RICOSTRUIRE LA RICERCA SENZA INTRALLAZZI POLITICI

11/gen/2006 02.49.53 comitato per la salvaguardia della cultura europea Contatta l'autore

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Tratto da www.laretedeimovimenti.it



Per la ricostruzione della ricerca in Italia

di Giovanni F. Bignami 13 ott 05

Quella che viene chiamata «innovazione» non è ricerca, ma sfruttamento dei risultati della ricerca, della quale perciò necessita. L’attuale governo ha commesso l’errore di confondere i due momenti, concentrando le risorse solo sulla cosiddetta «innovazione». È invece essenziale fare della ricerca un obbiettivo primario, che non si può pilotare in base alle applicazioni. Per questo bisogna innanzitutto fare una valutazione della situazione, per poi varare un piano di sostegno della ricerca a tutto campo e con visione lunga. Occorre inoltre ridefinire le responsabilità di finanziamento e valutazione a livello ministeriale, riorganizzare l’insieme dei vari enti di ricerca, ripensare in generale le linee guida di impegno. Una opportunità da non perdere viene dall’istituzione dello European Research Council.

Introduzione e definizioni

Per la costruzione di un programma per la ricerca in Italia sono utili alcune definizioni. Anche se molto semplici e basilari, sono tanto più necessarie oggi, dopo che quattro anni di governo Berlusconi hanno quasi fatto dimenticare al Paese cosa sia la ricerca per una moderna nazione industrializzata. Mi ispiro ad alcune idee che il gruppo del College de France (Yves Coppens ed altri) ha recentemente pubblicato su «Le Monde» (e che il governo francese sta lentamente recependo).

Il governo italiano in carica (ed anche quella parte della grande industria che su di esso si è appiattita) non ha della ricerca la stessa idea che hanno da sempre, in tutto il mondo, coloro che la ricerca la fanno, o la gestiscono, davvero.

La ricerca fondamentale deve tendere, senza preoccuparsi di applicazioni, a capire due tipi di meccanismi: quelli della natura, in tutta la sua molteplice fenomenologia fisica, chimica, biologica etc., sforzandosi di collegare ed unificare risultati e previsioni, ed i meccanismi della società umana, non meno complessa, nei suoi aspetti di sociologia, etnografia e molto altro. La ricerca in matematica, forse più difficile da definire, ha in comune con il resto della ricerca fondamentale di non essere pilotata dai risultati. Al contrario, tutta la ricerca fondamentale è pilotata a monte dalla curiosità, dalla fenomenologia, o dalle domande che diventa possibile porsi grazie ai risultati raggiunti. Lo stesso è vero per la ricerca applicata, importante anche per lo sviluppo di strumenti e metodi. Indissolubile dalla ricerca fondamentale, la ricerca applicata procede con la stessa logica.

Nel suo complesso, la ricerca porta soprattutto alla elaborazione di conoscenze: i suoi risultati entrano nelle vita quotidiana con molteplici aspetti, sia culturali sia materiali. Invece, lo sviluppo della applicazioni, che viene spesso chiamato «innovazione», non è ricerca, né fondamentale né applicata. Quando il governo parla di «innovazione» si riferisce, ma spesso non lo sa, allo sfruttamento dei risultati delle due dimensioni, fondamentale ed applicata, della ricerca. È chiaro allora il drammatico errore che fa quando concentra le proprie attenzioni, o addirittura limita le proprie risorse, allo sviluppo delle applicazioni, alla «innovazione».

È invece essenziale fare della ricerca fondamentale un obbiettivo primario, considerandola come sorgente di tutte le evoluzioni del nostro modo di vivere e di pensare. Un’occasione storica è offerta oggi all’Italia dall’Europa: nonostante una assurda opposizione proprio dell’Italia, l’Unione Europea ha approvato la formazione di uno European Research Council, dedicato alla ricerca fondamentale. Vedremo più sotto come il nostro Paese debba sfruttare una così importante opportunità. Prima, un paio di esempi per illustrare le definizioni.

