CS SOVRANITA' ALIMENTARE: GLI IMPEGNI FUTURI DEL COMITATO ITALIANO A CHIUSURA DEL SEMINARIO "VINCERE LA FAME SI DEVE"

06/nov/2006 14.49.00 Associazione ONG italiane Contatta l'autore

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Si chiude oggi “VINCERE LA FAME SI DEVE”:

i nostri impegni per il futuro per la Sovranità Alimentare

 

Roma 6.11.2006. Si è chiusa la due giorni organizzata dal Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare (oltre 260 organizzazioni e associazioni, ong, movimenti ecologisti e sindacati che rappresentano oltre 10 milioni italiani, un 1/5 della società civile italiana) dopo aver partecipato alla discussione interna alla FAO durante lo Special Forum insieme ai rappresentanti di oltre 350 organizzazioni di piccoli produttori del sud del mondo.

 

“Il Comitato va avanti - afferma alla chiusura Sergio Marelli, presidente del Comitato - la straordinaria mobilitazione che abbiamo compiuto in questo mese non si ferma alla consultazione della FAO, il nostro lavoro continua con l’obiettivo generale di affermare la Sovranità Alimentare come diritto che deve essere recepito dagli ordinamenti giuridici internazionali. Ripartiamo proprio sui temi che sono stati sollevati durante il Seminario Internazionale: la discussione in seno alla Commissione Europea sulla soglia di tolleranza nei cibi e prodotti biologici di transgenico; l’Europa dopo aver chiesto un’improbabile “coesistenza” tra biologico e OGM nelle nostre agricolture, ora cerca di far passare ed accettare l’inevitabile contaminazione delle sementi e delle coltivazioni biologiche introducendo la percentuale dello 0,9 tollerata di OGM nei prodotti BIO”.

“Un altro fronte su cui ci impegneremo è quello della Riforma della Legge 49 sulla Cooperazione Internazionale, per far sì che sia realmente uno strumento di partenariato e di appoggio ai piccoli agricoltori e pescatori del Sud del mondo. E soprattutto, ci aspetta il grande appuntamento del 2008, anno in cui si valuteranno con l’analisi di medio termine i risultati della PAC, la Politica Agricola Comune dell’Europa, varata nel 2003 e di cui ci prepareremo a chiedere con una decisa battaglia la riforma, per svincolarla dal ricatto delle grandi concentrazioni multinazionali e per indirizzare l’Europa verso una politica più giusta ed equa per i piccoli produttori del Sud, ma anche per salvaguardare la nostra cultura agricola e i nostri contadini”.

 

“Nella lotta alla fame di questi anni non possiamo non considerare le grandi contraddizioni attuali - continua Sergio Marelli, presidente del Comitato - che sono alla base della drammatica realtà della fame e della denutrizione: la prima è che la produzione alimentare del pianeta, oggi, basterebbe a sfamare circa 12 miliardi di persone, quasi il doppio della popolazione mondiale eppure le persone affamate sono aumentate negli ultimi 10 anni. La seconda è che i governi continuano a sostenere colpevolmente che la soluzione è la maggiore liberalizzazione dei mercati, specie quelli agricoli, eppure stiamo andando apertamente contro questa regola con le politiche dei sussidi del Nord del mondo alla propria agricoltura e con la pratica del dumping”.

 

I 10 anni passati dal primo Vertice sull’Alimentazione di Roma dimostrano come le ricette per combattere la fame finora adottate siano state disastrose il numero degli affamati non solo non è calato, ma le condizioni di vita degli agricoltori vanno peggiorando, la questione non è ormai legata agli investimenti economici dei Governi come in questi giorni ha di nuovo chiesto la FAO, ma dal tipo di politiche agricole e commerciali che regolano la produzione del cibo e l’accesso alla terra in tutto il mondo. E’ chiaro ormai che la sottoalimentazione non è legata alla sottoproduzione di cibo, ma resta il fatto che ¾ degli affamati e dei poveri del mondo vivono nei campi, bisogna cambiare strada e affermare che il cibo non è una merce, va sottratto alle regole commerciali che stritolano i piccoli produttori.

L’impegno del Comitato Italiano è stato proprio quello di portare al centro della discussione i temi e le richieste fatte dai partner del Sud: una miriade di contadini, pescatori, popoli indigeni che non riesce a sfamarsi col proprio lavoro. Perché spesso non ha accesso alle risorse e alla terra, perché è costretto a cambiare coltivazioni per rispondere alle esigenze dei mercati stranieri per cui producono cibo senza consumarlo, non riuscendo a raggiungere l’autosufficienza alimentare.

L’esempio più lampante ci è stato raccontato dal rappresentante dell’associazione dei pescatori cileni: “Da cinque anni il 95 % dei pesci finisce nelle reti di sette industrie cilene e il restante viene diviso fra migliaia di piccoli pescatori locali, mentre per anni abbiamo vissuto di pesca e ci siamo sfamati”.

A fronte dei dati stessi forniti dalla FAO e delle numerose testimonianze raccolte non solo dal Sud del mondo ma dai nostri stessi agricoltori ci preoccupa moltissimo la latitanza dei governi nell’affrontare il problema dell’accesso al cibo.

Dal dibattito di questi giorni bisogna ripartire per modificare drasticamente il modello di sviluppo imposto ai paesi più deboli, e anche la filiera produttiva dei paesi ricchi, per rimettere al centro i diritti e la dignità dei popoli, per la salvaguardia della biodiversità e dei territori, e delle comunità locali tutto questo può avvenire solo se chi decide le politiche da attuare inizi a capire che le istanze e le proposte della società civile non sono un “problema” ma parte della soluzione.

 

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