17/mar/2011 18.35.07 associazione euromediterranea Contatta l'autore

Questo comunicato è stato pubblicato più di 1 anno fa. Le informazioni su questa pagina potrebbero non essere attendibili.
Quest'anno l'Italia celebra il suo 150° anniversario dall'unità nazionale,
suggellata il 17 marzo 1861 da Vittorio Emanuele II, primo re d'Italia. Il
formarsi di un governo di tutta la nazione, seguito di una intensa e operosa
azione politica e patriottica, ha restituito al popolo italiano la fierezza
dell'unità culturale, linguistica e politica di un tempo. Noi Romeni d'Italia
ci uniamo con gioia a questo evento sentendoci partecipi non solo del presente
di questa grande nazione, ma anche del suo passato. Come Ortodossi esprimiamo
la nostra profonda attenzione e partecipazione a questo evento soprattutto con
la preghiera, auspicando da Dio che sull'Italia e sugli Italiani risplenda
sempre la luminosa esperienza della libertà conquistata in quegli anni di lotte
e speranze, che la portarono a godere dell'indipendenza e dell'autonomia di una
grande nazione. Questa attenzione spirituale non ci esime dal vivere ed
approfondire quegli eventi storici che caratterizzano non solo il nostro popolo
ma tutti quelli che in diversa misura fanno o hanno fatto parte della nostra
storia, e il nostro legame con l'Italia è anch’esso quasi bi-millenario.
Infatti la storia ha visto vicini i nostri popoli. Sin dall'epoca di Traiano il
popolo Daco ha conservato e coltivato nel tempo un legame non solo linguistico
(siamo identificati come l'isola latina nel mondo slavo) ma anche culturale:
nella coscienza nazionale vive la convinzione che siamo di stirpe romana, io
specificherei: anche romana.
Ma, per non entrare in merito ad un periodo storico lontano, seppur
interessante, e direi fondamentale per la costruzione dell'identità di ogni
popolo, vorrei soffermarmi su quegli aspetti, più recenti, che hanno visto sia
l'Italia che la "Romania" presi da quel movimento di unità che ha coinvolto
l'intellettualità e la politica del periodo in questione. Una proficua
letteratura del tempo ci testimonia di profonde relazioni tra Italia e Romania,
più precisamente, tra italiani e romeni che si prodigarono per realizzare
quell'unità nazionale frammentata da interessi di super potenze che ne
debilitavano le radici culturali e persino la dignità umana, di quei popoli che
mai avevano rinunciato ad essere un solo popolo sotto una sola bandiera. Il
Risorgimento fu il primo movimento ad avere successo nell'Italia geo-politica
frammentata.
Il movimento unitario è stato un rilevante e indiscutibile movimento
rivoluzionario che contribuì in maniera determinante a mettere in crisi
l'intero assetto europeo che il Congresso di Vienna del 1815 aveva ricostituito
dopo la débâcle napoleonica. La carboneria, poi la massoneria, prima nei moti
del 1820 e '21, poi quelli 1830, tentarono di rivendicare nuovi spazi di
libertà politica, sociale, economica, istituzionale. Il modello Italiano,
espressione di una coscienza nazionale da ricostruire e ricompattare, divenne
il modello anche per quella parte della Romania che anelava ai medesimi fini:
ricostruire l'unità della nazione. Marco Baratto, studioso e ricercatore
insigne di questo periodo, così scrive: Troppo spesso il nostro Risorgimento,
viene vissuto come un fenomeno puramente nazionale e non se ne apprezza la sua
portata europea, soprattutto non si apprezza il fatto che l’Italia , e il suo
processo unitario, fu un modello a cui guardavano con ammirazione le varie
nazionalità oppresse. Attraverso l’analisi delle motivazioni che spinsero
Cavour, Mazzini e Garibaldi ad interessarsi delle vicende delle popolazioni
dell’attuale Romania si vuole rendere onore, in occasione del 150° anniversario
dell’Unità d’Italia , previsto per il 2011 ed a quanti nel corso di tutto
questo tempo hanno reso possibile la costruzione di solide relazioni tra gli
italiani e rumeni.
