Resoconto udienza 30.1.2007 Tribunale L'Aquila

02/feb/2007 00.49.00 axteismo Contatta l'autore

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Resoconto udienza del 30.1.2007 dinanzi al GUP del Tribunale del L'Aquila

Crocifisso, menorà ebraica e dintorni

 

di Luigi Tosti

 

Questo il breve resoconto dell'udienza che si è tenuta martedì, 30 gennaio, dinanzi al GUP dell'Aquila, al quale avevo prospettato -con una memoria che è pubblicata sul sito- l'esigenza di sollevare un conflitto di attribuzione nei confronti del Ministro di Giustizia che si ostina a non rimuovere i crocifissi dalle aule: l'imposizione del crocifisso, infatti, lede i diritti di libertà religiosa e di eguaglianza degli "imputati", nonché il loro diritto di essere giudicati da giudici "visibilmente imparziali", cioè non assoggettati a crocifissi che valgono a connotare di cristianità l'esercizio delle loro funzioni giurisdizionali.

Ebbene, il GUP dott. Cappa ha respinto questa mia istanza, senza minimamente motivare "perché" dissentiva dalle pronunce della Cassazione e del Consiglio Superiore della Magistratura, che hanno condiviso la mia tesi. Il Gup si è infatti limitato ad affermare, in modo apodittico, che "non sussistono le condizioni e i presupposti per sollevare il conflitto di attribuzioni, per la considerazione che si ritiene del tutto insussistente ogni lesione delle prerogative per il corretto esercizio delle funzioni giurisdizionali in questa sede e nel corso del presente procedimento". Con questa immotivata decisione sono state eluse e glissate le decine e decine di pagine di motivazione, scritte dai Giudici della Cassazione da quelli del CSM, con le quali si è affermato l'esatto contrario. A nulla è valso che io abbia prodotto al GUP l'ordinanza del CSM che ha così affermato: "Alla luce dei rilievi ora svolti appare convincente la tesi dell'incolpato (cioè: Tosti Luigi, n.d.r.) secondo la quale l'esposizione del crocifisso nelle aule di giustizia, in funzione solenne di "ammonimento di verità e giustizia", costituisce un'utilizzazione di un simbolo religioso come mezzo per il perseguimento di finalità dello Stato. Del pari persuasiva sembra l'affermazione che l'indicazione di un fondamento religioso dei doveri di verità e giustizia, ai quali i cittadini sono tenuti, può provocare nei non credenti "turbamenti, casi di coscienza, conflitti di lealtà tra doveri del cittadino e fedeltà alle proprie convinzioni" e pertanto può ledere la libertà di coscienza e di religione."

L'aspetto più grave del comportamento del GUP è che egli è venuto meno all'obbligo di motivare il "suo" dissenso rispetto alle decisioni della Cassazione e del CSM, organo di autogoverno dei Giudici, che avevano affermato l'esatto contrario. Se si considera, infatti, che la Cassazione ha il compito, istituzionale, di interpretare le leggi, non si può giustificare che un semplice giudice di merito possa disapplicare le sentenze della Cassazione senza fornire le motivazioni del "perché", a suo giudizio, la Cassazione avrebbe "sbagliato". Posso con coscienza affermare che nell'esercizio della mia professione di magistrato non mi sono mai permesso di disapplicare deliberatamente la giurisprudenza della Cassazione, senza fornire alle parti le ragioni del mio dissenso: i cittadini, infatti, fanno affidamento sulla giurisprudenza della Cassazione e, quindi, hanno il diritto di sapere "perché" un semplice giudice di merito applica la legge in modo difforme da quanto stabilito dalla Cassazione. La "certezza" del diritto consiste proprio in questo.

Il GUP ha tra l'altro affermato che la mia "questione era irrilevante....atteso che nell'aula GUP...non è appeso alcun crocifisso" e che, infine, "la circolare del ministro Rocco non ha valore normativo, ma si concretizza in un mero precetto di natura organizzativa, che non ha alcun potere vincolante".

Anche queste affermazioni sono in aperto contrasto con quanto stabilito dalla Cassazione in due sentenze, da me segnalate al GUP, che hanno affermato che l'occasionale assenza del crocifisso in un'aula non ha alcun rilievo ai fini dell'esercizio del diritto di libertà di coscienza e che la circolare del Ministro di Giustizia ha efficacia normativa e non può essere disapplicata da nessun giudice.

Amaramente concludendo, è perfettamente inutile che la Cassazione e il CSM abbiano sentenziato che la circolare del ministro Rocco è illegittima e che la presenza dei crocifissi nelle aule di giustizia sia altrettanto illegale: i giudici di merito, infatti, seguitano a disaplicare queste sentenze.

Il GUP ha comunque disposto il mio rinvio a giudizio per l'udienza del 19 ottobre prossimo. Il che significa che, mentre il primo processo è stato sbrigato nel tempo record di appena due mesi, per questa coda di processo, che poteva essere sbrigata in due settimane, siamo già arrivati a ben due anni di pendenza. Il sospetto di una strategia di sfiancamento è più che legittimo, dal momento che alcune circolari del CSM impongono la celere celebrazione dei processi a carico del magistrati.

