allora, forse forse val la pena insegnare alla polizia giudiziaria la via sicura del sequestro preventivo che “non è solo di competenza del pubblico ministero, anzi!! Gli effetti che ha sono sani: evita il reiterarsi del reato, regge al riesame e alla pletora di avvocati della difesa, porta subito in giudizio”.
Il sequestro preventivo è cardine sicuro del successo. La polizia giudiziaria (l’ufficiale di pg) può procedere (articolo 321, comma 3 bis codice procedura penale) di iniziativa al sequestro preventivo (ad esempio l’animale in stato di sofferenza) quando non è possibile per motivi d’urgenza attendere il provvedimento del magistrato.
Quante volte sentiamo dire dai veterinari asl o dalla polizia: “Non lo posso fare, non spetta a me”. Non è così. Devono.
Ciò che conta è spiegare, inculcare, che il sequestro è possibile anche quando
l’illecito è cessato (Cassazione, sentenza n. 3145 del 18/12/2000) , che il sequestro è un atto dovuto (Cassazione, sentenza n. 5021 del 16/5/1996). Quanto all’esigenza cautelare del sequestro anche dopo che si è consumato il reato, c’è pure la sentenza n. 29480 del 2007: “…anche dopo la consumazione del reato”.
Ribadito e strascritto (così come la condotta omissiva, frutto del responsabile del “non facere” è punita e ben descritta ancora dalla Cassazione, sentenza n. 24743 del 26 marzo 2010).
Tradotto, che vuol dire questo stare a guardare e non denunciare? La Lav rimanda ad un articolo del codice penale, il 40, 2° comma. Non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo. “Amici miei, vale per la polizia giudiziaria in divisa così come per la veterinaria nelle vesti di pg che vedendo un reato con l’obbligo giuridico di denunciarlo, non denunciano nulla!”. Vuoto formativo, vuoto professionale. Ma anche reato penale. E’
omissione, si concorre al reato. L’obbligo di denuncia, sia chiaro, vale anche per i veterinari privati, che esercitano un servizio di pubblica necessità (art. 359, comma 1, codice penale).
Accademica e perfetta, che fa al caso nostro, è la recentissima sentenza della Cassazione, la 3634 di quest’anno e che ha come oggetto l’interdizione dai pubblici uffici di due tecnici dell’Arpa in Friuli Venezia Giulia che avevano omesso di denunciare una discarica abusiva. “Erano soltanto due pubblici ufficiali”. Né più né meno come tanti veterinari pubblici.

I due tecnici sono stati estromessi dai pubblici uffici. Avevano anche loro l’obbligo giuridico di impedire l’illecito e non lo hanno impedito e ne risponderanno in concorso.
Eppure la giurisprudenza, che non abbandona neppure gli asini, non li avrebbe lasciati in mutande.
Incrociamo in sala lo sguardo e il commento di Gianluca Scagliotti, legale della Lega nazionale per la difesa del cane: “Oh, Ste, quanti pubblici uffici e ambulatori veterinari si svuoterebbero?”.
s.piazzo@lapadania.net
(89-continua)

 

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