Fu attorno alle personalità di spicco di Cavour e Giuseppe Mazzini che si
ispirerà il movimento di unità nazionale, già iniziata da Tudor Vladimirescu
che nel 1821 diede il via ad una prima rivolta che fallì miseramente,
capeggiata da Nicolae Balcescu. Simone Pelizza scrive: Un nuovo moto
rivoluzionario nel 1848 accrebbe la diaspora esterna, intensificando i legami
della causa romena con quelli degli altri movimenti nazionali europei. In
Italia questa operazione fu principalmente condotta dallo storico Nicolae
Balcescu, che ebbe molteplici contatti con la Giovine Italia di Mazzini. Morto
a Palermo nel novembre 1852, Balcescu impressionò gli intellettuali italiani
per il suo stile acuto e brillante, espresso in numerosi articoli pubblicati
sui principali quotidiani lombardi e piemontesi. Probabilmente fu questa
limpidezza retorica a guadagnare l'appoggio di Cesare Correnti alla causa
romena: dal 1855 lo scrittore milanese si dedicò infatti con straordinaria
passione a denunciare il calvario dei popoli danubiani, incrementando il favore
popolare nei loro confronti.
Non entriamo nei dettagli delle vicende storiche che determinarono
l'occupazione austriaca e l'inasprimento dell'opposizione ottomana e viennese
all'unione della Moldavia con la Valacchia, sta di fatto che fu l'appoggio dei
piemontesi, e di Cavour in particolare, che incoraggerà in seguito non solo la
resistenza ma anche sosterrà, a livello internazionale, la necessità che la
Moldavia e la Valacchia formino un solo stato. Subito dopo la chiusura della
conferenza di Parigi, i nazionalisti romeni si misero subito all'opera per
aggirare le restrizioni imposte arbitrariamente dalle grandi potenze. Grazie
all'impegno di leader carismatici come Ioan Manu e Stefan Catargiu, moldavi e
valacchi elessero infatti un unico gospodaro per entrambe le loro terre,
infrangendo esplicitamente il dettato stabilito dalla diplomazia
internazionale. Il prescelto fu il colonnello Alexander Ioan Cuza, eroe della
rivoluzione fallita di dieci anni prima ed esponente di spicco dell'assemblea
valacca. Liberale tutto d'un pezzo, Cuza odiava gli austriaci, di cui era stato
prigioniero dopo i moti del quarantotto, e godeva del pieno appoggio inglese
per via della sua moderazione politica. Fu un colpo da maestro, che mise
definitivamente fuori gioco il governo di Vienna.
Nonostante le accese proteste, infatti, Francesco Giuseppe non riuscì ad
invalidare l'elezione di Cuza, che ottenne invece il pieno riconoscimento di
Francia, Russia e Regno di Sardegna. Dal canto suo, il neo-eletto usò toni
estremamente cauti, curando con intelligenza la propria relazione personale con
Napoleone III, vero e proprio motore della politica europea di quegli anni. Nel
frattempo spedì il poeta Vasile Alexsandri come ambasciatore in giro per
l'Europa, cercando di convincere i vari stati a dare il loro appoggio alla
causa romena. A Torino l'improvvisato diplomatico ebbe un incontro assai
piacevole con Cavour e Vittorio Emanuele II, che assicurarono il loro pieno
sostegno al governo di Cuza.
E in effetti, pur impegnato nei preparativi per l'imminente conflitto con
l'Austria, il governo piemontese continuò a fornire aiuto prezioso ai patrioti
danubiani. Già nel febbraio 1859, Cavour presentò un progetto di legge per
istituire un consolato generale a Bucarest, riconoscendo ufficialmente
l'indipendenza politica romena; tale disposizione fu approvata a tempo di
record sia dalla Camera che dal Senato, coronando così una paziente strategia
diplomatica durata quasi tre anni. In estate, mentre infuriava la guerra in
Lombardia, fu inviato in Valacchia come rappresentante diplomatico Annibale
Strambio, che giocò un ruolo cruciale nella pacificazione tra romeni e turchi.
Le autorità di Costantinopoli erano infatti furiose per l'atteggiamento ribelle
di Cuza, che rifiutava di presentarsi al Sultano come semplice vassallo,
pretendendo invece gli onori abitualmente concessi agli altri sovrani d'Europa.