Ringrazio tutti coloro che si sono sobbarcati i disagi e le spese del viaggio all'Aquila per sostenere questa comune battaglia di civiltà e.......alla prossima puntata!

 

Luigi Tosti

tosti.luigi@alice.it

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via Bastioni Orientali 38 - 47900  Rimini

 

MEMORIA DIFENSIVA

17 GENNAIO 2007

 

Al Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione

Dott. MARTUSCIELLO Vittorio

Piazza Cavour

00193 Roma

 

Oggetto: Interrogatorio dell' 1.2.2007: memoria difensiva nel procedimento disciplinare n. 14.753/37/06 SD4A a carico di Tosti Luigi.

 

Egregio dott. Martusciello,

La ringrazio per aver fissato con sollecitudine l'udienza di mia audizione. Peraltro, dal momento che l'incolpazione è imperniata su frasi estrapolate da una lettera, e dal momento che le condizioni economiche non mi permettono di sobbarcarmi ulteriori spese di viaggi e di difensori, che giammai mi verranno rimborsate, le preannuncio che quasi sicuramente non mi presenterò per l'udienza del 1° febbraio, ritenendo sufficiente addurre, a mia discolpa, quanto segue.

L'accusa che mi viene mossa è la seguente:

"per avere, essendo tuttora sospeso dalle funzioni e dallo stipendio nel quadro del procedimento disciplinare a suo carico n. 22/05/SD4A P.G. Cass., gravemente mancato ai doveri, tenendo comportamento non corretto nei confronti dei giudici del Tribunale di L'Aquila, precipuamente esprimendosi, in taluni passaggi dell'esposto in data 5/09/2006, in violazione dei criteri di equilibrio e di misura, in guisa da compromettere la credibilità personale, il proprio prestigio e decoro, nonché il prestigio dell'istituzione giudiziaria.

Afferma, nel dettaglio, tra l'altro, il dott. Tosti: "Ribadisco, poi, che nella mia qualità di imputato mi rifiuto di farmi processare da giudici partigiani che si identificano platealmente nei crocifissi cattolici appesi sopra la loro testa, e non nei simboli neutrali dell'unità nazionale che, guarda caso, sono accuratamente estromessi dalle aule giudiziarie italiane: tanto più in processi nei quali questi giudici di parte cattolica -che cioè accettano di far parte di un'Amministrazione connotata di cristianità- sono chiamati ad esprimere un giudizio di colpevolezza o di innocenza in relazione ad un mio comportamento che è diametralmente opposto, cioè di rifiuto radicale di giudicare in nome di quel "loro" idolo.

Ribadisco che non accetto di essere processato da giudici che sono indotti a condannarmi per non correre il rischio, in caso contrario, di essere sottoposti a procedimenti disciplinari da parte del Ministro di Giustizia, nonché al linciaggio pubblico da parte delle più Alte cariche istituzionali, politiche e "religiose" dello Stato Cattolico Italiano."

Concludendo, poi, il predetto magistrato, trasgredendo a dismisura i menzionati doveri di correttezza ed equilibrio:

"Complimenti alla "logica" ed all'impudenza. Credo proprio che per chiudere "degnamente" i processi a mio carico in quel de L'Aquila sarebbe opportuno che la futura formazione dei Collegi giudicanti fosse demandata al Vaticano, alla C.E.I. ed all'Opus Dei: sempreché, ovviamente, non si voglia scomodare la Divina Provvidenza in persona".

Preliminarmente contesto che possa esservi una qualche "pertinenza" ed un qualche "nesso" tra l'addebito che mi viene mosso e la circostanza che esso sarebbe stato commesso "essendo io sospeso dalle funzioni e dallo stipendio nel quadro del procedimento disciplinare a suo carico n. 22/05/SD4A P.G.". Mi chiedo se nell'ottica dell'incolpante si tratti di un'aggravante: e gradirei chiarimenti sul punto.

Secondariamente rilevo che la mia lettera del 5 settembre 2006 non è un "esposto", ma una "richiesta", quale PRIVATO CITTADINO, di rimozione del simbolo cattolico da tutte le aule giudiziarie italiane, nonchè di accesso agli atti relativi ad un precedente esposto" che ho indirizzato al Ministro di Giustizia Castelli.

Questa mia puntualizzazione non ha intenti cavillosi, ma serve per evidenziare la la superficialità con la quale la mia "richiesta" è stata letta e gli intenti puramente ritorsivi che sono scaturiti dalla sua lettura. Non si giustificano, altrimenti, la non curanza nei confronti delle mie istanze di cittadino -non ho infatti ricevuto alcuna risposta in merito alle mie istanze- e che la mia lettera, per contro, sia stata utilizzata al solo scopo di congetturare cervellotiche accuse disciplinari, dopo averla sottoposta alla meticolosa e mirata analisi degli ispettori.

Chiusa questa premessa, respingo nel modo più categorico l'accusa di aver tenuto un comportamento non corretto nei confronti dei "giudici del tribunale dell'Aquila" attraverso le due frasi che sono state estrapolate dalla lettera del 5.9.2006.

