edit.le n. 19-20 "Indipendenza" febbraio/maggio 2006

03/giu/2006 01.23.00 indipendenza Contatta l'autore

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LE PROSPETTIVE DI UN VOTO

 

Finalmente. Dalle urne non poteva scaturire scenario meno peggiore. Stante ovviamente gli attuali, ristrettissimi, spazi di agibilità anche solo per politiche antiliberiste. Innanzitutto al governo del cavaliere nero non potranno più essere attribuiti, ossessivamente, tutti i problemi ed i mali di questo paese. Il centrosinistra martellerà sullo sfascio del bilancio pubblico ereditato, così come fece il centrodestra cinque anni fa salendo al governo, entrambi gli schieramenti avendo ragione ma rimuovendo significato ed effetti dei vincoli europei che hanno concorso ad applicare. Sia chiaro: Berlusconi ha curato gli interessi di famiglia e quelli a lui riconducibili, ma limitare a questo la critica è fuorviante perché mette in secondo piano le responsabilità, ancor più rilevanti, dell’azione del suo governo iscritte nell’ideologia d’impresa che lo connota e nella politica di servitù imperiale che, ereditate dai precedenti governi, ha proseguito. Per il centrosinistra demonizzare Berlusconi è, da oltre un decennio, un comodo parafulmine per occultare proprie analoghe e speculari affinità neoliberiste, nemmeno differenziabili lungo il crinale -da taluni richiamato- di “liberismo temperato” (centrosinistra) e “liberismo selvaggio” (centrodestra). Lo diciamo per via di circostanziabili inversioni di ruolo, in svariati ambiti, che da più di dieci anni fanno dubitare su quale dei due schieramenti sia il meno peggiore. Questo ci porta a rilevare una seconda, ma non secondaria, risultante. Il bilanciamento dei rapporti di forza nello schieramento di centrosinistra è tale da non consentire più alibi al fronte di forze che si collocano alla sua sinistra: Rifondazione Comunista, ma anche Comunisti italiani e Verdi hanno ottenuto quei seggi che richiedevano, «cacciate le destre», per poter «realizzare il programma dell’Unione a partire dai suoi punti più qualificanti». Ora il loro peso in termini di seggi è molto condizionante se non addirittura indispensabile. La stessa elezione di Fausto Bertinotti a presidente della Camera non è a quei fini irrilevante. Quanti, con il loro voto, hanno riposto aspettative in uno spostamento di sinistra dell’asse di governo ora sanno che potranno chiedere il conto a questo fronte che è organicamente nella coalizione vittoriosa. Mai in passato si erano presentate tali condizioni sulla carta favorevoli.

Tutto questo, peraltro, nel quadro di una situazione di instabilità e precarietà politica (si vedano la risicata maggioranza al Senato e anche le confliggenze tra il pluriverso di forze del centrosinistra) che è la terza risultante significativa di queste elezioni. La distribuzione delle forze e degli interessi in gioco è tale da non rendere affatto spianata la strada per il saccheggio economico e la devastazione sociale che oligarchie economico/finanziarie si aspettavano da una netta affermazione del centrosinistra. L’attuale assetto politico crea inquietudine tra questi stessi sponsor del centrosinistra, al punto da averli già indotti a caldeggiare, per puro pragmatismo d’interesse, ad urne appena chiuse, una via d’uscita di larghe intese con quantomeno settori della coalizione avversaria. È uno scenario non escludibile ma che si presenta non semplice in termini di praticabilità, per interessi congiunturali di fazione che tagliano trasversalmente entrambi gli schieramenti, come trasversali peraltro sono le spinte in senso contrario di altri partiti o di frazioni interne agli stessi. L’attuale dirigenza di Confindustria, le grandi banche, nonché le oligarchie finanziarie principalmente statunitensi (agenzie di rating, banche d’affari come Goldman Sachs, fondi d’investimento), e la loro cassa di risonanza che è la grande stampa (Wall Street Journal, Economist, Financial Times fino ad arrivare al Corriere della Sera e la Repubblica) avevano infatti esplicitamente investito in una vittoria più netta della coalizione guidata da Prodi, e particolarmente su Margherita e Democratici di Sinistra. Aver raggiunto l’obiettivo di misura pone loro oggettivi problemi nella velocità di realizzazione dei propri diversificati ed intrecciati interessi. Alla fine, ammesso che la coalizione vincente riesca a reggere, è semmai possibile che queste larghe intese siano perseguite di fatto sotterraneamente e solo su dati ambiti, ma con inevitabili compiacenze e scambi di favore che non potranno che determinare fibrillazioni e forse anche smottamenti in entrambi gli schieramenti.