Alla fine dell’Ottocento, Hertz scopre che la radiazione di alta frequenza (tipo raggi X, per intenderci) può strappare elettroni ad un metallo. È quello che ispira Einstein, nel 1905, a descrivere la luce non più solo in termini ondulatori, ma anche come particella che porta con se un quanto di energia. Vent’anni dopo, la meccanica quantistica, la vera rivoluzione nel nostro modo di guardare l’infinitamente piccolo, scatena un’altra rivoluzione, quella della elettronica e poi quelle delle tecnologie numeriche.

In biologia, non tutti gli studi sono fatti per «vincere una malattia», come adesso è di moda chiedere, o imporre, per ottenere priorità ed attenzione. Per diversi decenni del Novecento, molti biologi si sono occupati, per pura curiosità, dei microrganismi «estremofili», capaci di vivere a più di 70°. Alla fine, negli anni ’70, viene isolato l’enzima che permette la sintesi del Dna in tali strani organismi. Nel 1988, proprio quell’enzima è stato utilizzato per mettere a punto una tecnica che permette di copiare frammenti di Dna in milioni di esemplari. Una tecnica che si rivela adesso rivoluzionaria per la medicina, con enormi sviluppi terapeutici, ma anche ad esempio per la paleogenetica, che esplora la biologia del passato.

La ricerca in scienze umane è spesso considerata la più inutile di tutte. Ma è grazie agli sconosciuti studiosi dei manoscritti greci, latini ed arabi se questi sono giunti fino a noi, creando, di passaggio, il Rinascimento e un modo di pensare libero, capace di innovazione. Senza lo studio della algebra degli arabi, forse non ci sarebbe la matematica moderna, come senza il coraggio dei primi umanisti non ci sarebbero né la fisica né la medicina moderne. Se il Partenone non è stato distrutto, è anche perché qualcuno ha studiato e salvato Omero.

Nessuno dei protagonisti, noti o sconosciuti, degli esempi citati aveva la minima idea degli sviluppi della loro ricerca, spinta dalla curiosità intellettuale. Nessuno di loro, sicuramente, sarebbe stato capace di riempire un modulo di richiesta di finanziamento per la propria ricerca che fosse basato, come quelli di oggi, sulle ricadute del loro lavoro. Tali ricadute non erano prevedibili, ovvero furono poi radicalmente diverse dalle previsioni. Non è possibile, insomma, pilotare alcuna ricerca in base alle applicazioni.

Tutti usiamo oggi i Ccd, in una qualunque fotocamera digitale come in mille applicazioni industriali. Pochi si ricordano che furono inventati da quei sognatori degli astronomi, per prendere migliori immagini delle loro galassie, al fuoco di telescopi sempre più potenti. Eppure, la astronomia «non serve a niente». Lo stesso è vero per la fisica delle particelle elementari, che però qualche anno fa cominciò a generare masse imponenti di dati, da far circolare in collaborazioni di fisici sparse in tutto il mondo. E così, al Cern nasce Internet, ovvero una rivoluzione nella nostra civiltà paragonabile alla stampa o alla polvere da sparo. Due esempi di applicazioni imprevedibili della ricerca fondamentale, mai brevettati, ma diventati, in modo immediato, un aumento da subito indispensabile della qualità della vita di tutti i giorni. Con la ricerca fondamentale, o con la sua mancanza, si costruisce o si distrugge l’avvenire, vicino e anche lontano, delle prossime generazioni. Lo sviluppo delle conoscenze è il modo più sicuro di affrontare l’ignoto: senza un ampio supporto alla ricerca fondamentale, il nostro paese non ha futuro.

Ricercare bene, ricercare tutto, con una visione.

