notazioni pre-elettorali

08/apr/2006 10.56.58 indipendenza Contatta l'autore

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Gianfranco La Grassa ha inviato in redazione uno scritto di analisi sulla situazione italiana che è stato sintetizzato per la pubblicazione sul sito. Lo proponiamo ai nostri lettori invitandoli a prendere visione del n. 19 (cartaceo) di “Indipendenza”, richiedibile in redazione, che ben si integra con -ed in parte richiama e circostanzia- i temi di fondo di seguito svolti. La chiusa dell’intervento, ovviamente, è una chiusa congiunturale, provvisoria, da interpretare -non riteniamo di sbagliare se estendiamo questa interpretazione all’autore dello scritto- come uno sprone per agire politicamente non per favorire questa o quella delle due coalizioni, sostanzialmente speculari e dannose per gli interessi collettivi, ma per porre seriamente, all’ordine del giorno, un ben diverso orizzonte progettuale e di strategia politica.

 

Ne proponiamo una piccola parte. Chi è interessato a leggere il resto, scriva in redazione e riceverà il testo completo.

 

NOTAZIONI PRE-ELETTORALI

 

1. Poche parole sull’americanizzazione della nostra politica (che ovviamente non ha nulla a che vedere con la vera politica). Affidare le sorti della gestione di una società in base al confronto all’americana tra “facce di tolla” non appare comportamento sensato. Per quanto riguarda i due “leader”, da una parte ho rilevato la solita logorrea incapacità di concisione e di sintesi e le manie dei “comunisti in agguato”; dall’altra parte, fumosità ed ambiguità. Non parliamo delle menzogne spudorate da entrambe le parti; comunque, confesso che a me sono parse particolarmente fastidiose quelle “sinistre” sull’euro: in tutti i paesi europei c’è stato un balzo netto e improvviso del costo della vita.

Ritengo sia già più interessante vedere chi appoggia il centrosinistra. Più o meno nella prima settimana di marzo, ambienti politici diessini hanno organizzato una festa, a Roma, per Bettini, ex segretario della Federazione di Roma del PCI, da anni uomo di punta del gruppo veltroniano e responsabile culturale per l’Auditorium romano, oggi candidato alla Camera dei Deputati per i DS. Una festa in cui si “contavano” 360 tavoli (con 10 coperti l’uno) riempiti dall’establishement economico-finanziario-giornalistico-politico. Una delle foto simbolo della kermesse inquadrava ad un tavolo Romiti, Veltroni, Miriam Mafai e Giorgio Napolitano. Vi era poi il costruttore romano Caltagirone, quello che per un periodo ha appoggiato Ricucci e gli altri “furbetti” nel recente cosiddetto risiko bancario. C’erano ovviamente tutti i principali banchieri, quelli delle obbligazioni (bond) argentine, dei crac Cirio e Parmalat. C’erano poi attori e attrici, registi e “grandi romanzieri”, tutto il Gotha del giornalismo, le contesse che un tempo alimentavano i salotti “neri” della Capitale. La vera carenza d’Italia -e di questi tempi grigi- è di non avere qualcuno con la penna di un Balzac (Illusioni perdute) o di un Maupassant (Bel Ami) per descrivere la corruzione e il degrado culturale di questo ambiente affaristico-politico-giornalistico. Peccato; ne uscirebbe qualche capolavoro.

Scalfendo un poco l’epidermide, possiamo ricordare l’editto (8 marzo 2006) del direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, in favore del voto al centrosinistra (e, nel centrodestra, ai partiti di Fini e Casini). Secondo quanto appurato dal giornale “.com” il 15 marzo, Mieli, prima di scrivere il suo “editto”, avrebbe avuto l’assenso da tutti i soci appartenenti a quel “patto di sindacato” della Rizzoli-Corriere della Sera che controlla il quotidiano milanese: vale a dire Montezemolo, Tronchetti Provera, Pesenti, Della Valle, Lucchini, Merloni, Bertazzoni, Bazoli e Passera (Intesa), Bernheim (Generali), Romiti, e persino Geronzi (Capitalia) e Ligresti, i due personaggi del mondo finanziario in buoni rapporti con Berlusconi. Per cui è pura divisione delle parti quella che si è vista all’assemblea degli industriali a Vicenza di fine marzo, con Montezemolo che asseriva di non voler essere “tirato per la giacchetta” onde farlo schierare politicamente, e Della Valle che attaccava frontalmente Berlusconi. Concludo il passaggio ricordando che dentro il Corriere, dopo che Mieli ha concesso che qualche editorialista non perfettamente allineato potesse continuare a scrivere i suoi articoli (tanto si può contare sull’autocensura che si impone chi prende qualche migliaio di euro per ogni editoriale e non vuol rischiare di perdere una simile manna), il consiglio sindacale del giornale, facente parte della maggioranza della FNS (Federazione Nazionale della Stampa) diretta da Serventi Longhi, ha asserito che in nessun caso era ammissibile che si potesse scrivere anche un solo articolo fuori della linea stabilita dal Direttore. Che spirito aperto e che sensibilità democratica!

 

2. E adesso scendiamo al di sotto dell’epidermide. Andando diretti al cuore del problema. Come ha mostrato l’editoriale di Paolo Mieli, le oligarchie industrial-finanziarie parassitarie del nostro paese desiderano un successo del centrosinistra, nel contempo, però, accompagnato da un forte ridimensionamento di Forza Italia (e anche Lega) e dalla crescita di AN e UDC nell’ambito del centrodestra sconfitto.

