Lipu: la prevenzione del bracconaggio al falco pecchiaiolo

LIPU A IL GIORNALE: "SENZA VIGILANZA OLTRE 20MILA RAPACI A RISCHIO BRACCONAGGIO OGNI ANNO SULLO STRETTO DI MESSINA" "Senza l'intervento ogni anno del Corpo Forestale dello Stato sul versante calabrese dello Stretto di Messina i 20mila rapaci in migrazione tra aprile e maggio sarebbero a rischio di abbattimento da parte di migliaia di bracconieri".

28/giu/2008 17.10.00 Notiziario delle associazioni Contatta l'autore

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Inserimento a cura del Notiziario delle associazioni www.notiziariodelleassociazioni.it

Da LIPU

BRACCONAGGIO AL FALCO PECCHIAIOLO: IL CORPO FORESTALE DELLO STATO

E’ INDISPENSABILE PER PREVENIRE E REPRIMERE I REATI.

LIPU A IL GIORNALE: “SENZA VIGILANZA OLTRE 20MILA RAPACI A RISCHIO BRACCONAGGIO OGNI ANNO SULLO STRETTO DI MESSINA”

 

Senza l’intervento ogni anno del Corpo Forestale dello Stato sul versante calabrese dello Stretto di Messina i 20mila rapaci in migrazione tra aprile e maggio sarebbero a rischio di abbattimento da parte di migliaia di bracconieri”. E’ la risposta della LIPU-BirdLife Italia a un articolo apparso oggi su Il Giornale nel quale viene presentato come uno spreco di denaro pubblico le risorse che lo Stato investe ogni anno in uomini e mezzi per prevenire e reprimere i numerosi reati ai danni dei rapaci in migrazione, in particolare del Falco pecchiaiolo.

Lo Stretto di Messina - precisa la LIPU - è uno dei siti più importanti dell’intero bacino del Mediterraneo grazie al passaggio, tra aprile e maggio, di oltre 16mila esemplari di Falco pecchiaiolo cui si aggiungono 800 di Falco di palude e 660 esemplari di Nibbio bruno e altre migliaia di uccelli appartenenti ad altre specie di rapaci. I rapaci sono protetti fin dal 1977 con la legge nazionale n. 968 e dal 1979, a livello comunitario, grazie alla Direttiva “Uccelli”, e dunque qualsiasi atto di violenza nei loro confronti è da ritenersi illegale.

“Negli ultimi 25 anni - dichiara Elena D’Andrea, Direttore Generale LIPU - il bracconaggio al Falco pecchiaiolo, grazie all’intervento delle associazioni e del Corpo Forestale dello Stato, si è fortemente ridotto ma ancora non è stato eliminato. Ma se un domani lo Stato non inviasse più in Calabria gli agenti del Corpo Forestale dello Stato - prosegue D’Andrea -  saremmo costretti a fronteggiare di nuovo gravissime stragi di rapaci. L’Italia ha una grandissima responsabilità a livello internazionale nella protezione di questo immenso e prezioso patrimonio naturalistico, ed è giusto che lo Stato investa una parte di risorse per proteggerlo adeguatamente”.

Un altro problema che aggrava la situazione del bracconaggio a specie protette - sottolinea la LIPU - è quello delle sanzioni: ormai il bracconaggio è un reato contravvenzionale. Chi uccide un’Aquila reale, per esempio, può chiedere al giudice di essere ammesso al pagamento di un’oblazione e se la cava con una semplice multa di poche centinaia di euro. I controlli attuali vanno mantenuti - prosegue la LIPU -  ma occorre anche modificare la legge, prevedendo pene più severe per chi uccide specie protette. “Nel caso della Calabria - prosegue D’Andrea - abbiamo a che fare con credenze e tradizioni anacronistiche. Dobbiamo dunque affianacare ad azioni repressive un intervento culturale. Solo così sarà possibili un ripristino definitivo della legalità”.

Va infine sottolineato - conclude la LIPU - che spesso a Reggio Calabria il Corpo Forestale dello Stato si trova costretto a fronteggiare criminali pronti a tutto, i quali utilizzano armi rapinate ai cacciatori nel corso della stagione regolare di caccia, dopo averle nascoste in campagna, con la matricola cancellata, in attesa del passaggio dei falchi.

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