I ricercatori, naturalmente, devono fare la loro parte, e saperlo dimostrare. Prendendo in mano il problema generale della ricerca, per esempio in una nazione come l’Italia, bisogna per prima cosa saper fare una valutazione della situazione attuale. Stranamente, questo sembra un problema insolubile per l’attuale Miur, che ne parla da anni senza alcun risultato concreto. Certo, i dettagli sono difficili e possono essere incerti, ma una prima immagine a tutto campo della ricerca italiana si può avere con semplicità ed immediatezza attraverso gli strumenti di analisi delle pubblicazioni. Non sono tutto, le pubblicazioni, certo, ma sono più che sufficienti per cominciare bene. Per studiarle basta un po’ di attenzione: esistono gruppi di ricercatori, ad esempio del Cnr e comunque al di fuori del Miur, che fanno proprio questo mestiere. Prendiamo, ad esempio, il lavoro dello Isi (International Statistical Institute). Per l’ultimo quinquennio, ci da il posizionamento dell’Italia nel panorama mondiale, diviso in una ventina di discipline, sia in scienze «dure» sia «umane». Apprendiamo che di tutti i lavori, ad esempio, di «Space Science» pubblicati nel mondo, il 10,27% ha almeno un autore italiano. In più, nelle scienze spaziali l’Italia è del 20% al di sopra della media mondiale come numero di citazioni per articolo (8,46 citazioni-articolo, contro la media mondiale di 7,05). La farmacologia o l’ingegneria italiane, per fare altri esempi, hanno invece una presenza di meno della metà (4,9 e 4,8%), con citazioni più o meno in media. Invece, «economy and business» ha una misera presenza al 2,55%, con citazioni di ben 27% al di sotto della media. Sono dati su cinque anni, perciò significativi e che non possono essere trascurati, sia in assoluto, sia nel paragone relativo tra discipline e con le altre nazioni, soprattutto europee. È immediato trarre un paio di conclusioni da questi dati.

->- ->La valutazione della ricerca non ha niente di magico e si può fare con parametri oggettivi, salvo immaginare poi correzioni (del second’ordine) per cause contingenti, sociologiche etc. Vista però la necessità di una valutazione ampia, estesa anche al lavoro di insegnamento e ricerca fatto nell’Università, potrebbe essere utile immaginare una Authority Nazionale per la Valutazione, come recentemente proposto, tra l’altro, da Andrea Ranieri.

->- ->Da una valutazione quantitativa, anche la più semplicistica, si vede facilmente l’esistenza di nicchie di eccellenza e di zone, invece, di più o meno netta insufficienza. Mentre sarebbe stupido non sostenere con entusiasmo quei (pochi) campi dove siamo eccellenti (talora leaders mondiali, come nelle scienze spaziali), sarebbe altrettanto miope la politica che volesse limitarsi alle eccellenze. L’Italia è un grande paese moderno, si merita una ricerca a tutto campo, come gli altri suoi pari. La valutazione ci indica semplicemente come devono essere modulati i vari sostegni in funzione delle discipline e del tempo. Quindi, nient’affatto limitarsi (alla Moratti) a mal definite discipline immaginate di «pronto ritorno» (vedi biotecnologie o nanotecnologie, che vanno certo comunque sostenute) ma scenari a molto più ampio respiro e a visione lunga.

Ho appena finito di preparare, con la comunità scientifica europea, il rapporto «Cosmic Vision 2015-2025» per la Esa. La capacità di visione globale a lungo raggio è quello che aiuta la scienza spaziale europea e forse quello che ha trascinato i risultati italiani nel settore. Nessuna traccia di una simile visione negli esistenti piani ministeriali, limitati nella ampiezza di vedute e nel tempo (tipicamente fino al 2007…) a degli orizzonti che relegano attualmente l’Italia sempre più nella provincia della ricerca. Quindi, darsi un piano con visione lunga, inserito nel contesto europeo (e mondiale) per ricercare bene in tutti i campi. In qualcuno, certo, saremo meglio che in altri, però tutte le discipline sono importanti: non sappiamo dove salterà fuori la grande scoperta del prossimo ventennio, ma per quella lavoriamo.

Strutture nazionali di ricerca in Italia ed in Europa, oggi

Un grande disordine, in parte di origine storica, caratterizza oggi le strutture di ricerca italiane. Per cominciare, le responsabilità di finanziamento e quindi di tutela e valutazione, sono mal definite a livello ministeriale. Si pensi all’Enea, con i suoi recenti problemi, derivanti anche dalle confuse gelosie tra i numerosi ministeri che lo vigilano e lo finanziano. Si pensi alla Agenzia Spaziale Italiana (Asi), al contrario quasi interamente finanziata dal Miur, con un piccolo contributo della Difesa. L’Asi stessa, in realtà, è l’ente più finanziato dal Miur, ma fa ricerca, a voler essere generosi, per meno del 30% del suo budget. Per il resto, fa, o dovrebbe fare, servizi per altri ministeri (ambiente, industria, telecomunicazioni, protezione civile, etc., come nel caso dell’Enea). Sono quindi attività che, in questo modo, sottraggono ingiustamente fondi al già poverissimo «paniere» Miur della ricerca. Anzi, nel caso della Asi questo saccheggio è istituzionalizzato: la nuova legge, fatta dal ministro Moratti e dal presidente Asi Sergio Vetrella da lei nominato, prevede che nel Consiglio di Amministrazione dell’Ente siedano, per definizione, rappresentanti degli altri ministeri, proprio per assicurarsi i servizi spaziali dei quali hanno bisogno, naturalmente a spese del Miur.