In realtà è ben evidente -e l'ho già denunciato nello scritto precedentemente indirizzatole- che questa incolpazione scaturisce dalla circostanza che il Ministro di Giustizia On.le Clemente Mastella, cattolico, compulsato dall' On.le Francesco Storace, anch'egli cattolico, non ha verosimilmente gradito che io abbia preso le difese del Giudice dell'Aquila dott. Mario Montanaro, che è stato vittima di un ingiusto linciaggio anche da parte di Alte istituzioni statali, per aver osato rispettare la Costituzione italiana e i diritti costituzionali di eguaglianza e di libertà religiosa di un cittadino "musulmano".

Evidentemente, il Ministro di Giustizia e l'On.le Francesco Storace non hanno gradito che io abbia riportato, fedelmente, le gravi, gratuite ed offensive dichiarazioni della Chiesa, di numerosi politici italiani e di personaggi istituzionali con le quali si è ignobilmente bistrattata la dignità e la professionalità del Giudice de L'Aquila dott. Mario Montanaro, la cui unica colpa, ribadisco, è quella di aver fatto applicazione della Costituzione italiana e di aver accordato ad un cittadino musulmano la stessa dignità e gli stessi diritti che lo Dittatura Fascista, allora, e lo Stato democratico, oggi, accordano ai cattolici.

Denuncio, pertanto, la palese persecutorietà del presente procedimento disciplinare, che appare strutturato sul sistema, pluricollaudato, dell'estrapolazione gratuita delle frasi e della censura della libertà di pensiero e di critica, approfittando della circostanza che qualsiasi magistrato può essere accusato, grazie alla assoluta indeterminatezza dell'art. 18 della legge sulle guarentigie, anche di comportamenti riferibili alla SFERA PRIVATA, ivi incluso l'esercizio di diritti costituzionali e di diritti inviolabili che, sino a prova contraria, competono "anche" ai magistrati.

Estremamente significativa è la circostanza che, non potendo io essere attaccato sotto il profilo della professionalità e dell'onestà (non sono né un corrotto né un incapace), si sia cavalcata l'onda del supposto difetto dei "criteri di equilibrio e di misura" e delle FALSE (ribadisco: FALSE) accuse di "OFFESE" alla categoria dei Magistrati, recentemente utilizzate in sede di formulazione di un parere negativo per la mia progressione economica.

Estremamente significativa è la circostanza che la "tecnica" dell'estrapolare frasi scritte in lettere PRIVATE, che poi vengono connotate di "sconvenienza", sia stata già utilizzata -ai miei danni- dai SOLI Ministri di Giustizia (GIAMMAI DALLA PROCURA GENERALE DELLA CASSAZIONE), nell'ambito di uno stillicidio persecutorio che si è protratto, per almeno sette anni, per aver io osato denunciare FATTI ASSOLUTAMENTE VERI, cioè abusi e falsità perpetrate da inquirenti nell'ambito di intercettazioni telefoniche ed ambientali.

Estremamente significativa è la circostanza che il Primo Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione dott. Zucconi Galli Fonseca, oggi in pensione, mi abbia fatto sapere a suo tempo, per il tramite dell'Avv. Corrado Zucconi Galli Fonseca, che era meglio che stessi tranquillo perché al Ministero di Giustizia c'era qualcuno che non mi voleva particolarmente bene.

Estremamente significativa è la circostanza che un ispettore del Ministero di Grazia e Giustizia, parlando con sollievo della sua decisione di andare in pensione, abbia esternato a me e a mia moglie, Protti Emilia, la sua nausea per le modalità, mirate a colpire personaggi-bersaglio già individuati, con le quali venivano disposte certe ispezioni in alcuni uffici giudiziari. In pratica: caro ispettore, vai a fare un'ispezione al Tribunale di Canicattì: lì c'è il dipendente "Rossi", vedi di trovare qualcosa a suo carico.

Chiusa questa premessa, passo alla disamina, separata, delle due frasi che sono state estrapolate da una lettera PRIVATA e che si asseriscono offensive e denigratorie dei giudici del Tribunale dell'Aquila.

PRIMA FRASE INCRIMINATA:

"Ribadisco, poi, che nella mia qualità di imputato mi rifiuto di farmi processare da giudici partigiani che si identificano platealmente nei crocifissi cattolici appesi sopra la loro testa, e non nei simboli neutrali dell'unità nazionale che, guarda caso, sono accuratamente estromessi dalle aule giudiziarie italiane: tanto più in processi nei quali questi giudici di parte cattolica -che cioè accettano di far parte di un'Amministrazione connotata di cristianità- sono chiamati ad esprimere un giudizio di colpevolezza o di innocenza in relazione ad un mio comportamento che è diametralmente opposto, cioè di rifiuto radicale di giudicare in nome di quel "loro" idolo.

Ribadisco che non accetto di essere processato da giudici che sono indotti a condannarmi per non correre il rischio, in caso contrario, di essere sottoposti a procedimenti disciplinari da parte del Ministro di Giustizia, nonché al linciaggio pubblico da parte delle più Alte cariche istituzionali, politiche e "religiose" dello Stato Cattolico Italiano."

