15/05/2007 23:20 Ass. Sacerdoti Lavoratori Sposati
VERONIKA E LE ALTRE (un caso totemico). “La verità verrà comunque fuori, anche se tardivamente… I casi simili a quello di Veronika e del prete-padre sono trattati per lo più nella penombra dei tribunali diocesani, talvolta compaiono su siti specializzati, raramente giungono sulle pagine dei giornali.” Anche il caso di Mons. Milingo è legato a quello di Veronica dalla ferrea logica di Totem (Carlo Vaj)
Della storia di Veronika, la figlia naturale del prete tedesco, arrivata sulla soglia della clinica psichiatrica, ma nella quale non è entrata, grazie alla decisione di abbandonare la clandestinità, esistono due versioni.
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ufficio stampa
La prima è stata raccontata dalla stessa giovane al quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung, giornale al quale si è ispirata Marina Verna per una cronaca su LA STAMPA .: Mia madre - dichiara la protagonista - ricevette un primo richiamo ufficiale subito dopo la mia nascita, quando la convocarono all'arcivescovado di Monaco. L'allora cardinal Ratzinger le comunicò attraverso il suo vicario, che doveva interrompere qualunque contatto con il padre della bambina. Come donna, portava l'intera colpa del fattaccio e, se non voleva rovinare la carriera del sacerdote, era bene che non divulgasse la vicenda. Lui sarebbe stato assegnato ad altra parrocchia della Baviera. Nessuno dei due obbedì all'ordine fino in fondo. Cioè continuarono a vedersi nascostamente. Di qui nacquero malignità e pettegolezzi che condussero la bastarda - così la chiamavano le compagne di scuola - sull'orlo del collasso psicofisico. Veronica incomincia ad abbandonare il buio della depressione, quando esce allo scoperto, infrangendo l'ipocrisia dei genitori e dei superiori religiosi.
La seconda versione, apparsa su L'AVVENIRE del 27 aprile u.s. a firma di rosso malpelo, alias Gianni Gennari, è soltanto in apparenza simile alla prima, anche per l'imprecisione del linguaggio, dovuta forse al fatto di essere una notizia di seconda mano. Vi si racconta che il vicario del vescovo ha fatto presente al prete e alla signora che la cosa non andava bene e che doveva cessare. Ogni lettore, non a conoscenza di quanto scritto precedentemente su LA STAMPA , trova qualche difficoltà di comprensione: quale cosa non andava bene ? che il prete continuasse a vedere la figlia e la madre di lei con il pericolo che lo scandalo si allargasse ? oppure che egli non si assumesse fino in fondo la sua responsabilità di padre, chiedendo la dispensa dal sacerdozio, visto che entrambe le donne non aspettavano altro ? Perché questo è il punto: ricordare al giornalista de l'Avvenire che la legge naturale divina ( quella che impone a ogni genitore di provvedere alla prole, cosa che fanno anche gli animali) prevale sulla legge positiva umana ( quella del celibato per intenderci ) è come portare in regalo dei vasi a Samo, perché Gianni Gennari sa non solo di latino, come il Renzo manzoniano, ma pure di teologia morale. Anche il comportamento del buon padre di famiglia vi si attiene; quando il proprio figlio mette incinta una ragazza, gli dirà hai fatto uno sbaglio, ora assumiti le tue responsabilità, se sei un uomo...
Ipocriti certamente il prete e la sua compagna, ma ancor più i superiori religiosi che assecondano tale comportamento. Se un impiegato di banca sottrae denaro alla cassa merita il nome di ladro e ben di più lo merita il direttore che, a conoscenza del fatto, non interviene per farlo cessare.
Anche il primo articolo, quello del quotidiano torinese, contiene qualche zona d'ombra, come accade in ogni cronaca giornalistica: non dice se il vescovo ha suggerito al prete di tornare allo stato laicale e se, se ciò è avvenuto, quale è stata la risposta; sarebbe opportuno conoscere il tipo di rapporto affettivo esistente all'interno della coppia, un rapporto costruttivo, a prima vista, visto il permanere della frequentazione, ma con alcuni punti oscuri. Possibile che il prete non abbia valutato le sofferenze arrecate alla compagna e alla figlia ?
