LA VITA E' UN DONO DI DIO: I PAPABOYS RIBADISCONO 'NO ALL' EUTANASIA'

15/set/2004 04.03.16 daniele Contatta l'autore

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LA VITA E' UN DONO DI DIO: I PAPABOYS RIBADISCONO 'NO ALL' EUTANASIA'. LA RIFLESSIONE DI MONSIGNOR ELIO SGRECCIA
(di Benedetta Cavicchia) martedì 14 settembre 2004 ore 15.04

ROMA - (14 settembre, h.15.01) - E' polemica in Europa per la sentenza che ha autorizzato una clinica pediatrica olandese ad effettuare l'eutanasia sui bambini affetti da mali che provocano sofferenze intollerabili seppur nel rispetto di un protocollo molto rigido. A poco meno di quattro anni da quando nei Paesi Bassi l’ eutanasia è stata legalizzata, la decisione presa dalla magistratura a favore della clinica universitaria della citta' di Groningen (Azg), fa discutere come allora. Giustificare la soppressione di vite, in questo caso quella di bimbi innocenti, con l'intollerabilità del dolore non è un discorso accettabile. Attaccata da chi ritiene che l'eutanasia sia una pratica immorale, la liberale Olanda si difende. Il protocollo cui devono attenersi i medici che decidono di praticare la “dolce morte” - ha riferito lo stesso responsabile della sezione pediatrica della clinica, il dott Verhangen - è stato stilato tenendo conto di quelle che sono le regole generali dell'eutanasia nei Paesi Bassi. E' rigidissimo, questo sì. Prima di decidere sulla vita di un bimbo sofferente e affetto da male incurabile occorre la pronuncia di un secondo medico indipendente. Sarà lui a sentenziare se quel bambino debba vivere o morire. Pollice verso, quindi affidato ai medici olandesi, come se le vite di poveri innocenti, fossero un giocattolo. Mi sorge più di un dubbio: con il giuramento di Ippocrate si insegna al medico a salvare la vita alle persone e non a portar loro la morte. O sbaglio? Questo giuramento, che è stato formulato 2500 anni fa, sublime dal punto di vista morale, in quanto prescriveva al medico di curare ogni paziente, indipendentemente dalla sua condizione, dallo status sociale, dalla malattia…. ha permesso un grandissimo progresso della medicina. Ed ora? Può una professione nata per migliorare la vita somministrare la morte? Il termine Eutanasia deriva dal greco e significa, letteralmente, «buona morte». Ma come si può morire bene? E soprattutto chi ha il potere di decidere se una persona può vivere o morire? La vita è stata donata da Dio, non è a disposizione dell' individuo e solo lui può disporne: ragion per cui l’eutanasia è un omicidio.