Insieme ai colleghi inglese e francese, Strambio convinse il governo turco
della futilità delle proprie lamentele, rimarcando il grave isolamento
internazionale in cui si trovava la Sublime Porta. La contemporanea sconfitta
dell'Austria in Italia convinse il Sultano della necessità di far buon viso a
cattivo gioco; nell'autunno 1860 Cuza fu ricevuto a Costantinopoli su un piano
di completa parità, ricevendo apprezzamenti lusinghieri dalle massime cariche
dello stato ottomano. La Romania era ormai de facto uno stato unito e
indipendente. Il 24 gennaio 1862 Cuza ufficializzò definitivamente la cosa,
insieme alla ratifica internazionale, con un proclama formale: "Rumeni,
l'unione è già fatta. La nazione rumena è fondata. Quest'atto grandioso che le
passate generazioni avevano desiderato, acclamato dall'Assemblea legislativa,
invocato da noi, fu riconosciuto dalla Sublime Porta e dalle Potenze garanti e
sta ora scritto nei diritti delle genti [...] Amate dunque la vostra patria e
sappiatela consolidare. Evviva la Romania!".
Si chiudeva così una lotta nazionale durata oltre tre decenni, sostenuta dal
sacrificio sincero di tanti patrioti e rivoluzionari. Ma anche dall'attiva
collaborazione del Regno di Sardegna, che aveva giocato un ruolo fondamentale
nel processo di unificazione romeno. Non a caso, Cuza fu uno dei primi monarchi
a congratularsi con Vittorio Emanuele II per la sua proclamazione a re d'Italia
nel marzo 1861, affermando la solenne fratellanza tra italiani e romeni. E
questa dichiarazione non fu solo una piaggeria diplomatica: negli anni
successivi, infatti, i rapporti tra i due regni rimasero estremamente cordiali
e produttivi, soprattutto sul piano culturale. Diversi studiosi italiani
contribuirono all'istituzione dell'Università di Bucarest, mentre studenti e
ufficiali romeni rifinivano la loro preparazione nelle accademie Italia. Il
tutto in un'atmosfera di genuino rispetto e amichevole confronto.
L'amicizia tra l'Italia e la Romania è tutt'altro che banale e superficiale: i
150 anni dell'Unità d'Italia rappresentano anche per noi una vittoria, una
riconquista del tessuto culturale unitario del popolo "romeno", che dopo il
grande periodo dell'impero romano ha conosciuto umiliazioni e subito
dominazioni che però non ne hanno spento la coscienza dell'unità culturale, di
un popolo la cui dignità risale a Decebal, uomo e signore dei Daci, le cui
gesta e il cui valore furono celebrati dal grande Traiano.
Altra figura di spicco per la politica della nascente Italia fu Giuseppe
Mazzini che sostenne ed avviò quel movimento politico segreto chiamato
"Giovane Italia", società che si definiva: "La fratellanza degli italiani,
credenti in una legge di progresso e di doveri; i quali, convinti che l'Italia
è chiamata ad essere Nazione che può con forze proprie chiamarsi tale che il
mal esito dei tentativi passati spetta, non alla debolezza, ma alla pessima
direzione degli elementi rivoluzionari, che il segreto della potenza è nella
costanza e nell'unità degli sforzi, uniti in associazione, il pensiero e
l'azione al grande intento di restituire l'Italia in Nazione di liberi e
uguali".
Il pensiero di Mazzini non si limitava all'ambito italiano, con profetica
visione si allargava all'intero continente europeo, tanto da spingerlo a
sostenere che: "Coi popoli aggiogati forzatamente al carro dell'Austria, coi
popoli che devono essi pure rivendicarsi libertà e indipendenza. Sia (…) la
guerra delle nazioni. Levate in alto la bandiera, non solamente d'un interesse
locale, ma di un principio, del principio che da oltre mezzo secolo ispira e
signoreggia ogni moto europeo. Scrivete sulla vostra le sante parole: per noi e
per voi; e agitatela, protetta da tutte le spade che possono snudarsi in
Italia, sugli occhi agli Ungheresi, ai Boemi, ai Serbi, ai Romeni, agli Slavi
meridionali, alle popolazioni bipartite fra l'Impero Austriaco e il Turco".