Innanzitutto respingo -siccome assolutamente gratuita ed infondata- l'accusa che io abbia "offeso" (??) i "giudici dell'Aquila" (??) perché, nella mia qualità di IMPUTATO -e non di giudice- ho chiesto nella mia lettera del 5 settembre scorso al Ministro di Giustizia Mastella -così come peraltro avevo più volte chiesto al precedente Ministro Castelli- di rimuovere i crocifissi da tutte le aule di giustizia italiane (e non dal solo tribunale dell'Aquila!!) perché, altrimenti, mi sarei rifiutato "di farmi processare (id est: di comparire e presenziare all'udienza) da giudici partigiani che si identificano platealmente nei crocifissi cattolici appesi sopra la loro testa, e non nei simboli neutrali dell'unità nazionale che, guarda caso, sono accuratamente estromessi dalle aule giudiziarie italiane: tanto più in processi nei quali questi giudici di parte cattolica -che cioè accettano di far parte di un'Amministrazione connotata di cristianità- sono chiamati ad esprimere un giudizio di colpevolezza o di innocenza in relazione ad un mio comportamento che è diametralmente opposto, cioè di rifiuto radicale di giudicare in nome di quel "loro" idolo".

Sottolineo, innanzitutto, che questa mia frase descrive la VERITA' della situazione delle aule dei Tribunali italiani e rispetta, inoltre, i requisiti della pertinenza e della continenza: quindi essa è priva di qualsiasi valenza "diffamatoria".

Essa è stata poi espressa e formulata nell'ambito dell'esercizio del mio diritto di difesa, riconosciutomi sia a livello costituzionale (art. 24) che nell'ambito della Convenzione per la salvaguardia dei diritti del'uono (art. 6 L. 848/1955), senza che sussista alcuna deroga di legge che limiti questo mio diritto fondamentale, ex art. 15 L. n. 848/1955. E, in effetti, la mia richiesta di rimozione dei crocifissi mirava e mira, come ho ampiamente e diffusamente argomentato nella memoria difensiva che ho poi indirizzato al GUP dell'Aquila ed alla S.V. (e che indirizzerò alla Corte di Appello), a precostituire la prova documentale del rifiuto di rimozione dei crocifissi da parte dell'attuale Ministro di Giustizia: presupposto, questo, necessario ai fini del caldeggiato conflitto di attribuzione. Come la S.V. ha potuto infatti constatare, io ho esposto, nella memoria che ho indirizzato al GUP e a Lei per conoscenza, le motivazioni giuridiche per le quali, intendendo io legittimamente rifiutarmi di presenziare all'udienza a causa della presenza generalizzata dei crocifissi nelle aule di giustizia italiane, il GUP dovrebbe sollevare un conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale.

La richiesta di rimozione dei crocifissi del 5.9.2006, pertanto, nient'altro è se non la reiterazione, pedissequa, di altrettante identiche richieste che avevo inoltrato al precedente Ministro di Giustizia On.le Roberto Castelli che, guarda caso, giammai si è sognato di promuovere procedimenti disciplinari.

Ribadisco, poi, che la stessa identica frase che mi viene "censurata" è stata da me usata, per ben due volte e nella stessa identicissima formulazione, nella memoria difensiva che ho inoltrato al GUP ed alla S.V., sicché logica e coerenza imporrebbero che io venga nuovamente incolpato per aver ripetuto che "nella mia qualità di imputato mi rifiuto di farmi processare da giudici partigiani che si identificano platealmente nei crocifissi cattolici appesi sopra la loro testa....etc. etc.".

Ma c'è di più. La frase che è stata "censurata" è stata in realtà da me scritta in numerosi precedenti atti (lettere, ricorsi, memorie, etc.), senza che alcuno abbia avuto OVVIAMENTE nulla da ridire.

Cito per ora questi brani, che sono stati tratti dai seguenti 4 documenti:

1°)            memoria per l'udienza dibattimentale del 18.11.2005:

            A pag. 19 così mi esprimo: "mi è stato imposto di esercitare le mie funzioni pubbliche e le mie attività lavorative "in nome di un simbolo religioso nel quale non solo non si identifico, ma dal quale mi sono dissociato apertamente per tutte le gravissime implicazioni di criminalità, di genocidio, di intolleranza, di torture, di assassini, di razzismo, di schiavismo, di superstizione, di abuso della credulità popolare, di oscurantismo e di prevaricazione dei diritti umani e politici dei cittadini legati alla nefasta storia della Chiesa cattolica Romana"; mi è stata imposta l'osservanza della circolare fascista del 1926, cioè la "venerazione e il solenne ammonimento di verità e giustizia" del "crocifisso", presente in aula ed incombente sulla mia testa, in totale spregio della mia avversione religiosa nei confronti di qualsiasi forma di assurda, inconcepibile ed anacronistica "idolatria";