Una ragione in più per non dare giudizi così tranchant come fa Gianni Gennari sul prete bello, ben amato, e falso. A meno che il giornalista di Avvenire non sia in possesso di qualche elemento di conoscenza in più. E' possibile, trattandosi del giornale dei vescovi, con sicuro accesso alle fonti riservate. In tale caso sarebbe stato bene avervi accennato. Senza dimenticare che il giornalista cattolico dovrebbe più di altri limitarsi ai fatti e osservare il comando evangelico di non giudicare, tanto meno distribuendo epiteti ingiuriosi.
Infatti, oltre agli attori della vicenda già elencati, ve ne è un quarto: il giornalista e la sua funzione di testimone della verità. Una verità, che per quanto è possibile, deve fare i conti con le emozioni. Fuor di dubbio quelle di Gennari sono spropositate, a cominciare dal titolo: Spari sui papi. Soltanto nella rilettura mi sono accorto del plurale, e me ne sono sorpreso, visto che prima si parlava unicamente del pontefice attuale, papa Benedetto. Poi ho avuto un'intuizione: certamente il plurale era voluto, per associazione agli spari sul precedente pontefice, Giovanni Paolo. Ma sì, lo sparo (più gentile sarebbe stato dire la sparata) di Marina Verna si può accostare a quelli di Alì Agca in piazza San Pietro. Certamente, quello di Marina, non è stato un colpo partito per caso perché - come scrive ancora Gennari - si tratta di un pezzo ingiusto e certamente voluto come tale. Quindi c'è anche la premeditazione. Accidenti, questa stampa laica, covo di imprendibili terroristi. Non era stato chiamato terrorista, e su un giornale ben più autorevole, anche un comico, un povero untorello, che davanti a settecentomila giovani aveva gridato qualcosa di troppo grande perché vero?
E' opportuno tornare al germe del discorso: la gestione delle persone da parte della gerarchia cattolica o - se si vuole - della libertà personale e dei diritti umani nell'ambito della chiesa. E ancora, la ragion di stato (o di chiesa) e i diritti delle persone.
I casi simili a quello di Veronika e del prete-padre sono trattati per lo più nella penombra dei tribunali diocesani, talvolta compaiono su siti specializzati, raramente giungono sulle pagine dei giornali. E sono molti, troppi. Uno è emblematico di tutti e riguarda un vescovo, di colore, non giovane, amato, se bello lo diranno i lettori certamente bello dentro, ma soprattutto non falso. Per la sincerità ha messo in gioco la sua lunga vita. Ha pagato la fedeltà a se stesso e alla sua compagna a prezzi altissimi. Il caso è troppo noto perché ne parli diffusamente. Lo si è presentato come minus habens, rimbambito dagli anni. E' stato punito e privato della pensione e del passaporto come un delinquente.
Milingo e Veronika sono legati dalla ferrea logica di Totem: Totem e il suo inseparabile compagno di merende taboo non debbono essere infranti. Chi lo fa, muore. Come dice George Orwell nella postfazione alla Fattoria degli animali: Di certe cose è vietato parlare. Non è espressamente proibito da nessun codice deontologico. semplicemente non si deve, come in epoca vittoriana non si dovevano nominare i pantaloni davanti a una signora. Perché Totem non sbaglia mai e pertanto non può essere criticato. Per questo, i giornalisti che rompono la consegna, come Marina Verna, sono chiamati terroristi che sparano sul papa. Eppure per questa verità giornalisti coraggiosi continuano a morire nel mondo.
Lo ricordino Gianni Gennari e i suoi datori di lavoro, ricordino che la verità verrà comunque fuori, anche se tardivamente: nella cultura indù il diavolo è chiamato il copritore, colui che nasconde. Ogni copertura, però, non potrà che essere di facciata, una maschera che presto o tardi cadrà e, a farla cadere saranno le opere. Queste, come i giudizi malevoli e le offese verbali non potranno essere nascosti. Perché, davvero, la volpe perderà forse il malpelo ma non il vizio.