Tesi sull'oggettiva e palese pericolosità dell'insegnamento cristiano

22/mar/2006 07.35.02 Axteismo Contatta l'autore

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Tesi sull’oggettiva e palese pericolosità dell’insegnamento cristiano

Intervista a Sergio Martella
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Proponiamo l’intervista rilasciata da Sergio Martella a un giornale. L’intervista è stata pubblicata solo in piccola parte dal giornale: non ci è dato sapere se è stata “tagliata” o “sminuzzata” o “censurata” per motivi redazionali o di altra natura. Sta di fatto che qui di seguito c’è quella integrale.
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Preoccupati di difendere gli spazi di garanzia e di laicità dello stato dalla perniciosa invadenza dei simboli della chiesa cattolica in Italia, i soggetti impegnati nella battaglia sui valori della laicità, le associazioni e gli intellettuali italiani hanno tralasciato, fino ad oggi, di muovere una critica al cattolicesimo dal punto di vista dei suoi contenuti e dei valori che veicola nel suo insegnamento morale ed etico. Axteismo lancia questa sfida agli intellettuali che in ottiche disciplinari diverse vogliono aderire al progetto di una analisi approfondita su questo tema. Nell’intervista che segue il professor Sergio Martella, psicoterapeuta, delinea quali sono, secondo l’indagine psicologica, le principali colpe dell’insegnamento cattolico e le conseguenze che ne derivano sulla personalità nascente del bambino.
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Mi piacerebbe sapere: qual è il dato più inquietante che emerge dalla vostra ricerca?
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L'idea di un rapporto sui danni della dottrina cattolica è recente nella forma di divulgazione popolare che si intende adottare. C’è da chiedersi il perché di questo ritardo che contrasta con l’enorme varietà di confutazioni filosofiche, letterarie e storiche rivolte contro il cristianesimo. La risposta è disarmante quanto ovvia: solo l’indagine psicologica sul valore simbolico del racconto cristiano è in grado di svelare il senso diseducativo di un messaggio improntato al controllo degli affetti familiari. La carica suggestiva della religione è infatti la componente principale della sua efficacia e risiede unicamente nel gioco fisiologico ed affettivo che si instaura nel rapporto tra generazioni, cioè tra sessualità e potere, a cominciare dall’evento del parto-creazione. La spiritualità è una materia squisitamente psicologica che non può essere intaccata altrimenti sul piano della ragione e della razionalità. Sebbene i principali autori della ricerca in psicologia e in psicoanalisi siano dichiaratamente estranei ad ogni adesione fideistica alle religioni, la divulgazione mediatica delle loro opere ha avuto cura di sminuire e di occultare l’importanza della premessa di laicità di ogni indagine sulla natura psichica dell’uomo.
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Nel constatare quanto in Italia sia evidente tale carenza, stiamo cercando di coinvolgere in un progetto unitario coloro che a buon diritto intendono mettere la loro professionalità al servizio di un obiettivo di indagine. Nella mia attività professionale e clinica ho avuto modo di verificare e raccogliere una serie di connessioni tra modalità formative che tendono a deprimere l'identità psico-affettiva nella costituzione evolutiva della persona e le inevitabili conseguenze nella determinazione del destino individuale e sociale dell'uomo. Il mondo reale è, infatti, una rappresentazione di ciò che è stato impresso nella fase costituente dell'Io. La psicologa svizzera Alice Miller, per esempio, ne "La persecuzione del bambino"
[1] cerca con ansia di mettere in guardia gli educatori dagli effetti della pedagogia nera della religione. Ma ogni appello alla razionalità è utile solo se possiamo educare a riconoscere gli stili formativi che producono un accumulo di cattiveria, di distruttività e di infelicità nell'uomo. L'insegnamento cristiano è falsamente improntato all'amore universale: basta guardare il simbolo genetico del cristianesimo, il crocifisso e ciò che esso rappresenta, per capire la componente di ambivalenza sadica e masochista che questo "amore" veicola nell'inconscio dei bambini. Il sacrificio come premessa, l'esordio della vita nella colpa, l'inquietante percezione di un uso distorto dell'autorità del genitore, equiparato a dio, nell'espropriare il corpo del figlio e nel farne l'oggetto da distruggere per le proprie incarnazioni mistiche. Infatti, secondo il racconto cristiano: la trinità familiare si incarna nel ruolo del figlio, il quale viene destinato al martirio ed al sacrificio per la salvezza dei suoi stessi assassini e dell’umanità.