            A pag. 33: "Il crocifisso e il suo valore simbolico. La legge dispone che gli unici simboli nazionali che debbono essere esposti nei locali pubblici sono la "bandiera tricolore" e l' "effige del Presidente della Repubblica". La ratio evidente dell'esposizione dei simboli nazionali nei luoghi pubblici -ove i poteri pubblici esercitano, pubblicamente, funzioni pubbliche- è quella di evocare e trasmettere, appunto in forma simbolica, un messaggio solenne di questo tenore: "in questo luogo istituzionale la funzione pubblica è esercitata dal pubblico funzionario, nei confronti dei cittadini italiani, in nome del popolo italiano, il quale popolo si identifica, appunto, nella sua bandiera e nel ritratto del suo Capo supremo, il Presidente della Repubblica. Esporre, pertanto, nei luoghi pubblici i "crocifissi" -cioè i simboli religiosi "partigiani" che identificano solo i cattolici- significa, necessariamente, evocare, affermare e trasmettere quest'altro messaggio solenne: "in questi luoghi pubblici i pubblici funzionari esercitano i loro poteri pubblici, nei confronti di tutti i cittadini italiani (anche) in nome del Dio dei cattolici". Questo valore evocativo del messaggio può legittimamente risultare intollerabile, sia per i cittadini non cattolici che lo subiscono sia per i funzionari non cattolici che sono costretti a trasmetterlo: infatti, l'esercizio delle pubbliche potestà deve essere, in uno Stato non confessionale, del tutto neutro ed imparziale. L'intollerabilità ideologica di "questo" messaggio, evocato dal crocifisso, può essere parificata a quella che sarebbe evocata dall'esposizione, nei luoghi pubblici, di qualsiasi altro simbolo "partigiano". Si ipotizzi, ad esempio, il caso estremo della "croce" uncinata nazista e ci si interroghi, poi, se non sarebbe lecito che "coloro che non si identificano in quel simbolo" ne possano chiedere a buon diritto la rimozione e, in caso contrario, possano rifiutarsi di partecipare agli atti pubblici compiuti in suo nome.";

2°)            Atto di appello del 27.1.2006:

            A pag. 6 così mi esprimo: "con riferimento alla mia veste di "imputato" ho dedotto che l'amministrazione della "giustizia" da parte di giudici organizzati in modo "partigiano" -che cioè esercitano le funzioni giurisdizionali identificandosi in modo plateale nel crocefisso cattolico appeso sopra la loro testa come "simbolo venerato, ammonimento di verità e giustizia" (tra l'altro proprio in relazione a fatti collegati all'imposizione del crocifisso nel luogo di lavoro)- viola il principio di laicità dello Stato e, quindi, il mio diritto ad essere giudicato da strutture giudiziarie imparziali ed indipendenti";

            A pag. 37: "io non accetto, nella mia qualità di magistrato, di subire la lesione delle mie prerogative costituzionali di imparzialità, di neutralità e di indipendenza a causa dell'imposizione, da parte del Ministro di Giustizia, di un simbolo religioso partigiano, che cioè non identifica affatto lo Stato italiano e l'unità nazionale: ho prestato giuramento alla Costituzione Repubblicana -e non al Pontefice- e non intendo pertanto calpestarla né, tantomeno, intendo subire la limitazione della mia prerogativa di indipendenza o la violazione del principio supremo della laicità dello Stato, soggiogandomi supinamente all'imposizione coattiva del crocifisso da parte del Ministro di Giustizia";

            A pag. 40: "Il crocefisso che mi viene imposto come "simbolo venerato, solenne ammonimento di verità e giustizia", non può essere parificato al crocifisso che qualsiasi frequentatore delle aule può legittimamente portare al collo, ma è il crocefisso che fa parte integrante della struttura pubblica e che serve per connotare le mie funzioni giurisdizionali, agli occhi del pubblico e di tutti gli operatori giudiziari (avvocati, imputati, testimoni etc.), di cristianità: sicché io appaio ai loro occhi come colui che sta amministrando la giustizia, oltre che in nome del popolo italiano, anche in nome del crocifisso";

            A pag. 42: "io non tengo a casa mia i crocifissi e detesto qualsiasi forma di idolatria: esigo dunque di non essere costretto dal mio datore di lavoro a subire l'imposizione del crocifisso nel luogo di lavoro, peraltro pubblico, anche perché detesto il crocifisso per tutti i gravissimi misfatti che sono stati perpetrati, in suo nome, dalla Chiesa Cattolica e dai cristiani in millenni di storia; io non tollero di dovermi ideologicamente identificare nel Dio dei cattolici, che mi viene imposto al di sopra della mia testa quale "solenne ammonimento di verità e di giustizia".

3°)            Lettera al Ministro di Giustizia Castelli 1.5.05:

            Così mi esprimo a pag. 10: "Esporre, pertanto, nei luoghi pubblici i "crocifissi" -cioè i simboli religiosi "partigiani" che identificano solo i cattolici, significa, concretamente, evocare, affermare e trasmettere quest'altro messaggio solenne: "in questi luoghi pubblici i pubblici funzionari esercitano i loro poteri pubblici, nei confronti di tutti i cittadini italiani (cattolici e non cattolici), in nome del Dio dei cattolici". Questo valore evocativo del messaggio è intollerabile, sia per i cittadini non cattolici che lo subiscono sia per i funzionari non cattolici che sono costretti a trasmetterlo: infatti, l'esercizio delle pubbliche potestà deve essere, in uno Stato non confessionale, neutro ed imparziale. L'intollerabilità ideologica di "questo" messaggio evocato dal crocifisso può essere parificata a quella che sarebbe evocata dall'esposizione, nei luoghi pubblici, di qualsiasi altro simbolo "partigiano" (si ipotizzi il caso estremo della "croce" uncinata nazista)";