Altra disomogeneità tra i vari enti italiani che si occupano in qualche modo di ricerca, è la loro funzione principale: il Cnr, nato ottant’anni fa con funzioni soprattutto di «agenzia», cioè di finanziamento «extra moenia», è oggi quasi esclusivamente un ente operativo, anzi, ha un budget appena sufficiente a pagare gli stipendi dei dipendenti ed a mantenere in vita i suoi istituti. Lo stesso è vero del neonato Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), con soldi quasi inesistenti per la ricerca, al di là del proprio mantenimento in vita. La Asi di cui sopra, invece, rigorosamente non fa ricerca al suo interno, ed ha esclusivamente funzione di agenzia, cioè di finanziamento di lavoro fatto da terzi. Lo Infn (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), ancora, è un caso intermedio, con funzione sia di agenzia (finanziamento soprattutto verso l’Università), sia operativa, con ricerca di punta condotta in prima persona dai propri dipendenti. E via di questo passo, ogni ente è un caso a se, per non parlare della galassia, ancora più complicata, degli enti di ricerca con una componente privata.

Nel resto dell’Europa la diversificazione degli enti, a seconda delle funzioni, esiste, ma in modo meno disordinato e irrazionale che da noi. In Germania, a parte la ricerca fatta all’Università, due grandi enti, le Società Max Planck e Fraunhofer, si occupano di fare ricerca con proprio personale ed istituti (circa 80 e 60 rispettivamente), rispettivamente nel campo fondamentale ed in quello applicato. Una agenzia centrale (solo agenzia), Dfg, attribuisce i soldi del ministero per la ricerca.

La Francia ha il pilastro Cnrs (nel cui Consiglio Scientifico centrale ho servito per diversi anni), l’Ente di ricerca singolo senza dubbio più grande d’Europa, con i suoi 11.000 ricercatori e centinaia di Istituti a tutto spettro. Dall’anno scorso, però, è stata istituita la Agence Nationale de la Recherche, con funzioni esclusivamente di Agenzia, ed il Cnrs sta attraversando una grossa ristrutturazione, in parte discutibile, per legarlo di più alla forte struttura territoriale-regionale francese. Numerose e variegate le altre entità di ricerca francesi, ma, dopo tre anni di direzione di un grosso Istituto Cnrs a Toulouse, posso riassumere con certezza le due caratteristiche migliori del sistema francese: la integrazione efficace tra enti di ricerca ed università, sia dal punto di vista dei programmi di ricerca sia dal punto di vista della operatività in comune del personale, e la certezza del funzionamento della struttura burocratico-amministrativa, per esempio per quanto riguarda i concorsi ed in generale le carriere del personale. Sono a disposizione per ulteriori dettagli sulla situazione francese.

L’Inghilterra ha superato, oggi, il «ciclone Thatcher», ma solo grazie alla tradizione di estrema solidità del sistema scientifico inglese. È strutturato su sette Research Councils, che hanno soprattutto funzioni di agenzia per il sostegno della ricerca nelle università, con pochi istituti e pochi dipendenti (ma notevole è l’eccezione del potente Medical Research Council). Nel complesso, come al solito, gli Inglesi non fanno testo, perché, appunto grazie alla loro tradizione, con un budget di ricerca relativamente modesto riescono ad avere risultati, misurati in pubblicazioni e citazioni, di gran lunga migliori dell’Italia e anche della Francia. Soprattutto per la ricerca biomedica, un discorso a parte va fatto sul finanziamento da parte di enti tipo “charity”, senza fini di lucro e sostenuti da donazioni. Il ruolo di Telethon in Italia diventa sempre più significativo, ma appunto in Inghilterra il Wellcome Trust o «Cancer Research UK» hanno un potere molto grande di aiuto (e in parte di orientamento) della ricerca.