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Quanta perversione traspare nella semplice formulazione di un tale precetto! Quale amore ha bisogno di sacrifici umani? Può la salvezza dell'umanità derivare dalla disgrazia procurata ad un incolpevole?
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Si tratta di perversione, di cannibalismo affettivo e domestico! Come può accadere che una tale deviazione della coscienza si affermi in modo così radicale nella cultura dell'occidente? Perché l'intellettualità europea, salvo poche eccezioni, per lo più originate dall'ambiente di cultura ebraica, non sanno rilevare l'evidenza di una tale incongruità con i precetti fondamentali del rispetto umano?
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Perché ci si ostina a ritenere degne di fede false acquisizioni razionali e a falsificare la storia stessa senza suscitare una opposizione netta tra coloro che si dicono laici?
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Ho cercato di dare le risposte a questi quesiti in due saggi[2]: uno dedicato alla straordinaria metafora anticristiana del Pinocchio di Collodi, e l’altro alla intuizione di Nietzsche che contrappone l’eroe nella tradizione del mito greco alla sconfitta del prototipo del figlio cristiano che finisce in croce o sconfitto nel suo progetto di vita, come Amleto.
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Ora, con l'estendersi dell'interesse su questi temi, al di fuori della tradizionale banalità dell'ateismo che cercava di dimostrare la non esistenza materiale di dio, il gruppo Axteismo si è prefisso di registrare i danni della esistenza di dio come categoria della mente e dell'educazione di massa. Dove era dio, si chiedono in tanti, mentre in Europa imperversavano i roghi crematori della shoa? Il dio cristiano e antigiudaico della tradizione era proprio lì! Dinanzi alla logica conseguenza dell'odio che aveva seminato per secoli e, anche in quegli anni, sulle pagine dell'organo vaticano, la "Civiltà Cristiana"[3]. Rimase assente solo sui banchi degli imputati a Norimberga, dove si è negata la verità inconfutabile che gli Ebrei sono stati perseguitati in quanto tali – Ebrei – da una identità culturale altra ed egemone: i Cristiani d’Europa, luterani e laterani alleati per l’occasione! Mai il cristianesimo ha pagato per le conseguenze storiche dei suoi insegnamenti ambigui, di un amore sadico, improntato alla sofferenza come valore e all'infelicità dell'esistenza reale. Oltre la storia, la cronaca di ogni giorno – da Ave Maria di Cogne, ai giovani assassini di satana – registra le forme del disagio radicato nelle istanze della religione che continua impassibile a rivendicare per sé il diritto all'egemonia sull'etica e sulla morale. E' invece evidente che la presenza dei valori cristiani (esaltazione della sofferenza, prescrizione del peccato, liturgia del sangue e istituzione del demonio) è stata l'unica organizzazione sempre garantita nei luoghi del degrado umano ed economico, non solo non riuscendo ad apportare modifiche strutturali alle cause della sofferenza, ma legandosi in modo complementare ed ambivalente con le dinamiche stesse dell'ingiustizia e dell'ignoranza.
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L’affermarsi del degrado in ambiente umano non è quindi conseguenza della mancanza di quei valori dello spirito, come si dice da più parti, ma è conseguenza dell’affermarsi di quei valori egemoni in mancanza di una loro attenuazione ad opera dell’emancipazione civile e laica.
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Che soluzioni proponete per porvi rimedio?
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Al di là di un auspicabile risveglio della ragione di fronte alle palesi deformità introdotte dalla religione cristiana, cattolica in particolare, nelle basilari nozioni di igiene degli affetti e del rispetto umano; al di là delle incredibilmente gravi (e in parte inesplorate) responsabilità storiche che un amore così immaturo ha inculcato nella soggettività dell'Occidente, resta ancora non risolto il nodo centrale della comprensione profonda di questo fenomeno. Non è sufficiente contrapporre il darwinismo al conato del creazionismo nelle tendenze regressive del presente. E' necessario aprire gli armadi di una conoscenza così gravosa da recepire in termini estesi, da essere rifiutata largamente anche nelle fasce della popolazione "di sinistra" in Italia.