 

Senza dubbio, le succitate oligarchie finanziarie transnazionali (anche agitando la pretestuosa spada di Damocle del debito pubblico, per più del 50% nelle loro mani) si attendono dal centrosinistra il proseguimento di quel processo di colonizzazione accelerato nel 1992-2001 e mirante ad integrare pienamente anche l’Italia nel cosiddetto mercato unico globale, privo di “barriere” di ogni sorta e dominato dal capitalismo USA. Queste oligarchie premono perciò per una spinta decisiva alle liberalizzazioni (servizi di pubblica utilità, ordini e professioni, commercio, ecc.), per il completamento delle privatizzazioni (Eni, Enel, Finmeccanica...), per una ulteriore riduzione della spesa pubblica e sociale (in specie pensioni e sanità) ed una più accentuata flessibilità del lavoro. Tutte misure non a caso inglobate nell’espressione “Washington consensus”.

I cosiddetti “poteri forti” di casa nostra, sia in vista di prefigurate fusioni bancarie anche transfrontaliere, sia per il salvataggio delle proprie imprese decotte, spingono anche -e più capillarmente- per una decisa spoliazione sociale a loro favore a scapito del lavoro dipendente e soprattutto del “popolo delle partite Iva” e delle stesse piccole/medie imprese. Pensiamo agli effetti di misure come la revisione degli studi di settore, vale a dire quella procedura di calcolo -sulla base di parametri economici e dimensionali come il numero di dipendenti- del “reddito presunto” di liberi professionisti, artigiani, commercianti e piccole imprese, rispetto al quale il reddito dichiarato non può essere inferiore se si vuole evitare di finire nel mirino del fisco; reintroduzione dell’imposta di successione, odiata in particolare da artigiani, agricoltori e piccole imprese; rivalutazione, in un contesto di prezzi immobiliari gonfiati, degli estimi catastali (cioè il valore convenzionale degli immobili in base al quale si calcola la rendita catastale, snodo per calcolare le imposte) da cui conseguirà, per concatenazione, l’aumento dell’Ici, dell’Irpef (oggi Ire) e delle sue addizionali comunali e regionali, delle imposte indirette sui trasferimenti (registro, catastale ed ipotecaria). Questa rivalutazione verrebbe giustificata soprattutto per colpire la speculazione immobiliare. Perché allora, se fosse questo il vero scopo, non reintrodurre, con le dovute esenzioni ed agevolazioni, un’imposta come l’Invim (imposta comunale sugli incrementi di valore degli immobili) per tassare appunto i guadagni speculativi derivanti dalle compravendite immobiliari?

Fiore all’occhiello del centrosinistra è la riduzione di cinque punti del cosiddetto “cuneo fiscale” (la “tax wedge” di liberista scuola), vale a dire gli oneri fiscali e soprattutto sociali e previdenziali sul lavoro dipendente, prevalentemente a carico delle imprese. Si tratta di una misura da finanziare anche riducendo sovvenzioni alle imprese ed aumentando non solo i contributi sul lavoro autonomo, ma anche quelli sul lavoro flessibile a carico delle aziende. In sostanza una partita di giro tra attività private che avvantaggerà le imprese grandi come Fiat, Telecom, eccetera, che hanno numerosi dipendenti e che si vedranno così sostenuti dallo Stato (oltre a beneficiare della reintroduzione di agevolazioni fiscali come la Dit già varata dal precedente governo di centrosinistra), ma che graverà sul restante 95% circa di piccole e medie per la diminuzione di benefici e l’aggravio di costi.