In conclusione, pur nella loro varietà di strutture e funzioni, le reti di ricerca negli altri grandi paesi europei sembrano meno farraginose e contradditorie che non in Italia, soprattutto per quanto riguarda la stabilità e la continuità. Il sistema di strutture di ricerca italiano, al di là del valore dei suoi ricercatori, soffre di grave fragilità e debolezza intrinseca, reagisce molto male a continue «riforme» che si embricano una nell’altra e che danno un senso di frustrazione ed oggettiva ansia allo scarsissimo personale di ricerca.

Esemplare in questo senso è la storia dell’ultimo concorso nazionale del Cnr per Dirigenti di Ricerca (il gradino finale della carriera di un ricercatore Cnr), bandito nel giugno 2004. Dal momento che il concorso precedente si era concluso nel 1999, il bando creava comunque un gap di più di cinque anni nelle possibilità di carriera di ricercatori al picco della loro produzione. Ma le commissioni per la scelta dei 162 posti non sono ancora state formate, a più di un anno dalla scadenza del bando. Non solo: il concorso è riservato a dipendenti Cnr in servizio al 31 dicembre 2001, data della scadenza del contratto di lavoro allora in vigore (98-01). Perciò, incredibilmente, nel bando (del giugno 2004) è scritto che i candidati hanno diritto a presentare solo titoli che risultino pubblicati entro il 2001!!! Se mai tale concorso andrà ‘in porto’ (certo non prima del 2006), i candidati, ricercatori al picco della loro attività, non potranno essere giudicati per la loro vera produzione, ma solo per quella pubblicata fino a cinque anni prima. Si tratta, ripeto, della unica possibilità di avanzamento di carriera (162 posti per tutto il Cnr) dal 1999, data della conclusione del concorso precedente. Una possibilità, forse, ogni sette anni, con un giudizio viziato nei contenuti da una assurda regola sui titoli. Un esempio kafkiano, che cito qui per mettere l’attuale presidente del Cnr, Fabio Pistella, davanti alle sue responsabilità.

Lo European Research Council: finalmente in Europa, per restarci da protagonisti

La Unione Europea ha preso un impegno, a Lisbona, che resta l’obbiettivo fondamentale del governo europeo e di quelli delle singole nazioni: fare dell’Europa una società basata sulla conoscenza, finalmente sfruttando a fondo la sua ricchezza ed il suo potenziale culturale. Qualche anno dopo, e davanti a difficoltà oggettive, sappiamo che non ce le faremo, forse, nei tempi previsti a Lisbona, ma l’obbiettivo mantiene la sua validità. L’ha riaffermato da poco anche Tony Blair, citando il Rapporto Sapir, voluto da Prodi per una miglior definizione della crescita comune europea. È ormai chiaro che l’unica strada per arrivare agli obbiettivi di Lisbona è una maggiore compattezza e capacità di lavoro comune, sopranazionale, nel quale i singoli stati sappiano mettere da parte le miopie ed i provincialismi individuali a favore della casa comune europea.

Aveva cominciato un Commissario Europeo di grande visione, Antonio Ruberti, che per primo immaginò uno «spazio europeo per la ricerca». Su questa tradizione aveva lavorato Philppe Busquin (autore di un recente libro sul pericolo di declino dell’impero scientifico europeo), proponendo uno European Reasearch Council che, per la prima volta, portasse la ricerca fondamentale in modo esplicito e da protagonista nel lavoro di ricerca europeo. Oggi, finalmente, l’obbiettivo è realizzato, o meglio, vicino alla sua realizzazione, con il Commissario Potocnik.