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DIETRO LA RELIGIONE E I SUOI DETTAMI DI CRUDELTA' OGGETTIVA NEI RAPPORTI PEDAGOGICI TRA GENERAZIONI SI LEGITTIMA IL MOTORE STESSO DELL'ALIENAZIONE SESSUALE DELLA DONNA (quindi dell'intera umanità), LA SUA ESCLUSIONE DA UNA COMPLETA INDIVIDUAZIONE E RESPONSABILITA' SOCIALE.
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La mistificazione di questo importantissimo tema è tale da riferire l'ambito delle discussioni unicamente al conflitto tra sessi. Niente di più sbagliato. Lo studio dell'esegesi analitica del mito, come accade con lo studio dei sogni e del simbolismo in generale applicato alla letteratura e all'arte, rivela nel racconto cristiano (eucaristia, spirito santo e pos-sesso sulla figlia Maria, negazione del ruolo del padre, incarnazione nel corpo dei figli con le stimmate sessuali femminili del sangue e del dolore) l'estensione in termini socializzati della psicologia della Grande Madre intesa nel senso junghiano, in particolare, nell’accezione di Erich Neumann[4]. L'alienazione della donna madre, unitamente all'enorme potere neuro-affettivo che il mistero del parto-creazione le conferisce (nella fisiologia dei mammiferi), connota l'identità dell'Eterna Fattrice di una attribuzione divina da sempre riconosciuta nelle culture di ogni epoca, a partire dalle più remote.
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La religione in genere e, in Occidente, il monoteismo e la religione cristiana costituiscono esattamente l'espressione più coerente della psicologia della Grande Madre. Da qui deriva l'invisibilità e la radicale impunibilità delle istanze, anche sadiche (ma ammantate di profonda affettività), del cristianesimo. Da qui l'assoluta incongruenza tra buon senso, ragione e fede. La madre può sbagliare, essere immatura negli affetti, esigere tributi di sangue a infinito risarcimento di quello da lei versato nella gestazione e nel parto, e tuttavia conservare intatta la forza del suo potere che le deriva dall'aver "pettinato" i neuroni e l'identità affettiva dei nati da lei, uomini e donne. Dalla natività di un essere destinato al rito di sangue e martirio, al controllo delle istanze sessuali e di generazione, alle perversioni mistiche del corpo martoriato esposte dalla gino-iconologia dolente e sanguinosa dell’arte sacra, la religione non è solo un’istanza del potere politico o culturale: essa è innanzitutto la realtà di una alienante e radicata violenza domestica, è un’affezione così profonda da essere riverita con tenacia anche da chi non si dice praticante e tuttavia, difende il cristianesimo nella sua essenza.
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Per lo stesso motivo il cristianesimo, subendo scismi e insanabili contraddizioni, ha resistito ad ogni critica razionale, ad ogni rendiconto di colpa pur riconosciuta valida e dimostrata. Ma non è più lecito tollerare un uso anti-umano del potere degli affetti, diretto specialmente contro i bambini e la loro aspettativa di benessere!
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Alla base di tutto ciò, è una originaria mancanza di generosità, una inveterata attitudine al possesso, all’esproprio della proprietà sessuale del figlio e della figlia in quanto causa di emancipazione e di distacco, in piena autonomia di generazione. L’attitudine al possesso (pos-sesso) è la modalità di dominio esercitata dalla generazione che detiene il potere attuale. Il potere ha, infatti, una origine sessuale: c’è un paradosso intrinseco alla natura sessuale dell’umanità che evidenzia come solo la figlia, in quanto femmina, può divenire più grande e potente del suo creatore, che è la madre. Unicamente lei, non il maschio vezzeggiato, può procreare e mettere in mora il ruolo di potere generazionale della madre! Solo alla luce di questa premessa si possono comprendere i legami di senso che uniscono riti crudeli contro la giovane donna, che non è ancora madre, come l'infibulazione (rito di ingresso della giovane nel clan delle donne adulte), la cacciata con maledizione e colpa della figlia Eva dalla gratuità domestica per partorire con dolo e dolore, e, peggiore di tutte, lo spossessamento del corpo e della sessualità della figlia Maria da parte della madre spirito-santo, trinità matriarcale che già incorpora, nel sistema monadico, il padre e il figlio.