Così scrive lo storico Marco Baratto: Nel 1848 sull'Europa soffia il vento
della libertà, una dopo l'altra, rivoluzioni scoppiano a Parigi, Berlino, a
Vienna, a Milano: anche i rumeni innalzano la bandiera rivoluzionaria e
vogliono cambiare il paese. L'influenza del pensiero mazziniano sui
rivoluzionari romeni in maggioranza moldovalacchi , è riscontrabile nel
dibattito che seguì dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848/1849 e il
credo e il frasario mazziniani, allora familiari alla classe politica e alla
parte più evoluta del popolo romeno, fecero sì che la proposta di Mazzini di
una democrazia "Europea" e i suoi progetti federalisti, figurassero al primo
posto nei progetti delle società segrete romene nate ad imitazione della
"Giovane Italia".
Del resto, da tempo emissari del Mazzini erano attivi in terra romena, che era
la base di tanti piani e tentativi insurrezionali nell'Europa danubiano-
balcanica e in Polonia e i messaggi di Mazzini a coloro che egli non cesserà
mai di chiamare "i suoi amici di Bucarest", parlano di "concordanza di
dottrina, identità di fini e ricerca assidua d'operosa concordia".
Dopo la parentesi rivoluzionaria, l'attività svolta in esilio dai liberali
radicali romeni mirava a promuovere la cultura politica democratica e
repubblicana e, al ritorno in patria, le più belle pagine del loro giornale
"Românul" vennero dedicate all'illustrazione delle tesi mazziniane. "La Giovane
Romania" collaborò, fin dalla nascita, con il "Comitato di Londra" e partecipò
alle iniziative dell'Alleanza Repubblicana Universale.
Tra i fondatori: Nicolae Balcescu, Constantin Rossetti, i quattro fratelli
Golescu, i due Bratianu, tutti fervidi d'ingegno e operosità nella loro fede
europeistica. Identificando in Mazzini la guida indiscussa del movimento per la
trasformazione della carta geografica e dello spirito dell'Europa, Dumitru
Bratianu, quale rappresentante dei Romeni nel Comitato Democratico Europeo,
andrà a Londra per conoscerlo e stargli vicino.
Mazzini che riconosceva ai romeni un ruolo particolare nella futura Europa,
scriveva per l'appunto: "Tutte le nazioni erano uguali, dotate di una missione
e con il sacro diritto dell'iniziativa rivoluzionaria. Per quello che
riguardava la razza romena, [...] era chiamata a fare il collegamento tra la
razza slava e quella grecolatina ". Ricordiamo che, al pari di quello italiano,
il popolo romeno era frammentato tra Stati diversi e non tutti i patrioti
romeni seguivano la stessa linea. I movimenti insurrezionali del 1848, vedevano
avanzare richieste diverse da regione a regione. In Valacchia, si chiedeva la
fine del protettorato russo e del "Regolamento Organico", e la sua sostituzione
con la Costituzione Nazionale. In Moldavia, bastavano alcune semplici riforme
del "Regolamento Organico".
Trasilvania, che dopo la pace di Karlowitz era stata annessa all'Impero
d'Austria, si chiedeva parità con le altre nazionalità dell'impero e
soprattutto di non essere uniti con un eventuale stato maghiaro. Divisioni e
beghe tra i rivoluzionari romeni, tanto simili a quelle tra italiani, fecero
fallire entrambi i movimenti insurrezionali del 1848,1849 e 1853 e furono
giudicate con severità sia da Mazzini sia dal romeno Constantin Rossetti.
Il primo, nel 1850, nello scritto "Foi et Avenir" sosteneva "mancanza di
organizzazione, di unità, lotte meschine tra i vari gruppi politici sono
all'origine del fallimento della nostra impresa". Mentre, nel la contemporanea
"Cronica politica" del Rossetti, emerge un'interessante parallelismo, infatti,
il patriota romeno sosteneva: "Milano, Venezia, Roma e le altri parti
dell'Italia, invece di sollevarsi insieme tutte d'un colpo, rovesciando tutti
gli imperatori, di proclamare la Repubblica Italiana, una sola stanza e un solo
governo popolare e repubblicano, si alzarono a turno... Così, anche noi romeni
ci alzammo solo in parte e a turno". Nel giugno 1850 è organizzato, a Londra,
il Comitato Centrale Democratico Europeo, che prova a rapportarsi con gli esuli
romeni e quelli ungheresi, nel tentativo di mediare le dispute create dal
problema delle nazionalità in Ungheria e, nel 1851, lancia il famoso appello
"Alle popolazioni romene" firmato, oltre che da Mazzini, anche da Ledru Rollin
e da Darasz che, tra l'altro, dice: "Il popolo romeno, avanguardia della razza
greco-latina, è chiamato a rappresentare in Europa orientale il ponte con le
nazionalità slave e il principio della libertà individuale e del progresso
collettivo che ci definisce noi, europei, come apostoli dell'umanità". Nemici
degli slavi, degli ungheresi, degli italiani, dei greci e dei rumeni sono
l'Imperatore d'Austria e lo Tzar. Il futuro appartiene ai popoli liberi e le
controversie verranno risolte da un congresso in cui questi saranno "equamente"
rappresentati. I rapporti tesi tra le nazionalità danubiane verranno
normalizzati dalla costruzione della confederazione. "La grande confederazione
danubiana sarà cosa dei nostri tempi. Quest'idea vi deve guidare le azioni. Il
ponte di Traiano, con le sue basi sulle sponde del Danubio, è il simbolo dello
stato attuale. I nuovi ponti saranno realizzati con le vostre mani. Ecco il
vostro compito per il futuro".