Nonostante la opposizione del ministero Moratti per l’Italia, la Unione Europea ha dunque deciso la creazione dello European Research Council. Si tratterà di un organismo con carattere di agenzia, il più semplice possibile come struttura burocratica e di personale, destinato a finanziare la ricerca (soprattutto fondamentale) europea. È una idea semplice ma geniale, dal momento che i finanziamenti verranno distribuiti sulla base di un rigoroso criterio di eccellenza e stimoleranno, ben di più che nella competizione nazionale, lo sviluppo della ricerca europea. I fondi sono già previsti all’interno del 7° Programma Quadro e saranno definiti più in dettaglio nell’immediato futuro. Saranno comunque sostanziali, dell’ordine del miliardo di euro.

Le ragioni della opposizione del ministero Moratti sono a questo punto trascurabili. Più interessante invece riportare qualcuno dei contenuti della mozione che, lo scorso marzo, fu approvata sull’argomento dalla Accademia dei Lincei. Non c’è dubbio che anche l’Italia debba favorire un finanziamento della ricerca fondamentale basato sui criteri di eccellenza e che anche l’Italia debba parteciparvi. In questo modo si evita la possibilità che i ricercatori italiani siano esclusi dai networks della ricerca di base europea. Allo stesso tempo, la gestione della allocazione dei fondi ai singoli proponenti dovrà essere la responsabilità della comunità scientifica, attraverso naturalmente il metodo del «peer review», oramai onorato da molti decenni di una tradizione mondiale. Naturalmente è logico pensare che la allocazione di fondi per macroaree sia la responsabilità del futuro staff dello Erc, sulla base di direttive strategiche e politiche proposte dall’unione Europea attraverso il Commissario per la ricerca. Inoltre, la assegnazione di fondi per lo Erc dovrebbe favorire progetti transnazionali, con un numero non eccessivo di partners, come nel caso del programma Human Frontiers; importante, però, non escludere progetti di eccellenza proposti da individui. In questo senso, la Accademia dei Lincei propone esplicitamente di favorire ricercatori negli stadi iniziali della loro carriera, aiutando anche a semplificare i problemi, tipicamente di origine nazionale, sulla sussidiarietà dei finanziamenti. L’esempio del programma Marie Curie per la gestione delle risorse umane sembra ottimo e va incoraggiato e potenziato.

Per concludere, la iniziativa dello Erc ha trovato l’entusiastico supporto della comunità scientifica italiana, che propone, attraverso la Accademia dei Lincei, che i fondi per lo Erc siano caricati su capitoli di bilancio diversi da quelli che sostengono le grandi infrastrutture, lo spazio e la sicurezza. Nel mese di luglio 2005 è stato reso noto l’eccellente lavoro portato a termine dal gruppo di saggi europei per la nomina dei 22 responsabile del primo consiglio scientifico dello Erc. Le persone prescelte per l’Italia (Bordignon e Settis) sono un chiaro esempio di competenza, carisma e caratura scientifica e sono tali da assicurare la comunità scientifica italiana di una presenza incisiva della nostra scuola di ricerca nelle importanti decisioni da prendere per organizzare in dettaglio lo Erc.

Una proposta pratica

Le considerazioni generali ed il quadro internazionale accennato più sopra ci aiutano a tracciare alcune linee guida di una ristrutturazione della ricerca in Italia. Inutile insistere sulla critica di quanto fatto (e disfatto) negli ultimi quattro anni: vediamo piuttosto cosa sia necessario adesso fare, anche se, purtroppo, non possiamo trascurare l’infimo punto di partenza dal quale dobbiamo muoverci.

Una prima linea guida deve essere quella del riposizionamento della ricerca italiana in Europa. Riaffermando e rafforzando, per cominciare, la nostra presenza negli organismi europei di ricerca esistenti. Si tratta del Cern come dello Embl (microbiologia), dell’Eso (astronomia), della Esa (spazio), del Jet ma adesso anche di Iter (fisica del plasma e sviluppo di energia) e via di seguito attraverso un ricco elenco di centri e di iniziative su praticamente ogni aspetto della ricerca, fondamentale e applicata. L’Italia è, giustamente, membro di tutti questi enti, ma spesso ora non ne trae i benefici che l’investimento merita. Attraverso una rinnovata, vigorosa presenza di ricercatori e managers della ricerca ai livelli più alti negli enti europei (copiando, ad esempio, quello che sistematicamente fa la Francia) ci si può assicurare che tali benefici ritornino, ad esempio, sotto forma di pregiate commesse industriali e di formazione di una nuova classe di ricercatori per l’Italia. I contratti industriali per la ricerca europea sono i più interessanti per la nostra industria. Sono equivalenti ad un contributo per ricerca a fondo perduto, ma con il grande vantaggio di un controllo ed uno stimolo nella competizione europea. Questo tipo di contratti è quello veramente in grado di creare, poi, una ricaduta di innovazione di qualità europea nel paese.