Altra misura centrale con effetti a medio e lungo termine è la “lotta all’evasione fiscale”. Questa, di fatto, intende colpire un aggregato che va dai professionisti, agli artigiani e commercianti, a piccole e piccolissime imprese. Si tratta di milioni di persone con all’interno ampie sacche di precariato, con attività che aprono e chiudono di continuo, sovente costrette ad evadere per poter sopravvivere. Una forza politica popolare seria dovrebbe individuare un terreno di convergenza dei diversi, ma su vari versanti comuni, interessi del lavoro dipendente nelle sue diverse stratificazioni, di quello cosiddetto autonomo e della piccola intrapresa privata, globalmente sotto attacco ad esempio per gli effetti dell’impianto neoliberista europeo. Se il centrodestra si è distinto nello svilire -nella sua dignità e diritti- il lavoro dipendente, il centrosinistra, sostenuto da vertici sindacali, è invece pronto a mobilitarlo contro il succitato “popolo delle partite Iva”, in nome di una bandiera, quella della lotta all’evasione fiscale, che andrebbe principalmente rivolta contro ben altri “ricchi”, abili a ricorrere all’elusione fiscale e ad allocare fondi nei cosiddetti “paradisi fiscali”.

Ciò non significa, in linea di principio, non riconoscere l’esigenza di far emergere le sacche di evasione indebita (dalle fatturazioni effettive agli affitti in nero). È però preliminare avere una visione d’insieme e collocare i princìpi nel contesto reale. Nel caso specifico, la tassazione, nel rispetto di imprescindibili criteri di giustizia sociale, andrebbe finalizzata al finanziamento dei servizi e più in generale per utilità sociale, e non, come nel contesto attuale in cui viene inscritta, per foraggiare i “poteri forti” di casa nostra e soprattutto rispettare i diktat paralleli sui conti pubblici di Commissione e Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale ed agenzie di rating statunitensi. Allora sì che avrebbe un senso politico “alternativo”, “anticapitalistico”, o come ulteriormente si vorrebbe definire, non fare sconti, ovviamente nel rispetto di criteri di progressività fiscale e di giustizia sociale. Il prendere fiscale è per un ricevere collettivo in termini di utilità sociale, non per vessare e soddisfare interessi di classe dominante.

 

Sono, queste, problematiche del tutto eluse, ovviamente, anche dal centrodestra.

Non è fuor di luogo, a questo punto, una sintetica valutazione dei cinque anni di governo di Berlusconi, irritante nel negare il declino economico-sociale del paese e nello sbandierare addirittura un miglioramento del “benessere”, essendo stato attuatore di misure negative per gli interessi nazionali come la legge Biagi sulla flessibilità del lavoro, la riforma delle pensioni, le cartolarizzazioni del patrimonio pubblico, i condoni, la legge obiettivo sulle “grandi opere”, quella Moratti sulla pubblica istruzione, la Bossi-Fini sull’immigrazione, eccetera.