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Alcuni lessici del linguaggio comune rivelano la natura matriarcale e androgina della chiesa: "Don" è contrazione di "donna", è anche il suono del batacchio sotto la gonna-campana, iconologia della madre che in sé trattiene il figlio-fallo, nella fattispecie il prete; "duomo" è, infatti, la fusione fonetica di donna-uomo; i frati recano il cordone ombellicale ancora non reciso alla vita, le suore il velo placentale segno di possesso della madre. Il divieto all'uso della sessualità sottolinea la centralità e l'obbedienza all'unico sesso della madre. Nel caso del racconto dei vangeli, la giovane donna semplicemente viene privata del diritto di succedere alla madre nel potere di una autonoma procreazione. Non bastano i cento anni di coma letargico della giovane, dal momento del menarca (la prima goccia di sangue) fino al risveglio, per placare l’ira della madre-strega. Il veleno della mela, la maledizione biblica e la cacciata dal mondo domestico non placano la sete di invidia e di rancore nella matrigna; né la sterilità della terra ripaga Demetra dell’insana gelosa nei confronti della figlia Core che assurge al ruolo di sposa in un altro regno. Né Psiche ha ancora finito di pagare alle altre donne (sorelle, madre e suocera) il tributo a causa della sua bellezza e del suo amore per Eros. La figlia é la vittima prediletta dalla brama del rispecchiamento di ogni madre. L'infelicità che ne consegue si riverbera nel rapporto con l'uomo, nel masochismo congenito che la lega al persecutore, nella depressione post partum che sfocia nel figlicidio o nella sterilità.
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Se il tema del conflitto tra matrigna e figlia viene trattato e risolto nel mito e nelle fiabe (Cenerentola, la Bella Addormantata, Biancaneve,...), l'entità unica matriarcale proposta dal modello cristiano imperversa, invece, nell'illusione di vivere due esistenze in una: la sua e quella della figlia che le appartiene per diritto di invidia (individia). Maria non ha sesso e non ha un amante, che invece la tradizione ebraica conferisce ad Eva. Il figlio Cristo, esito nella giovane e succube Maria di questa mancanza di riconoscimento della proprietà sessuale, prodotto di un tale spossessamento, nato per caso inopinato (per virtù dello spirito santo e non di una libera scelta), non può che essere predestinato al rango di un... povero cristo! Tale è il suo destino. Sul suo corpo, reso femminile con la ferita nel costato (da cui era nata Eva) e dagli attributi di innocenza, passività ed esclusione, convergono le istanze femminili irrisolte dell'infelicità e dell'immaturità affettiva. Lo scarico sul corpo mistico dell'uomo femminilizzato e mestruato da ferite emorragiche (Cristo, Che Guevara o Padre Pio,...) costituisce il punto di saldatura e di scarico emotivo delle scorie di violenza frutto della innaturale fusione tra madre e donna (ma-donna). Si completa così un ciclo di asservimento, sempre a scapito della giovane e del rinnovo di generazione. Cristo assume una apparente funzione lenitiva, attraverso la rappresentazione della sua morte nel rituale del ma-sacro (sacralità materna). Perciò il cerchio mistico dell’incesto cristiano si alimenta di dolore, perversione, proiezione e controllo.
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Guai a toccare questa figura sanguinante, emblema di scarico dell’ingiustizia e dell’infelicità, avvolta nel sudario della placenta sindone! Il corpo, oggetto di necrofilia, è pianto nella scena della deposizione dalla madre che lo ha sacrificato a compenso della propria alienazione; in ugual modo, nei riti dell’antico matriarcato tramandati da Euripide, la baccante Agave piange il figlio Penteo da lei stessa smembrato. Si tollera l'intollerabile pur di non riconoscere il conflitto tra generazioni al femminile!
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Cosa si può fare per porre rimedio a questa barbarie nella civiltà degli affetti? Si provi a spiegare alle masse di credini (credenti passivi) e fedenti (credenti in cattiva fede) quali istanze innaturali e contrarie alla naturale emancipazione della sessualità si riproducono nella formazione pedagogica cristiana. Da tempo combattiamo una battaglia impari contro le istituzioni alienate dello sfruttamento che conseguentemente e coerentemente con la disumanità del credo si sono stabilizzate in accordo e reciproco sostegno con la religione. Non è forse vero che, in economia, ogni Azienda Madre Controlla e Possiede le Azioni delle sue Filiali? Non è forse vero che il Nazismo (un primato composito di nascita e madre-patria) e il Razzismo fondino le loro ragioni sul diritto di sangue e di appartenenza forzata, che sono attributi del codice materno?[5] E i misfatti sanguinosi delle “nostre cose”, nella tragica epopea di “cosa nostra”, non sono forse ascrivibili ad una affiliazione intorno al corpo centrale del “mammasantissima”, nelle famiglie di mafia? Non è semplice capire fino a che punto si estendono le implicazioni di una sub cultura matriarcale degli affetti, che è al tempo stesso potente, disumana e incontrollata. Essa confonde uomini e donne in una esistenza crudele ed alienata.