Sempre in campo europeo è necessaria una politica di sostegno e di adesione programmatica allo Erc, che può avere un ruolo centrale anche nella pianificazione della ricerca fondamentale a lungo termine in Italia. Quindi presenza politica e programmatica all’interno dello Erc ed armonizzazione delle politiche del Miur con quelle dello Erc.

La formazione di giovani con contratti a termine nei centri europei è essenziale per soddisfare alle richieste che vengono dalla seconda linea guida: aumentare di molto il numero dei ricercatori in Italia. Tale numero (circa tre per ogni mille abitanti) è la metà della media europea, meno della metà dei ricercatori di Francia e Germania (tra di loro uguali) e un terzo di quelli del Giappone. Un numero così basso è totalmente inaccettabile per una nazione moderna ed, anzi, fa risaltare la buona qualità di molta (ma non tutta) della nostra ricerca, che riesce comunque ad ottenere qualche risultato significativo anche in condizioni di grave insufficienza numerica.

Dal punto di vista politico, la soluzione certo richiede l’uso di maggiori investimenti, ma non solo. A monte ci deve essere una capacità di attrazione e stimolo di studenti, laureandi e dottorandi, che devono sentire e vivere il rispetto e la valorizzazione della impresa culturale in Italia ed in Europa. Insomma, creare una scala di valori opposta a quella del rude berlusconismo attuale, basata sul profitto, sul consumismo.

Per la ricerca di nuovi investimenti, una terza linea guida sarà la ristrutturazione della distribuzione di fondi alla ricerca. Il principio deve essere quello di «America to americans»: i soldi della ricerca (per esempio quelli che la finanziaria da al Miur) vadano veramente alla ricerca e non in attività utili per altri ministeri, già riccamente serviti dalla finanziaria stessa. È questo, spettacolarmente, il caso attuale della Asi, come accennato più sopra. Il Miur attuale acconsente (o vuole? non so cosa sia peggio) che circa tre quarti del budget Asi, l’ente dal Miur più finanziato, vadano a fare attività applicativo-commerciali di interesse di altri ministeri (industria, trasporti, telecomunicazioni, protezione civile, etc.). Questo deve essere cambiato. La Asi dovrebbe semplicemente avere la capacità tecnico-scientifica di pensare ed eseguire i programmi spaziali, sia di ricerca sia applicativi. Se di interesse di altri ministeri, tali programmi verranno pagati sui loro fondi, mentre al Miur resta, giustamente, il coordinamento scientifico ed il finanziamento della parte veramente di ricerca delle attività spaziali. Già con una simile modifica, i soldi risparmiati (alcune centinaia di milioni all’anno) permetterebbero un lungo passo verso la soluzione del problema dello scarso numero d giovani ricercatori in Italia. Certamente molti esempi simili possono essere trovati: assurdo sprecare soldi nel cosiddetto Iit, voluto immaginando che il Mit, una grandissima università di tradizione centenaria, possa essere emulato da un ente che università non è e per il quale, addirittura, si affida la definizione del programma di ricerca ad un consulente commerciale del ministero.

Da una razionalizzazione del «paniere della ricerca» viene anche la quarta linea guida, centrata sulla sistemazione del personale attualmente al lavoro nella ricerca. Sono i quadri sui quali dobbiamo basarci per il futuro immediato e quelli ai quali è affidata la creazione della nuova generazione, soprattutto con l’esempio. Proprio nell’esempio dato più sopra per il personale Cnr, e simili esempi sono numerosi, anche nell’Università, si vede come sia difficile chiedere a delle persone frustrate di fare da entusiasti reclutatori di giovani per la ricerca o da leaders di gruppi competitivi a livello europeo. La struttura di gestione del personale degli enti di ricerca deve, assolutamente deve, funzionare in modo civile, con scadenze concorsuali fisse e ben definite e piani di carriera attraenti e sicuri.