            A pag. 16: "dal momento che ho giurato fedeltà alla Repubblica Italiana ed al Popolo Italiano -e non al Papa, cioè ad un Monarca di uno Stato straniero- non intendo più esercitare le mie funzioni e le mie mansioni sotto l'incombenza di un idolo cattolico e in nome di un Dio nel quale non mi identifico minimamente: i simboli ai quali ho prestato giuramento di fedeltà sono la bandiera tricolore e l'effige del Presidente della Repubblica. Solo in questi mi identifico e solo in nome di questi intendo svolgere le mie pubbliche funzioni. Ribadisco, peraltro, che a casa mia non espongo, non tengo, non venero e non adoro alcun idolo cattolico. Pretendo, pertanto, di non essere costretto, nel luogo di lavoro e nell'esercizio di pubbliche funzioni, a soggiacere all'imposizione di crocifissi, di madonne, di santi o di reliquie "miracolose".

E allora? Perché mai -mi chiedo e chiedo- il Ministro Mastella e l'On.le Storace si sarebbero infiammati e "indignati" per questa mia frase e per questo mio pensiero, che avevo già esposto in numerosi altri scritti? Quale cervellotica valenza "diffamatoria" si è voluta cogliere in questa frase, che è stata scritta in numerose altre lettere ed atti defensionali, con i quali non ho fatto altro che ribadire quello che la Corte di Cassazione e, oggi, anche lo stesso CSM hanno sentenziato: e cioè che il crocifisso, quale simbolo "partigiano" -e cioè " di parte"- pregiudica la neutralità e l'imparzialità dei luoghi dove la Giustizia è amministrata e, quindi, lede il principio supremo di laicità dello Stato che si sostanzia, appunto, nella neutralità, imparzialità ed equidistanza dei funzionari e, a maggior ragione, dei giudici?

In attesa di avere risposte, ovviamente scritte, ricordo che i crocefissi non sono oggetti di arredamento ma simboli religiosi che valgono ad identificare una sola religione: quindi i giudici che giudicano sotto l'incombenza dei crocifissi, imposti dal Ministro di Giustizia, si identificano necessariamente in quel simbolo partigiano, così come si identificherebbero nell'ideologia "partigiana" del nazismo o del comunismo, nell'ipotesi in cui il Ministro imponesse loro la svastica o la falce ed il martello.

E' quindi nient'altro che una constatazione banale il fatto che l'imposizione, da parte del Ministro di Giustizia, dei crocifissi ai giudici ha l'effetto di renderli "partigiani" perché -come ho chiaramente detto in termini esplicitissimi- questo fa sì che i giudici finiscano per identificarsi in questi simboli partigiani, appesi sopra la loro testa.

Non accetto, dunque, che questa mia frase e questo mio pensiero -che sono stati scritti e ribaditi in numerosissimi altri atti difensivi- vengano capziosamente utilizzati dall'On.le Storace e dal Ministro Mastella per asserire che essi suonano offensivi nei confronti dei "giudici del tribunale dell'Aquila".

In realtà è di un'evidenza a dir poco lapalissiana che la frase si riferisce, innanzitutto, a tutti i giudici italiani, ME INCLUSO -e cioè all'intera amministrazione della Giustizia- e non ai "soli" giudici dell'Aquila: prova ne è che la stessa identica questione preliminare avrei prospettato -e prospetterei- se dovessi subire processi in altri uffici giudiziari italiani.

Sottolineo ancora la circostanza che ANCHE IO, nella mia qualità di giudice, ho lungamente accettato, anche se obtorto collo, di identificarmi nei crocifissi impostimi dal Ministro di Giustizia e, quindi, di esercitare le mie funzioni giurisdizionali in modo "visibilmente" "partigiano": questo, almeno sino al 9 maggio del 2005, data in cui ho iniziato a rifiutarmi, per legittimo esercizio del "diritto alla libertà di coscienza", di tenere le udienze a causa dell'esposizione generalizzata dei crocifissi e del diniego di esporre il mio simbolo religioso/culturale.

Dunque, se qualcuno vuole attribuire a questa frase una valenza diffamatoria nei confronti dei giudici del Tribunale dell'Aquila, questo qualcuno non solo dovrà spiegare "perché" essa sia "offensiva" (peraltro dei soli giudici dell'Aquila!) ma dovrà anche giustificare "perché" essa non suoni offensiva anche nei miei stessi confronti, dal momento che anch'io, sino al 9.5.2005, ho accettato di identificarmi platealmente nei crocifissi appesi sopra la mia testa.

Che poi io abbia opposto un rifiuto per "libertà di coscienza", a partire dal 9 maggio 2005, è una mia questione personale, dal momento che io ho ritenuto che fosse per me doveroso esercitare il "diritto di libertà di coscienza" accordatomi dall'art. 9 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'Uomo: il che, tra l'altro, non esclude che altri magistrati possano fare altrettanto, anche alla luce della recente decisione del CSM.

