STAMPA:MARELLI: PICCOLI PRDUTTORI, IL SISTEMA FUNZIONA MA I NUMERI NON SONO SODDISFACENTI

Il nuovo modello economico e produttivo era già stato proposto dopo il vertice FAO del 2002 dal Forum parallelo delle associazioni di volontariato e "si basa sulla promozione del concetto di sovranità alimentare che è una evoluzione di quello di sicurezza alimentare - spiega Sergio Marelli, Direttore Generale FOCSIV - il quale per altro porta in sé il rischio di soluzioni emergenziali quando non filantropiche e della promozione di modelli commerciali ad esclusivo vantaggio dei potentati economici dell'agro-industria e dei Paesi grandi produttori agricoli, in particolare per lo smaltimento dello loro eccedenze produttive".

09/giu/2008 16.30.00 Volontari nel mondo - Focsiv Contatta l'autore

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COMUNICATO STAMPA

 

PICCOLI PRDUTTORI, IL SISTEMA FUNZIONA MA I NUMERI NON SONO SODDISFACENTI. MARELLI: “BISOGNA PROMUOVERE LA SOVRANITA’ ALIMENTARE. ANCHE L’ITALIA POTREBBE TRARNE BENEFICI”

 

Roma, 9 giugno 2008. Ancora oggi l’80% della produzione agricola mondiale e quindi della nutrizione del genere umano si basa sulle piccole aziende agricole che producono su scala familiare (fonte: Rapporto FAO 2007), le stesse che - dopo il summit FAO conclusosi nei giorni scorsi a Roma - denunciano di non essere sostenute abbastanza dalle scelte politiche internazionali che avvantaggiano invece le grandi multinazionali dell’agrobusiness.

 

In particolare i piccoli agricoltori - attraverso le organizzazioni contadine, i movimenti sociali e le Ong che si sono riunite a Roma nel Forum internazionale parallelo Terra Preta che si è tenuto in concomitanza con il vertice della FAO e che ha trovato la sua ideale conclusione nella marcia per il clima dell’altro ieri a Milano - chiedono ai governi di avviare procedimenti giuridici a favore delle vittime dell’emergenza alimentare e di perseguire il concetto della sovranità alimentare nell’approccio al complesso problema della fame.

 

Il nuovo modello economico e produttivo era già stato proposto dopo il vertice FAO del 2002 dal Forum parallelo delle associazioni di volontariato e “si basa sulla promozione del concetto di sovranità alimentare che è una evoluzione di quello di sicurezza alimentare - spiega Sergio Marelli, Direttore Generale FOCSIV - il quale per altro porta in sé il rischio di soluzioni emergenziali quando non filantropiche e della promozione di modelli commerciali ad esclusivo vantaggio dei potentati economici dell’agro-industria e dei Paesi grandi produttori agricoli, in particolare per lo smaltimento dello loro eccedenze produttive”.

 

Sei anni dopo, mentre l’appello rimane inascoltato, i progetti di aziende agricole che si basano sulla produzione finalizzata alla sovranità alimentare vanno avanti e di conseguenza crescono le esperienze e le competenze. In tutto i progetti nel settore agroalimentare sostenuti dalle Ong italiane aderenti alla FOCSIV sono circa 500 e si basano sulla promozione di una cultura agroalimentare che si fonda sulla sostenibilità ambientale, il rispetto dei suoli e il sostegno alle aziende a conduzione familiare. La maggior parte di essi si collocano in Africa. Seguono America Latina e Asia. Una presenza marginale di questo tipo di progetti si registra, invece, in Europa.