L'appello, appartenente a C. A. Rossetti, è tradotto in lingua romena, in
cirillico e latino e viene pubblicato, grazie a I. C. Bratianu e a D. Florescu,
da ben dieci giornali parigini. Sulla stampa italiana appare (il 3 luglio e l'8
d'agosto) su la "Voce del deserto" e nel supplemento di luglio agosto de
"Italia e il popolo". L'interesse di Mazzini per la causa romena non viene meno
neppure negli anni successivi e, sia nel 1859, ma anche nel 1866, l'apostolo
della libertà dei popoli, tornerà ad interessarsi della Romania. La sua
attenzione è stimolata dal profilarsi, proprio nel 1866, di un nuovo scontro
tra Italia e Austria.
Come si evince dai dati storici riportati da Marco Baratto, la Romania come l’
Italia, rappresentano per l’Europa del tempo il seme di speranza, seppur
politica, di una Europa unita, non più dominata da poche super potenze, ma che
abbia al centro la libertà e la dignità di ogni uomo. L’Italia col suo impulso
e il suo entusiasmo e la Romania, strategicamente collocata al centro di un
mondo culturale diviso, rappresentarono la pietra miliare per costruire ponti
di fratellanza, di libertà, di uguaglianza fra i popoli.
Alla vigilia della terza guerra d'indipendenza per liberare le terre venete
ancora soggette all'Austria, Mazzini chiede al Governo Italiano di stringere
alleanza, non con la con la Prussia, ma: "Coi popoli aggiogati forzatamente al
carro dell'Austria, coi popoli che devono essi pure rivendicarsi libertà e
indipendenza. Sia (…) la guerra delle nazioni. Levate in alto la bandiera, non
solamente d'un interesse locale, ma di un principio, del principio che da oltre
mezzo secolo ispira e signoreggia ogni moto europeo ".
E dopo la guerra ripete che: "L'Austria aveva in Italia 150.000 uomini. La
guerra prussiana le vietava, checché accadesse, di aggiungerne uno solo. E non
basta. Al di qua e al di là della Alpi Dinariche, al di qua e al di là della
Sava, lungo il Danubio, lungo la catena dei Karpathi, in Ungheria, in Galizia,
in Boemia, nella Serbia, che ha metà dei suoi sotto l'Austria, nei Romani, che
hanno gran parte dei loro in Transilvania, nel Banat, in altre provincie
austriache, negli Slavi meridionali che anelano a costruire una Grande Illiria,
l'Italia aveva alleati presti, desiderosi, chiedenti una nostra parola, una
nostra mossa d'aiuto". L'amore del Mazzini verso la causa della libertà dei
popolo italiano e di quello romeno è bene testimoniata dall'articolo scritto
dal patriota rumeno Dimitrie Bratianu dopo la sua morte: "Ho il diritto, mi
sento in dovere di dire a chi non abbia avuto la fortuna di conoscere Mazzini
di persona, cosa sia stato quel grande uomo che per quasi mezzo secolo
personificò il movimento di emancipazione di tutti i popoli. Mezzo secolo
durante il quale tutti coloro che lottavano per la libertà e la nazionalità
ovunque venivano chiamati mazziniani, mezzo secolo durante il quale il mondo
conobbe due sole potenze, due bandiere: Mazzini, vessillo di libertà, lo zar
Nicola, simbolo di dispotismo. Le circostanze fecero sì che io conoscessi quasi
tutti gli uomini della rivoluzione e della diplomazia europea e che anche
lavorassi con alcuni di loro. In tanti ammirai le doti del cuore e
dell'intelligenza; ma tutti avevano anche i difetti opposti a tali doti.