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Chi riporta danni psicologici in seguito ad una certa dottrina, può essere recuperato?
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Molto si può fare in questo senso. La mia pratica professionale di terapeuta dimostra che le connessioni analitiche e culturali, difficili da spiegare in termini scientifici, diventano di colpo comprensibili nella valutazione clinica della storia personale di ciascuno. Di fronte al personale libro della vita e degli affetti familiari, ossia dinanzi al codice di relazioni che hanno determinato la nostra vita, risulta logico e facile distinguere la causa dall'effetto che governa la percezione di felicità o l'impotenza dolorosa del fallimento nel progetto di vita. I risultati si possono apprezzare in termini clinici. Ma ovviamente ciò non basta. Occorre mettere in atto strategie di recupero e di consapevolezza in larghi strati della popolazione. Sempre Alice Miller dimostra la ineluttabile relazione tra formazione affettiva e qualità della vita. Tuttavia, in Italia, non una sola ora di educazione alle ragioni della laicità è stata organizzata nei programmi scolastici nazionali!
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Eppure lo Stato italiano è nato su criteri di latinità pre-cristiana, la scienza (Giordano Bruno, Galilei,...) si è costituita intorno ad un nucleo anticristiano, il Rinascimento è stato possibile solo grazie alla riscoperta dei classici greci, l'antifascismo e la liberazione non ha visto il vaticano attivo contro i regimi, bensì schierato dall'altra parte, intento a redigere la propria legittimazione nei concordati con Hitler e Mussolini, ai quali garantiva consenso e sostegno nell’ascesa. Il meglio prodotto in Italia (compresa l'arte sacra, che non era certo realizzata da stinchi di santo) è stato ispirato da una visione laica e democratica della vita e del corpo. Proporre la necessaria questione della emarginazione del cristianesimo nel novero delle opzioni del privato incontra oggi una resistenza fortissima. In tutti i settori. Nella migliore delle ipotesi si tende a sminuire il problema e a lasciare intatte le contraddizioni.
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Non si pensi tuttavia che questa è una battaglia di retroguardia: è la prima volta che si pone in modo cosciente e radicale la proposta concreta di rendere visibile al largo pubblico le responsabilità, non solo storiche, ma formative e causali del cristianesimo. In questo senso dobbiamo agire.
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Il problema è la fede in sé o l'apparato che ogni religione monoteista costruisce intorno al proprio credo?
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Il credo monoteista sta ad indicare la centralità del ruolo sessuale della madre (anche se incarna corpi maschili) nel costruire la dinamica degli avvenimenti della realtà. Perfino la storia recente dimostra che la religione è più efficace della politica nel determinare gli eventi, per questo è importante che si voglia sapere dei reali contenuti trasmessi. Di per sé la religiosità sarebbe un fattore umano compatibile con la civiltà, a patto che si sia consapevoli delle istanze che si veicolano nel racconto di fede che poi diviene prescrizione e istanza morale.
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Sarebbe altresì necessario che le rappresentazioni religiose e rituali rimanessero tali, ossia distinte dall'imposizione di un credo che confonde il simbolico con il reale. Per esempio, il fatto di celebrare la festa della nascita a dicembre con il rito dei doni da parte di Babbo Natale non deve imporre la necessità dell'inganno sulla reale esistenza di un personaggio della fantasia come se fosse reale! Una cosa è la naturale progressione che i bambini attuano nel distinguere la fantasia dalla realtà, altra cosa è la pelosa e deleteria attitudine degli adulti di vedere realizzate le proprie istanze di insoddisfazione infantile facendo credere per forza l'esistenza del falso. Forse che non si può giocare o godere di un rito gioioso sapendo che è un rito in quanto tale?