A nostro avviso occorre riflettere sulla mancata realizzazione di buona parte del suo pur indiscutibilmente criticabile programma, e ciò in quanto spia di un meccanismo di vincoli e di “regole”, non solo europee, con cui, volente o nolente, anche il centrosinistra dovrà fare i conti. Il centrodestra ha vinto le elezioni del 2001 grazie all’appoggio di un blocco sociale imperniato innanzitutto sulla piccola-media impresa e sul “popolo delle partite Iva”, ma anche su spezzoni di lavoro dipendente e “proletariato”, soprattutto al Sud. Le grandi imprese, preso atto senza grandi entusiasmi del mutato vento politico e della inevitabilità dell’ascesa di Berlusconi al governo, aprirono una prudente linea di credito aspettando di raccogliere risultati. Il cosiddetto “contratto con gli italiani” (abbattimento pressione fiscale, avvio grandi opere, innalzamento pensioni minime, eccetera) voleva fungere da collante di questi interessi diversificati. Il “rilancio dell’economia” tanto promesso non è però arrivato. Non si è innescato il ventilato “circolo virtuoso”, basato sulla puerile convinzione che il maggior reddito a disposizione derivante dalla riduzione del carico fiscale su cittadini e imprese si sarebbe tradotto in crescenti consumi e investimenti, quindi più crescita ed aumento dello stesso gettito fiscale. Le ragioni vanno ricercate negli effetti della cosiddetta “globalizzazione” economica e finanziaria e del processo d’integrazione europeo. La concorrenza proveniente in particolare dalla Cina nei settori tradizionali del made in Italy, la rivalutazione dell’euro, l’impossibilità di indirizzare anche con la spesa pubblica -causa i vincoli europei- un sistema capitalistico tra l’altro stravolto e fortemente ridimensionato dall’azione di Bruxelles e delle banche d’affari USA, ecco alcune delle cause del mancato “rilancio”. Il centrodestra è allora ricorso a interventi finanziari di breve respiro come le cosiddette una tantum (cartolarizzazioni e condoni vari innanzitutto, ma anche operazioni cosiddette “swap” sui titoli di Stato con la finanza estera, che hanno fatto aumentare la spesa per interessi) ed i tagli ai trasferimenti agli enti territoriali (dove crescono gli sprechi) per finanziare la diminuzione delle aliquote Irpef -reputata decisiva per compattare un blocco sociale attorno a Berlusconi- e soprattutto mantenere i conti pubblici in regola con il Patto di stabilità europeo. Nonostante le ultimissime finanziarie prevedessero misure in linea con le succitate richieste dei “poteri forti” -ad esempio l’incoraggiamento degli enti territoriali nella lotta all’evasione fiscale con l’incasso del 30% delle somme recuperate, o il permesso ai comuni stessi di aumentare le rendite catastali di aree o singoli immobili tramite un loro riclassamento- a fini di tenuta dei consensi alla vigilia delle elezioni il centrodestra ha evitato un troppo invasivo e diretto mettere le mani in tasca ai cittadini, non lesinando favori persino alle ostili banche e grandi imprese: ad esempio la sanatoria tombale disposta da Tremonti -del valore di qualche decina di miliardi di euro- sulle violazioni commesse, nella gestione del servizio di riscossione tributi, dalle società concessionarie quasi tutte facenti capo alle grandi banche o anche la concessione e la proroga della cassa integrazione ed il ricorso alla mobilità per centinaia di dipendenti Fiat, scaricandone i relativi costi sull’Inps.

 

Tali regalìe non sono state criticate dal centrosinistra in una campagna elettorale surreale nel corso della quale si son promesse uscita dalla precarietà, ripresa economica, rivitalizzazione sociale ed altre amenità. Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi hanno criticato più o meno apertamente molte leggi varate dal centrodestra, rimuovendo però la loro natura di prolungamento di quelle leggi del centrosinistra. Ci si è pronunciati a favore dell’abolizione delle leggi Biagi, Moratti e Bossi-Fini ma non di quelle Treu, Berlinguer e Turco-Napoletano che ne costituivano le premesse. Viene da domandarsi se l’unico liberismo da criticare sia solo quello del centrodestra e se sia ancora attuale la celebre frase di Gianni Agnelli, secondo cui una politica economica rigorosa e “di destra” è più facile che la metta in atto un governo “di sinistra”.

I movimenti in Francia contro il cosiddetto Contratto di Primo Impiego e in Italia contro la Tav dimostrano come una decisa e consistente opposizione sociale possa bloccare provvedimenti dannosi per la collettività. Certo, si tratta pur sempre solo di (legittime) lotte difensive, con tutti i limiti che questo comporta, ma che comunque risultano decisamente più rispondenti agli interessi collettivi delle scelte sinora viste delle sinistre governative e possono concorrere a costruire le fondamenta di un progetto politico di alternativa avente ben altri orizzonti di una pratica al servizio di interessi oligarchici. A questo scopo gli anticapitalisti conseguenti sono chiamati anche ad incalzare Rifondazione, Comunisti Italiani e Verdi sul terreno della critica sociale al neoliberismo e al capitalismo, per acuire contraddizioni e scollare ambiguità. Non omettendo di inscrivere dentro questa costruzione, come i fatti a più riprese e ad ogni livello mostrano, la necessità di una indipendenza e sovranità nazionale da conquistare, snodo preliminare non soltanto qui, in Italia, per un mutamento di società e per la riscrittura di differenti rapporti con Stati e popoli.

 

Indipendenza

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