Ciascuna di quelle grandi individualità aveva sì degli aspetti luminosi, ma
anche dei nei e dei lati oscuri. In Mazzini trovai l'essere più completo, più
armonico; solo in lui trovai riunite tutte le qualità, anche quelle che
solitamente si escludono. Mazzini era gracile di complessione, ma robusto e
forte; mai lo vidi malato. La sua figura pareva scolpita nell'acciaio; aveva
tratti di regolarità classica e di grazia moresca. I pensieri non lo
abbandonavano un solo minuto e lo rendevano malinconico, ma la sua coscienza
serena e la sua grande fede nell'avvenire dell'Italia avevano raccolto nel suo
cuore un fondo infinito di letizia, e appena gli rivolgevi la parola, in un
istante, senza il ben che minimo sforzo, il sorriso gli si levava sulle labbra,
la fronte gli si rasserenava, gli occhi gli lacrimavano di speranza, e in un
linguaggio pieno di vivacità parlava per delle ore intere e il volto gli si
illuminava; il suo eloquio si animava man mano che avvertiva come crescesse la
comunanza di idee e di sentimenti tra lui e l'interlocutore: il che succedeva
quasi sempre".
Anche la Chiesa Ortodossa Romena seppe sostenere i moti patriottici, offrendo
ai suoi figli quella forza spirituale e umana che ha arricchito l'anelito
politico di libertà
Benché le Chiese Ortodosse siano additate come Chiese Nazionaliste, cioè,
radicalmente legate alla propria nazione di origine, esse hanno un carattere di
universalità difficilmente percepibile dalla mentalità occidentale che
tendenzialmente lega l'universalità ad organismi "super partes", ad istituzioni
sganciate da questo o quel dato politico o geo-storico. L'universalità per la
fede Ortodossa sta in Cristo, Signore e Redentore dell'intero cosmo. Una
immagine particolarmente cara alla nostra tradizione è quella del Pantocrator,
cioè: del Cristo trionfante sulla morte, principio e fine di ogni cosa: l'A e
l'Ω.
Questa Immagine, imperante, ci ricorda innanzitutto che il fine della nostra
esistenza, che ha avuto il suo principio nell'immersione in Cristo (il
battesimo), è il Suo regno: dunque, la nostra patria non va individuata ne
circoscritta ad una o ad un'altra realtà geopolitica. Tuttavia, avendo la
provvidenza dato ad ogni uomo e alla Chiesa, che è fatta anche da uomini, uno
spazio e un tempo, noi, pur tenendo come meta la patria "celeste", non possiamo
dimenticare che l'azione di Cristo, l'annuncio del vangelo, come ogni azione
orientata alla salvezza dell'uomo, si gioca qui, in questo mondo, visitato
dallo stesso Figlio di Dio e santificato dallo Spirito Santo che con la sua
forza, per mezzo dello stesso Signore, ci unisce al Padre. La Chiesa primitiva,
che dovette confrontarsi con la cultura del tempo, che dovette comprendere il
ruolo dell'autorità civile, ci ha lasciato una testimonianza efficace. Negli
scritti del Nuovo Testamento, ed in particolare in Paolo e Pietro, l'invito al
rispetto delle leggi, la sottomissione alle autorità, purché non siano
contrarie alla legge di Dio, sembrano la strada maestra, il punto di
equilibrio, in questo nostro peregrinare verso la patria celeste. San Paolo
così scriveva alla comunità di Roma: Ogni persona stia sottomessa alle autorità
superiori; perché non vi è autorità se non da Dio; e le autorità che esistono
sono stabilite da Dio. Perciò chi resiste all'autorità si oppone all'ordine di
Dio; quelli che vi si oppongono si attireranno addosso una condanna; infatti i
magistrati non sono da temere per le opere buone, ma per le cattive. Tu, non
vuoi temere l'autorità? Fa' il bene e avrai la sua approvazione, perché il
magistrato è un ministro di Dio per il tuo bene; ma se fai il male, temi,
perché egli non porta la spada invano; infatti è un ministro di Dio per
infliggere una giusta punizione a chi fa il male. Perciò è necessario stare
sottomessi, non soltanto per timore della punizione, ma anche per motivo di
coscienza.
