comunicato stampa

ECCO LA REALE INDIANA JONES AL FEMMINILE CHE EMERGE DAL PRIMO CENSIMENTO PROMOSSO DALL' ASSOCIAZIONE NAZIONALE ARCHEOLOGI, CHE DENUNCIA UNA SITUAZIONE DI ESTREMA PRECARIETÀ ED ASSENZA DI REGOLE NEL MONDO LAVORATIVO DEI BENI CULTURALI.

05/apr/2006 11.02.55 Associazione nazionale archeologi Contatta l'autore

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COMUNICATO STAMPA

 

DONNA, TRENTENNE, LAUREATA O SPECIALIZZATA, PRECARIA E DESTINATA A CAMBIARE LAVORO ENTRO 3 ANNI. ECCO LA REALE INDIANA JONES AL FEMMINILE CHE EMERGE DAL PRIMO CENSIMENTO PROMOSSO DALL’ ASSOCIAZIONE NAZIONALE ARCHEOLOGI, CHE DENUNCIA UNA SITUAZIONE DI ESTREMA PRECARIETÀ ED ASSENZA DI REGOLE NEL MONDO LAVORATIVO DEI BENI CULTURALI.

 

I dati che emergono dall’indagine “1° Censimento Nazionale Archeologi” realizzato su un campione di archeologi in tutta Italia e promosso dall’Associazione Nazionale Archeologi per ottenere un quadro della situazione della categoria, parlano chiaro: quello di archeologo è un lavoro estremamente precario e soprattutto “di passaggio”.

L’archeologo tipo che viene fuori dal dossier, preparato in due anni di raccolta dati, è donna (72,01% contro il 27,99% di uomini), ha circa 30 anni (oltre il 50% ha tra i 28 e i 32 anni), è laureata con il vecchio ordinamento (64,23%) prevalentemente in Lettere Classiche indirizzo Archeologico (67,80%) oppure in Conservazione dei Beni Culturali (26,78%), non ha proseguito gli studi dopo la laurea (43,40%) e, quasi la metà, lavora per conto di Società e Cooperative private (45,25%) in scavi legati alla realizzazione di grandi opere.

 

“Il dato più preoccupante è che, a causa dell’estrema discontinuità e intermittenza degli stanziamenti pubblici - dichiara Tsao Cevoli, Presidente dell’Associazione Nazionale Archeologi - la maggior parte degli archeologi per vivere è costretta a svolgere parallelamente altri lavori non qualificati, e finisce per abbandonare la professione (55,21%) entro 3 anni, segno evidente di quanto questa professione, una delle più importanti per i Beni Culturali, non sia sufficientemente valorizzata.”

 

Significativo è anche il dato che riguarda le forme di lavoro degli gli archeologi e gli enti presso cui lavorano: la maggior parte infatti risulta lavorare con incarichi a tempo determinato per società e cooperative (ben il 45,25%), solo il 19,25% direttamente per il Ministero e le Soprintendenze, mentre il 21,25% ha contratti con le Università. Da registrare anche il dato negativo inerente i centri di ricerca, dove viene impiegato un misero 1,5%.

 

Gli archeologi risultano principalmente impiegati in attività quali: scavo (33,53%), catalogazione (20,38%) e didattica ( 14,93%). Il settore che necessita maggiormente di tale profilo professionale risulta essere quello degli “scavi archeologici preventivi, di emergenza o di recupero”, a cui si dedica il 21,55% degli archeologi intervistati.

 

“Il quadro che emerge da questa prima indagine è assolutamente scandaloso per la professione - conclude Tsao Cevoli - Il nostro obiettivo è di riuscire a sensibilizzare le istituzioni su una delle categorie più bistrattate del mondo dei Beni culturali, situazione che penalizza soprattutto  l’inestimabile patrimonio culturale del nostro Paese  ”.

 

 

 



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