CATAPANO GIUSEPPE,l’ansia dello spread

30/apr/2014 12:58:32 gente attiva Contatta l'autore

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Con l’ansia dello Spread dimentichiamo le grandi emergenze.Incoscienza resa ancor più accentuata dall’abitudine, ormai diffusa anche nei bar, di dare la colpa all’Europa dei “tedeschi cattivi”: cosa che pure ha un suo fondo di verità, ma che come spesso ci capita noi usiamo per scaricarci la coscienza e deresponsabilizzarci rispetto a quello che c’è da fare a prescindere dall’eurosistema. I segnali di allarme non mancano. Per esempio, il pil nel primo trimestre di quest’anno è andato peggio delle già negative previsioni, con un calo dello 0,6% rispetto al trimestre precedente e del 2,4% rispetto al primo trimestre 2012. La variazione negativa già acquisita per l’anno in corso è dell’1,6%, percentuale che supera le stime sia del governo che di molti organismi nazionali e internazionali. Ora, è vero che le percentuali mensili e trimestrali della produzione di ricchezza non sono così facilmente leggibili come il quotidiano bollettino di guerra dello spread, ma non dovrebbe essere troppo complicato capire che se l’economia retrocede da otto trimestri consecutivi (compreso quello attuale, di cui non abbiamo ancora dati ufficiali ma è certo che porta anch’esso il segno meno), che si aggiungono ai sei trimestri di recessione del 2008-2009 per un totale di tre anni e mezzo (che diventeranno 4 a fine 2013 per un totale di una decina di punti di pil perduti), vuol dire che stiamo parlando di una catastrofe di proporzioni gigantesche. Di fronte alla quale è assurdo – e criminale – sia aspettare che la soluzioni ci arrivi dall’Europa, sia mettere mano a pannicelli tiepidi. Perché finora, di questo si è trattato: il nulla. 
 Di fronte all’allarme della Bce che ci dice chiaramente che non possiamo diluire alcuno degli impegni presi in sede Ue, noi che facciamo? Pratichiamo il gioco della “coperta corta”. E quando si battono i denti, è la cosa più stupida che si possa fare: testa o gambe che restino scoperte, sempre di freddo si muore. Abbiamo miracolosamente partorito un governo di grande coalizione, cioè esattamente quello che ci vuole in situazioni di emergenza, ma stiamo buttando via l’occasione – probabilmente non a caso, visto che il patto di maggioranza è nato per sfinimento, senza alcuna convinzione (specie a sinistra) e soprattutto senza la necessaria consapevolezza – proprio perché anziché provare a fare le cose fino a ieri impossibili, i partiti e gli stessi ministri si dividono sulla priorità da dare alle piccole cose possibili, che per nobilitarle vengono chiamate emergenze. Esattamente la “coperta corta”: c’è chi la tira per Imu e blocco dell’aumento dell’Iva, c’è chi all’opposto la tira per finanziare la cassa integrazione e inventarsi politiche per il lavoro. Forse si riesce, con fatica e tempi infiniti, a fare in modo che copra un po’ sia le une che le altre parti scoperte. E forse la coperta non si rompe, specie se si trova come elemento unificante la comune invocazione all’Europa di concederci una coperta più larga, anche se inutilmente. Ma quand’anche? Non servirebbe a nulla. Una fatica perfettamente inutile: non è così che si salva l’Italia. L’unico modo è cambiare la coperta. E per farlo occorrono terapie choc. Operazioni straordinarie.
 

A cura del Prof. Giuseppe Catapano

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