Mi corre anche l'obbligo di ricordare -visto che nessuno sembra volerne tenere conto- che la Convenzione per la salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali dell'uomo (L. n. 848/1955) fu "partorita", all'indomani della fine della seconda guerra mondiale, proprio allo scopo di evitare che si ripetessero i crimini contro l'umanità che erano stati perpetrati dai nazisti e dai fascisti. Fu infatti per ovviare al ripetersi di simili atrocità che gli Stati contraenti pattuirono che qualsiasi essere umano fosse titolare di diritti individuali inviolabili e che, quindi, i singoli Stati contraenti non potessero più "permettersi" di uccidere, torturare, discriminare o violare o limitare i diritti fondamentali alla libertà di religione, pensiero, comunicazione, associazione etc. etc.

Ebbene, l'art. 9 della Convenzione -che attribuisce a qualsiasi uomo il "diritto di libertà di coscienza" (che nulla ha a che vedere con l "obiezione di coscienza", che non è neppure un diritto!)- nient'altro è se non la necessaria norma di chiusura che mira a rendere effettiva la tutela di tutti i diritti inviolabili riconosciuti dalla Convenzione.

Ribadisco, infatti, che il "diritto di libertà di coscienza" -così come poi giustamente recepito nella giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Cassazione- nient'altro è se non il "diritto di rifiutarsi di obbedire" ad atti normativi degli Stati contraenti che determinino, con nesso causale immediato e diretto, la lesione di diritti inviolabili. Con questa norma, in altri termini, è stato ripudiato l'opposto principio dell' "obbedir tacendo" e si è accolto, invece, quello del "diritto di libertà di coscienza", cioè del diritto di disobbedire ad atti normativi di qualsiasi genere (leggi, regolamenti, circolari, ordini etc.) che determinino la lesione di diritti inviolabili.

Il che significa -dal punto di vista pratico- che a qualsiasi uomo -e quindi (e soprattutto) ai funzionari che agiscono in nome e per conto degli Stati contraenti- è data la facoltà di disobbedire a leggi, atti amministrativi, circolari od ordini che li costringerebbero a violare diritti fondamentali altrui o propri: e questo per evitare che si ripetano le atrocità dell'ultimo conflitto mondiale, quando accadde che personale militare e civile, costretto ad "obbedire tacendo" a leggi, regolamenti, circolari o ordini dei Nazisti e dei Fascisti, consumò efferati crimini contro l'umanità.

E non è fuor di luogo ricordare che anche la Magistratura italiana "obbedì", "tacendo", alle leggi razziali, ai rastrellamenti degli ebrei e alla loro deportazione, poi sfociata negli stermini.

Pertanto, la circostanza che solo io (almeno per quel che mi consta) mi sia rifiutato di identificarmi nel simbolo "partigiano" del crocifisso, cioè di calpestare il diritto fondamentale dei cittadini di essere giudicati da giudici (visibilmente) "imparziali", non può essere addotta a mio carico come circostanza infamante né, grottescamente, come mia personale offesa contro non meglio identificati "giudici del Tribunale di L'Aquila".

Io ho in realtà agito rispettando la mia "coscienza". Gli altri giudici, se vogliono, sono liberi di seguitare a giudicare sotto l'incombenza dell'idolo cattolico, appeso sopra la loro testa. Non sarò certo io a biasimarli, viste le conseguenze perniciose che ho dovuto subire per il mio rifiuto.

Concludendo, del tutto infondata è l'accusa di aver diffamato i "giudici del Tribunale dell'Aquila".

Chiedo di conoscere, in ogni caso, le generalità esatte dei "giudici" del tribunale dell'Aquila che, a giudizio dell''On.le Storace e del Ministro Mastella, io avrei offeso. Mi chiedo: si tratta forse al dott. Mario Montanaro? Non mi sembra proprio, dal momento che ne ho preso le difese, definendolo giuridicamente preparato, coraggioso, imparziale e indipendente, a dispetto della stragrande maggioranza dei politici italiani, delle più Alte cariche istituzionali dello Stato, del Papa, della Chiesa e degli stessi consiglieri laici della Casa della Libertà del CSM, che hanno invece bersagliato questo magistrato con critiche diffamatorie, denigratorie, virulente e, soprattutto, avventate e prive di un supporto critico conferente.

L'incongruità dell'accusa che mi viene mossa balza ancor più evidente se si raffronta questa frase col brano che la precede.

Così, in effetti, mi sono espresso subito prima:

"Ribadisco che nella mia qualità di magistrato mi rifiuto di violare il mio obbligo giuridico di essere e di apparire imparziale, perché ritengo di dover rispettare sia il comma 2° dell'art. 111 della Costituzione che l'art. 6, 1° comma, della Convenzione sui diritti dell'Uomo e, pertanto, mi rifiuto di calpestare il diritto dei cittadini non cattolici e dei cittadini non credenti di essere giudicati da giudici "visibilmente imparziali".