Collegata a questo problema è la necessità di creare le condizioni pratiche ed il clima culturale per una molto maggiore sinergia tra il personale degli enti pubblici di ricerca e quello della università, della quale volutamente non abbiamo qui parlato. L’esempio francese, a questo proposito, è estremamente istruttivo e può essere seguito con un costo globale modesto. Aggiungo che si potrebbe immaginare uno schema sinergico anche con una parte di industria (pubblica e privata). Essa potrebbe essere incentivata a distaccare in centri di ricerca misti, e di massa opportunamente critica, il suo personale veramente interessato alla ricerca, per esempio applicata, allo scopo di produrre, a valle, la famosa innovazione.

Dopo queste prime linee guida che rappresentano, in qualche modo, gli interventi più immediatamente necessari nella politica della ricerca, vengono altre due linee, più generalmente politiche ma non meno importanti. In questo contesto si colloca, ad esempio, la proposta creazione di una Authority nazionale per la valutazione, non necessariamente sotto il controllo Miur. Sul piano politico, la quinta linea guida richiede di rifare il quadro della legislazione sulla ricerca in biomedicina. Quella attuale è di una sconcertante arretratezza e lega le mani, come è noto, ai nostri ricercatori, soprattutto nel campo della ricerca con cellule staminali. Non c’è da inventare niente: tra gli altri paesi europei, in questo caso, l’esempio da seguire è quello dell’Inghilterra, all’avanguardia mondiale in questo campo grazie anche ad una legislazione estremamente lungimirante. Con tutti i dovuti riguardi alle problematiche morali coinvolte, si deve poter trovare una soluzione moderna che permetta alla ricerca italiana di adeguarsi al livello europeo. Lo stesso si deve dire della politica della ricerca in alcuni farmaci, dove la mancanza di visione dell’attuale esecutivo crea gravi ed inutili danni sia alla ricerca sia ai cittadini che abbiano bisogno di cure speciali, costringendo attualmente ricercatori e pazienti a complicate trasferte. Anche su questo punto la Accademia dei Lincei, massimo organo di consulenza scientifica del Presidente della Repubblica, si è espressa con chiarezza.

Infine, last but not least, una sesta linea guida molto generale, dedicata a ridare un ruolo centrale alla cultura ed alla scienza presso il pubblico. Come accennato, si tratta di rifare la scala di valori sovvertita dal berlusconismo, al quale purtroppo soprattutto alcuni giovanissimi non sembrano avere sviluppato antidoti naturali. Oltre all’esempio che la classe politica e quella dei ricercatori devono dare in prima persona ed all’immenso lavoro necessario a rifare l’educazione dopo il tragico quadriennio Moratti, pensiamo qui soprattutto alla comunicazione della scienza e dei valori della ricerca.

Con un grande sforzo comune, prima di tutto dei ricercatori, va riconquistato il necessario spazio nei media. Penso, inevitabilmente, alla televisione, dove una Rai nuova dia spazio, attenzione e mezzi a programmi di qualità, con speciale riguardo alla scienza che, contrariamente a quello che ci viene spesso fatto credere, il pubblico fortemente vuole. Non è una impresa impossibile, ed anche qui non c’è molto da inventare, visto che la Tv italiana è di gran lunga all’ultimo posto per contenuti culturali e soprattutto scientifici, rispetto all’Europa. Varie soluzioni pratiche sono possibili e non vogliamo qui parlarne in dettaglio: ci basti sottolineare la necessità di una volontà politica, tanto per la televisione come per comunicazione su carta stampata. Si tratta di portare l’importanza della cultura scientifica e della ricerca alla attenzione di coloro che, con una piccolissima percentuale delle loro tasse, la sostengono, ma che dalla ricerca ricevono grandissimi benefici nella qualità della loro vita spirituale e pratica di tutti i giorni.

NOTA:
Come si evince da questo brillantissimo ed onesto articolo,con l'attuale MIUR, appoggiato dai compari del COPIT e dai vari servitori che presiedono a molti Enti di ricerca, il problema della Ricerca in Italia, rimane insolubile.

Comitato per la salvaguardia della Cultura europea




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