È anche per questa ragione che voi pagate le imposte, perché essi, che sono
costantemente dediti a questa funzione, sono ministri di Dio. Rendete a
ciascuno quel che gli è dovuto: l'imposta a chi è dovuta l'imposta, la tassa a
chi la tassa; il timore a chi il timore; l'onore a chi l'onore (Rm 13, 1-7).
La comunità cristiana vive dunque il rispetto dell'autorità come un dovere, in
quanto voluta da Dio per il nostro bene. L'Apostolo Pietro rafforza questa
convinzione: Siate sottomessi, per amor del Signore, a ogni umana istituzione:
al re, come al sovrano; ai governatori, come mandati da lui per punire i
malfattori e per dar lode a quelli che fanno il bene. Perché questa è la
volontà di Dio: che, facendo il bene, turiate la bocca all'ignoranza degli
uomini stolti. Fate questo come uomini liberi, che non si servono della libertà
come di un velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio. Onorate tutti.
Amate i fratelli. Temete Dio. Onorate il re (1 Pt 2, 13-17). La Chiesa
bizantina, prima, e le Chiese ortodosse poi, hanno fatto di queste indicazioni
la propria guida nelle relazioni con le istituzioni civili. Quando si parla del
rapporto tra la Chiesa e lo Stato, nella nostra Tradizione bimillenaria, si
parla di sinfonia, cioè del comune pensare ed agire al servizio dell'uomo e per
il suo bene. L'immagine dell'aquila con le due teste rappresenta l'unica
potenza di Dio che agisce per il bene e la salvezza dell'uomo sia con il potere
temporale che con quello spirituale. La tradizione ortodossa non confonde il
concetto di sinfonia con la connivenza ad azioni e scelte che siano contrarie
alla fede e alla promozione della dignità dell'uomo. Per questa ragione,
proprio perché l'autorità è fortemente esposta a scelte anche pericolose,
seguendo i Santi Apostoli nelle loro esortazioni, preghiamo per esse: Esorto
dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere,
intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli
che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla
e quieta in tutta pietà e dignità (1 Tm 2, 1-2). Ogni nostra azione liturgica
contiene la supplica a Dio per coloro che ci governano, indipendentemente dal
tipo di governo, dalla nazione a cui apparteniamo. Con questo spirito viviamo,
dunque, la celebrazione del 150° dell'unità d'Italia. Il fatto che siamo di
origine romena non ci dispensa dal pregare e rispettare l'autorità di quel
paese con cui condividiamo le nostre storie terrene; in questo senso, pur
rimanendo fortemente legati alle nostre tradizioni, ai nostri padri, ai luoghi
della nostra origine anche spirituale, ci sentiamo cittadini di questo paese,
che rappresenta una tappa del nostro peregrinare verso la vera patria.
Gli anni che seguirono l’unità di Italia e della Romania furono, di fatto,
anni proficui da molti punti di vista: molti italiani, soprattutto del nord,
emigravano in Romania per trovare lavoro (nei campi o nelle miniere o nell’
industria nascente), molti viaggiavano dall’Italia verso le genti di Decebal e
di Traiano per studiare, tanti dalla Romania si facevano cittadini della grande
“Roma” per apprenderne la profondità storica, culturale e artistica, patrimonio
storico comune dell’identità di due popoli che, ieri e oggi, sono chiamati a
riproporre quei valori di amicizia e di fratellanza, di condivisione e
ammirazione reciproca, per non venir meno alle antiche aspirazioni che hanno
fatto dei nostri popoli, nazioni libere. Il Tricolore diventi il simbolo nelle
celebrazioni di questo centenario: in esso vi è la sintesi di ciò che di più
nobile e più vero caratterizza ed appartiene alle nostre nazioni, alle nostre
genti, per essere ancora una volta, per l’Europa e per il mondo, ponti che
uniscono le diversità, strade che ricongiungono gli uomini nella loro dignità.


Pr. Ioan Lupasteanu


blog comments powered by Disqus
Comunicati.net è un servizio offerto da Factotum Srl