 

In Burundi, per esempio, la presenza ininterrotta da 30 anni dei Volontari Italiani per la Solidarietà ai Paesi Emergenti (Vispe) è servita a realizzare centri di sviluppo a Mutoyi e Bugenyuzi, costituiti da un insieme organico di unità produttive. Ai gruppi agricoli, infatti, qui si collegano mangimifici, oleifici, saponifici, semenzai, una latteria di soja, maglifici, panifici e allevamenti avicoli. Vere e proprie cooperative di produzione collegate in una “Unione di Cooperative”. Il progetto Mutoyi oggi è indicato anche dalle autorità del Paese come modello di sviluppo per il Burundi, dato che ha prodotto lavoro indotto per oltre 40.000 persone con grande beneficio sulla popolazione locale e sugli abitanti della capitale che possono acquistare i prodotti di Mutoyi in un magazzino aperto in un quartiere periferico di Bujumbura.

 

Anche in Tanzania il Comitato Europeo per la Formazione e l’Agricoltura (Cefa) ha puntato a valorizzare il lavoro delle aziende su scala familiare. “Si tratta di una scelta che il Cefa ha avviato dal suo inizio nei diversi Paesi dove ha operato e opera - dice Marco Benassi, responsabile Cefa dei progetti per la Tanzania -. In particolare sugli altipiani meridionali della Tanzania, esattamente nei villaggi di Bomalang'ombe e Lyamko è appena partito un importante progetto sulla filiera pataticola ed è molto avviata un'azienda di trasformazione, il cui scopo è di acquistare prodotti agricoli grezzi da lavorare per conferirgli un valore aggiunto”. Attraverso una struttura ben equipaggiata l’azienda acquista frutta e miele prodotti nei villaggi circostanti e li trasforma producendo marmellate, miele e succhi di frutta che vengono poi venduti nei mercati delle città più grandi come Dar es Salaam, Morogoro, Iringa e Njombe. Lo stesso avviene con la macelleria. “Questi due processi produttivi consentono ai contadini e agli allevatori di trovare in questa zona rurale un mercato sicuro per i loro prodotti - continua Benassi - e soprattutto di disporre di un reddito per le loro famiglie”.

In Madagascar, invece, a Tsiroanamandidy ci sono Goffredo Sacchetti e Bruno Castro di Reggio Terzo Mondo (Rtm). Il progetto agricolo che stanno seguendo è partito nel 2004 e ad oggi è al terzo step. “Il nostro punto di riferimento è il Centro di formazione dei gesuiti con annessi 200 ettari di terreno da mettere in produzione - spiega Goffredo - ma una fase importante del progetto è consistita nella formazione dei coltivatori direttamente nei loro villaggi. Questo tipo di presenza dei volontari ha fatto si che proprio nei villaggi si costituissero associazioni di produttori per affrontare insieme non solo il problema della produzione, ma anche della sanità e della commercializzazione dei prodotti. Ad oggi nei villaggi di Tsiroanamandidy contiamo 50 associazioni, di cui 34 femminili e 22 maschili”. “Girando per i villaggi ho potuto constatare di persona come pian piano la gente sta passando dalla teoria alla pratica - dice Bruno -. Soprattutto è aumentata la produzione di riso, grazie all’alternanza delle colture nelle risaie e all’uso di fertilizzanti naturali ottenuti dalla pratica del compostaggio che sempre di più si sta diffondendo nei villaggi”.

“Come emerge dai dati il limite di questo tipo di esperienze consiste esclusivamente nel loro numero, ancora troppo ridotto rispetto alle esigenze diffuse - commenta Marelli -. Per questo anche i governi dovrebbero potenziare gli aiuti concreti ai produttori su scala familiare e agevolare il loro ingresso nel mercato. E questo non solo nei Paesi dove oggi la crisi alimentare quotidianamente continua a mietere vittime, ma anche in Europa. La lotta per la sovranità alimentare, infatti, è un elemento culturale da inquadrare su vasta scala che va oltre i Paesi considerati in via di sviluppo (Pvs) e che coinvolge anche l’occidente. In Italia, per esempio, i vantaggi del sostegno a questo modello produttivo sarebbero indiscutibili sia a livello economico, basti pensare al valore di mercato delle produzioni tipiche e tradizionali, che a livello ambientale per l’impatto positivo che le aziende su scala familiare hanno sulla preservazione dell’ambiente e dei suoli, in particolare di quelli marginali e a rischio di abbandono”.    

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