Appare dunque evidente che io sono partito dalla circostanza -affermata dalla Cassazione e dallo stesso CSM- che un giudice che giudica sotto l'incombenza di un crocifisso è un giudice "visibilmente parziale": da tale circostanza ho tratto la necessità di rifiutarmi di giudicare i cittadini in modo "visibilmente parziale".

"Stranamente", questa mia frase, pur facendo anch'essa riferimento ad un "giudice parziale", non è stata censurata dagli On.li Storace e Mastella.

E allora mi chiedo: perché dovrebbe essere "censurato" come diffamatorio nei confronti dei giudici dell'Aquila (?!) il proposito, che ho formulato nella frase immediatamente successiva, che "nelle mie vesti di "imputato" mi rifiutavo di farmi processare da giudici "partigiani", che cioè a causa dell'ostensione del crocifisso sopra la loro testa erano "visibilmente parziali"?

Questa contraddizione degli incolpanti Storace e Mastella è a dir poco grottesca. Quel che è grave, però, è che questa palese contraddizione tradisce quello che ho sopra denunciato: e cioè l'uso strumentale e deviato della potestà disciplinare del Ministro di Giustizia per finalità persecutorie.

Ma c'è molto di più: non posso infatti giustificare che io venga accusato dall'On.le Storace di comportamenti offensivi nei confronti dei magistrati che, semmai, debbono essere attribuiti a lui.

Evidenzio, infatti, che l'On.le Storace, nel propalare a RAI News 24 la notizia che il suo collega ed amico "Ministro di Giustizia Mastella gli aveva assicurato la promozione di azione disciplinare nei miei confronti", ha anche dichiarato che "nel suo furore Tosti aveva anche scritto il 5 settembre a Mastella la volontà di non farsi processare -beato lui- da giudici partigiani e parziali".

Orbene, se c'è da ravvisare in questa vicenda qualcosa di offensivo nei confronti dell'intera categoria dei magistrati, questo è da ricercare proprio nell' intervista rilasciata dall'On.le Storace, peraltro in spregio del mio diritto alla riservatezza: asserire e rimarcare, infatti, che il dott. Tosti ha espresso la volontà, "beato lui", di non essere processato da giudici "partigiani e parziali", significa affermare, in modo implicito ma assolutamente chiaro ed inequivocabile, che i giudici, in Italia, sono di regola partigiani e parziali, al punto tale che suonerebbe come ingiustificabile priviliegio la "pretesa" del sottoscritto di essere giudicato da giudici...... imparziali.

E allora mi chiedo e chiedo: sarebbe questo il "pulpito" dal quale proviene la predica nei miei confronti? Sarei io, cioè, quello che si dovrebbe vergognare, al cospetto dell'On.le Storace, per aver affermato che un "giudice che giudica sotto l'incombenza dei crocifissi è un giudice partigiano", che cioè -come ho cura di puntualizzare- è "visibilmente inserito in un'Amministrazione giudiziaria connotata di cristianità e, quindi, confessionale"? Ma siamo pazzi? Ma esiste o no -mi chiedo- un limite alla decenza ed al pudore?

Mi viene però un dubbio: non è, per caso, che l'On.le Storace si è sentito offeso perché ho usato la parola "partigiani"? Forse questa parola gli ha evocato i combattenti -notoriamente antagonisti della sua ideologia politica- che nell'ultimo conflitto mondiale imbracciarono gli stenn e i moschetti per liberare l'Italia, intonando sui monti la canzone "bella ciao"?

Non posso nascondere la mia indignazione di fronte a questa accusa, che è stata peraltro assurdamente sbandierata ai quattro venti dall'On.le Storace, ancor prima che mi venisse contestata, e per la cui comunicazione "in via riservata" sono stato costretto ad allontanarmi dal capezzale di mia madre morente. Vergognatevi Voi: io non mi vergogno.

E non posso esimermi dal rimarcare come il precente Ministro di Giustizia, On.le Roberto Castelli, si sia ben guardato dal promuovermi analoga azione disciplinare, pur avendo io scritto ed espresso le stesse identiche frasi, con gli stessi identici pensieri e con gli stessi propositi, in altre lettere e in altri scritti a lui indirizzati. Il che mi induce ad elogiare pubblicamente il Ministro Castelli che si è rivelato, sotto questo profilo, come un vero gentiluomo.

Ma veniamo alla disamina dell'ultimo brano, che così suona: "Ribadisco che non accetto di essere processato da giudici che sono indotti a condannarmi per non correre il rischio, in caso contrario, di essere sottoposti a procedimenti disciplinari da parte del Ministro di Giustizia, nonché al linciaggio pubblico da parte delle più Alte cariche istituzionali, politiche e "religiose" dello Stato Cattolico Italiano."

Primo commento: ah, come mi vergogno! Mi chiedo: potrò mai impetrare perdono per cotante "offese" che ho arrecato ai "giudici del Tribunale di L'Aquila", scrivendo un frase così ricca e piena di triviali insulti, bestemmie e vilipendi?

Messo da parte il sarcasmo, osservo e deduco:

a)                  è di lapalissiana evidenza che con questa frase ho espresso, nella mia qualità di IMPUTATO e con parole che non integrano turpiloquio, bestemmia o vilipe

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