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Le religioni monoteiste non sono uguali negli effetti delle istanze da esse inoculate fin dalla più tenera età. Non sempre è facile riconoscere, nel confronto, il grado di pericolosità; infatti, concorrono altri fattori nelle società a influenzare gli effetti del credo. In Occidente la cultura laica e razionalista ha attenuato enormemente gli effetti già deleteri del cristianesimo (oltre alla secolare reclusione e sterminio degli Ebrei, si pensi all'analogo scempio attuato nelle Americhe: la crudeltà è un vizio congenito al cristianesimo!). Nel paesi arabi l'islamismo non si giova di una analoga progressione sociale. L'ebraismo ha invece individuato le corrette radici del problema proponendosi in termini di patto (akedà) tra generazioni. Sempre la madre si pone nel ruolo di dio (l'appartenenza ebraica è matrilineare), ma conferisce il potere della legge terrena (Dio verso Mosè) al ruolo paterno. L'esatto opposto della regressione cristiana, che rimanda il padre nella vacuità dei cieli o nel pleonasmo di un vecchio e sterile sposo. Nell'ebraismo la madre ideale è colei che è disposta a separarsi dal figlio purché egli viva (il giudizio di Salomone). Nel cristianesimo la madre è entità globale, indistinta, inglobante e distruttiva, come la grande madre del clan o gregge pre-sociale. È la menade crudele e folle che smembra il figlio Penteo e poi lo piange, come fa Maria sul corpo di Cristo ancora avvolto nella placenta sindonica[6].
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Ogni religione rimane comunque una opzione implicita della coscienza su temi che invece sono alla portata della comprensione umana. Meglio sarebbe una civiltà fondata sulla capacità di rappresentare, senza obbligo di fede, tutte le istanze dell'animo umano. La tradizione dei Greci in questo è maestra.
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Lei ritiene che in Italia, oggi, sia possibile affrontare questi temi e dibatterne pubblicamente?
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E' necessario in tutti i casi. Personalmente non esito a rischiare attacchi personali o scomuniche di varia natura, poiché ritengo una battaglia di assoluta civiltà rendere visibili gli effetti dell'ignoranza e della malafede. Bisogna battersi in tutti i campi della società per affermare una civiltà ed una igiene degli affetti. So per certo che è possibile. Se qualcuno vuole reagire con la consueta violenza già riscontrata nella storia di fronte agli avanzamenti della coscienza e della società, è avvisato, noi siamo pronti. Esiste una minoranza numerica di individui che è già maggioranza qualitativa nel distinguere e rendere visibili i fantasmi dell'inconscio retaggio di una aggressività non risolta. Si tratta di individuare i percorsi di una emancipazione ulteriore per adeguare la consapevolezza umana allo sviluppo della tecnologia e all'inedito potere che essa conferisce all'uomo. Le nuove potenzialità richiedono una dilatazione della coscienza per far sì che ciò che abbiamo costruito non sia rivolto contro di noi, ma a vantaggio di una integrazione con la natura, di cui siamo e restiamo una cosciente emanazione.
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Infine mi servirebbero pochi suoi dati biografici.
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Sergio Martella
Psicologo Psicoterapeuta
Docente a contratto (dal 1993) presso la Facoltà di Medicina e ch. dell'Università di Padova
Via San Massimo, 91/24
35128 - Padova
tel. 049774225
mobile 3283841536
www.arte-e-psiche.com
sergio.martella@alice.it
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[1] Alice Miller, La persecuzione del bambino, Bollati Boringhieri, Torino,1989.
[2] Sergio Martella, Pinocchio eroe anticristiano. Il codice della nascita nei processi di liberazione, Edizioni Sapere, Padova, 2000.
Sergio Martella, Il furore di Nietzsche. La nascita dell'eroe e della differenza sessuale, Cleup, Padova, 2005.
[3] David I. Kertzer, I papi contro gli ebrei. Il ruolo del Vaticano nell'ascesa dell'antisemitismo moderno (titolo originale: The Popes against the Jews, Alfred A. Knopf Inc. 2001), Rizzoli, Milano, 2001.
[4] Erich Neumann, Storia delle origini della coscienza, Astrolabio, Roma, 1978.
[5] Jamine Chasseguet Smirgel, L’ideale dell’Io, Cortina Editore, Milano, 1991, pp. 59,60.
[6] Euripide a cura di Giorgio Ieranò, Baccanti, Appendice, Mondadori, Milano, 2006, p. XXIX-XXXIII.
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Nella foto, lo psicoterapeuta Sergio Martella
 
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