lettera a "Indipendenza". Per la manifestazione di Vicenza.

Le ragioni per le quali vado non avrebbero meno validità se mi trovassi a Vicenza da solo; sarebbero in un certo senso ancora più forti perché per me si tratterà di un atto individuale e non di una "partecipazione".

14/feb/2007 22.30.00 indipendenza Contatta l'autore

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Il 17 febbraio mi troverò a Vicenza per prendere parte alla
manifestazione contro il cosiddetto ‘allargamento della base americana’
che per la precisione è la costruzione di un nuovo insediamento
aeroportuale militare.
Ho deciso di condividere il mio pensiero in proposito ma non per
convincere persone indecise riluttanti o di diverso avviso, nemmeno in
modo velato. Non credo che la massa possa influire sulla politica né che
una concentrazione di pensanti possa salvare o migliorare il mondo.
Le ragioni per le quali vado non avrebbero meno validità se mi trovassi
a Vicenza da solo; sarebbero in un certo senso  ancora più forti perché
per me si tratterà di un atto individuale e non di una 'partecipazione'.
Chiarisco che non ho paura delle radiazioni né dei rischi cui ci espone
quella presenza in caso di guerra e che il rumore dei jet non mi
impressiona e non mi dà nemmeno fastidio.  Non sono contro la guerra e
la violenza per principi astratti, non sono pacifista e non ho mai
esposto bandiere arcobaleno. La complicità scoperta o indiretta di tutte
le parti politiche istituzionali con quello contro cui manifesterò a
Vicenza mi libera dal sospetto di qualsiasi malintesa appartenenza o
simpatia partitica o ideologica.
 La ragione non  è che quella base rappresenti le guerre o una guerra:
le 'supposte atomiche', e non, che troveranno posto a Vicenza serviranno
a imminenti guerre di aggressione - come quelle già state o in atto -
contro popoli che non minacciano noi né ‘quelli’ della base e che forse
nemmeno ci conoscono. Alle quali il paese il cui nome ho sul passaporto
sarà complice attivo o vigliaccamente passivo, celando le proprie
vergogne dietro il termine 'alleanza' e altre forme di viltà verbale.
Aggiungo chiaro chiaro, all'indicativo: non credo alle reti
terroristiche internazionali (che delle guerre e della relativa
propaganda sono passate come 'ratio'); credo che la violenza che ad esse
viene associata la creino e la controllino loro; 'loro', quelli della base.
Credo che ci saranno popoli e territori che le bombe di Vicenza se le
prenderanno e popoli che per ragioni non nobili le lanceranno o che per
ragioni meno nobili ancora terranno loro il sacco; a ognuno decidere da
che parte stare, ove anche la passività è una scelta.
A quanti hanno pubblicamente pianto il timore di perdere il 'business'
che la base porta, e i guadagni a venire che porterà, prendo il respiro
e dico: non provo nemmeno vergogna per voi perché non siete uomini. Non
 siete persone. Cani (salvo il rispetto per i cani, da sempre vittime
delle metafore)  che sperano di leccare sotto il tavolo briciole del
pasto dell'imperatore cannibale: estremo di degrado.
Il mio diventa per catena logica anche uno statement di apolidismo. I
mercenari chiamati 'nostri' soldati dagli individui che calcano il mio
stesso suolo e dai media nei quali si riconoscono schiantano la mia
appartenenza a qualsiasi 'nostrità'; almeno a quella riferita ai sudditi
di una signoria periferica che trova  fonte di esistenza nella
sottomissione piatta e completa al feudatario. Il 'mio' popolo  resiste
con le armi e le parole a distruzioni e deportazioni, ai linciaggi
morali, a diserbanti culturali e sociali, alle merci, alle morali
imposte e anche alla monocultura della 'democrazia';  è sbriciolato e
attivo in città, deserti, monti e foreste di tutto il mondo.
E' più libero di chi nelle nazioni 'libere' lascia con indifferenza che
si torni a criminalizzare e sanzionare   l'espressione stessa delle
opinioni personali e del dissenso in nome di 'verità' dogmatiche. Tra
breve l'unica cosa che sarà concessa e prevista nell'Europa del pensiero
liberale e della ragione critica sarà di reiterare piatte apologie della
morale dei vincitori.

Allora, parteciperò a una  manifestazione 'di massa' con la
manifestazione di alcuni principi individuali. Perché è in gioco la
coscienza del valore della propria esistenza umana. Le pecore si
dibattono debolmente sotto la tosatura; alcuni cercano di dibattersi
meno debolmente possibile.
'To take a stand', compiere azioni simboliche di affermazione
individuale può sembrare una sublimazione dell'impotenza del singolo.
Forse lo è. Ma serve: come esercizio, tra l'altro, per ricordare di quel
filosofo italiano che raccomandava di non sopravvivere alla propria dignità.
Siamo in guerra, abbiamo un nemico. Poiché il nemico è in casa, servito
e riverito, io andrò a mostrare che non lo riverisco. Tanto basterebbe.


Raffaello Bisso
febbraio 2007
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