Un successo troppo schiacciante del centrosinistra -che tuttavia si può ottenere in numero di seggi, anche se non in numero di voti grazie al forte premio di maggioranza- farebbe crescere comunque, con il proporzionale, la forza dell’ala “estrema” (detto per accettazione degli stereotipi correnti) della sinistra: Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi. I quali sarebbero in difficoltà a giustificare un’eccessiva arrendevolezza di fronte alla propria “quota di mercato” elettorale, e potrebbero perciò essere obbligati a creare qualche ostacolo all’attuazione delle misure neoliberiste (mercato del lavoro, pensioni, fisco, eccetera) che le oligarchie comunque desiderano.

Se ci fosse invece una vittoria di misura del centrosinistra, ma con rafforzamento di FI e indebolimento di AN e UDC, la questione diverrebbe più complicata per i desideri delle oligarchie economiche. Un simile risultato renderebbe impraticabile l’obiettivo -non certo subito ma entro un congruo periodo di tempo- di tagliare l’estrema sinistra con il “salto della quaglia” di UDC e (almeno parte) di AN o quantomeno di favorire su certe misure neoliberiste succitate i voti dei suddetti settori del centrodestra senza liquidare, malgrado un voto contrario (per “salvare l’anima”), l’ala “estrema” sopra segnalata. In questa “sfavorevole” evenienza, per riprendersi i voti che affluiscono in FI (dove è tutto da vedere quale forza ne beneficerebbe), bisognerebbe trattare con Berlusconi la sua uscita dalla politica; questo non faciliterà per nulla la politica dei vincitori. Berlusconi, a mio avviso, si rende conto di essere accerchiato, e sa dei continui incontri centristi tra Mastella (Udeur), Rutelli, Casini, Follini e altri del genere (anche minori) per concordare la tattica e la strategia migliore per costringere il premier alla sconfitta e poi alla resa, eccetera. Sintomatico che, quando il centrodestra era in caduta libera nei sondaggi, Casini e Fini abbiano sospeso le loro polemiche verso Berlusconi apparentemente suicide per il timore di una troppo schiacciante vittoria degli altri, che avrebbe reso poco preziosi i loro servigi. Quando i sondaggi si sono invertiti (come tendenza, non in assoluto) e, soprattutto, è andata crescendo FI rispetto a loro, essi hanno subito ripreso a “smarcarsi”: cosa che nessuno che non sia in “intelligenza con il nemico” farebbe mai.

 

3. Scendiamo ancor più in profondità. Torniamo all’assemblea degli industriali a Vicenza. Berlusconi, per i suoi motivi di “banda” (se volete, per il famoso “perso per perso mi vendo cara la pelle”) ha effettuato un duro attacco al vertice confindustriale dei Montezemolo, Tronchetti Provera. Il “suo” Giornale, senza più remore e con molta lucidità, per qualche giorno ha rivelato tutte le magagne di certi settori oligarchici ormai alla frutta, con bilanci truccati, forse perfino sull’orlo del fallimento, che appoggiano il centrosinistra per mettere mano alle casse dello Stato e alle tasche della popolazione italiana, portare un bel po’ di soldi in salvo (Montezemolo ha i suoi fondi in Lussemburgo, solo per fare un esempio), eccetera. Fiat, Telecom, lo stesso Benetton, eccetera, non si trovano per nulla in situazione florida. Questo è stato posto in chiarissima luce (si veda l’esplicita e durissima prefazione dell’ex Presidente della Confindustria, D’Amato, al libro di Lodovico Festa Guerra per banche). Che a dirlo sia una delle due bande rivali non cambia lo stato delle cose: d’altronde è normale che le diverse bande, arrivate ad uno scontro al calor bianco, rivelino ognuno la furfanteria dell’altro. Ebbene, che cosa accade dopo gli attacchi di Berlusconi a Vicenza? L’intero centrosinistra (ivi compreso Bertinotti) si schiera indignato a difesa degli “offesi” Montezemolo e Della Valle, a difesa dell’intero establishment che, nel giro di pochi anni, si mangerà gran parte della ricchezza della nostra popolazione per salvare banche e industrie decotte (del tutto subordinate alla finanza USA). Non si può, a mio avviso essere complici di una delle due bande di briganti, non bisogna cedere al ragionamento per cui se non si vota per uno, si deve votare per l’altro. Se non si sa fare altro che schierarsi, ogni tanti anni, per un bandito o per l’altro, almeno però ci si risparmi la litania di star scegliendo il “meno peggio”. Se si vede uno di quei bei film statunitensi in cui c’è una banda (diciamo per semplicità quella di Al Capone) che sta mettendo a soqquadro Chicago ed un’altra di pretendenti-“furbetti” che ne vorrebbe prendere il posto, con bagarre finale a loro sfavore, lo spettatore difficilmente parteggerà per questi ultimi, per il buon motivo che non si vede quale alternativa essi rappresentino rispetto al gangster predominante. Tuttavia, ci si può rendere ben conto che il vincitore è comunque il peggiore, il più potente, il più devastante dei cittadini di Chicago, eccetera. Uno spettatore che parteggiasse per Al Capone, perché è il prepotente vincitore (e assassino che “ne ammazza di più”), verrebbe giudicato sicuramente di mal occhio. Ma perché lo stesso ragionamento non viene fatto quando si parla di politica, e sono in gioco persino i propri interessi materiali?

 

(continua)

 

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