Il Santo Padre nella giornata mondiale del malato

La dottrina della Chiesa muove da punti fermi quali: il riconoscimento del carattere sacro della vita dell’uomo in quanto creatura; il primato della persona sulla società; il dovere dell’autorità di rispettare la vita innocente. Pio XII ebbe a dire: "Per quanto concerne il paziente, egli non è padrone assoluto di se stesso, del proprio corpo, del proprio spirito. Non può dunque disporne liberamente. Per quanto riguarda i medici, nessuno al mondo, nessuna persona privata, nessuna umana pietà, può autorizzare il medico alla diretta distruzione della vita; il suo ufficio non è di distruggere la vita ma è di salvarla". La Dichiarazione della S. Congregazione per la Dottrina della Fede (1974) così si pronuncia: "Il diritto alla vita resta intatto in un vegliardo, anche molto debilitato; un malato incurabile non l’ha perduto". Sul concetto di dignità della morte Paolo VI afferma: "Tenendo presente il valore di ogni persona umana, vorremmo ricordare che spetta al medico essere sempre al servizio della vita ed assisterla fino alla fine, senza mai accettare l’eutanasia, né rinunciare a quel dovere squisitamente umano di aiutarla a compiere con dignità il suo corso terreno". Lo stesso Paolo VI si pronuncia contro l’accanimento terapeutico affermando: "In tanti casi non sarebbe una tortura inutile imporre la rianimazione vegetativa nell’ultima fase di una malattia incurabile? Il dovere del medico consiste piuttosto nell’adoperarsi a calmare la sofferenza, invece di prolungare più a lungo possibile con qualunque mezzo e a qualunque condizione una vita che va naturalmente verso la sua conclusione". Contro la liceità dell’eutanasia si sono espresse anche Organizzazioni sanitarie internazionali, e perfino l’Assemblea del Consiglio d’Europa con la raccomandazione 779/1976 sui diritti dei malati e dei morenti. Precisamente l’articolo 7 esclude l’eutanasia attiva con queste parole: "Il medico deve sforzarsi di placare la sofferenza e non ha il diritto, anche nei casi che sembrano disperati, di affrettare intenzionalmente il processo naturale della morte". Analoga posizione è espressa dal Codice Italiano di Deontologia Medica, che all’articolo 40 recita: "In nessun caso, anche se richiesto dal paziente o dai suoi familiari, il medico deve attivare mezzi tesi ad abbreviare la vita di un ammalato. Tuttavia, nel caso di malattia a prognosi sicuramente infausta, il medico può limitare la propria opera all’assistenza morale ed alla prescrizione ed esecuzione della terapia atta a risparmiare al malato inutili sofferenze". Più volte il Santo Padre ha ricordato che ''l'esistenza umana e' sempre un dono di Dio, anche quando e' segnata da patimenti fisici di ogni genere; un ''dono'' da valorizzare per la Chiesa e per il mondo''. Per questo, ha aggiunto ''nessuno ha il diritto di sopprimere quest' essere a causa della sofferenza''. Il Papa proprio nel giorno in cui si festeggiava la giornata mondiale del malato, 10 febbraio, ha rivolto un richiamo preciso contro l'eutanasia ricordando che la sofferenza ''e' sempre un richiamo affinche' ogni sofferente trovi nel proprio ambiente persone pronte ad un paziente sostegno e un premuroso aiuto. La sofferenza e' sempre una chiamata a praticare l'amore misericordioso'' . il Papa ha ricordato più volte il valore ''salvifico'' attribuito alla sofferenza dalla religione cattolica, ed ha rinnovato il suo ''affetto e vicinanza spirituale'' a quanti ''sperimentano nel corpo e nello spirito il peso della sofferenza''. Sull’ argomento eutanasia e sulla recente sentenza olandese, interviene dalle colonne dell’ Osservatore Romano monsignor Elio Sgreggia, il vicepresidente dell'Accademia Pontificia per la vita.


L'EUTANASIA IN OLANDA: ANCHE PER I BAMBINI!
1. L'ultimo limite varcato

Non è stato possibile fino a questo momento reperire il testo del protocollo che descriverebbe l'accordo intervenuto tra la clinica universitaria di Groningen in Olanda e le autorità giudiziarie olandesi, riguardante l'estensione della possibilità di eutanasia anche per i bambini sotto i 12 anni, fino all'età neonatale. Tale protocollo - stando alle notizie diffuse dalle agenzie di stampa e attribuite al Dr. Edward Verhagen, direttore della suddetta clinica - stabilisce "con estremo rigore, passo dopo passo, le procedure che i medici debbono seguire" per affrontare il problema di "liberare dal dolore" i bambini (nell'arco di età menzionato) gravemente ammalati, sottoponendoli ad eutanasia. La legge varata in Olanda dal Parlamento il 1 Aprile 2002 già prevedeva l'aiuto a morire ("suicidio assistito") non soltanto per gli infermi adulti che ne avessero fatto richiesta "esplicita, ragionata e ripetuta" e per i giovani dai 16 ai 18 anni che ne avessero formulato domanda scritta (art. 3, sez. 2 della legge), ma anche per gli adolescenti capaci di consenso, dai 12 ai 16 anni, con la condizione che i genitori stessi, o chi ne avesse la tutela giuridica, aggiungessero il loro consenso alla richiesta personale dei soggetti colpiti da malattia inguaribile o da dolore (art. 4, sez. 2). Ora, con questo ultimo accordo medico-giudiziario, in Olanda si varca un limite finora proibito persino per la sperimentazione clinica, stando ai Codici di Helsinki: si consente l'eutanasia - stando sempre alle notizie diffuse, da ritenere purtroppo fondate - anche per i bambini sotto i 12 anni, compresi quelli in età neonatale, per i quali non si può certo parlare di valido consenso. Per questa età, come accennato, rimane proibita in tutto il mondo la stessa sperimentazione clinica a motivo del fatto che essa può sempre comportare un certo rischio, sia pur minimo, per il soggetto arruolato, né è possibile derogare tale norma con il consenso dei genitori o dei tutori, tranne il caso in cui tale sperimentazione non sia ad utilità della vita o della salute dello stesso soggetto su cui si compie. Le norme etiche relative alla sperimentazione clinica, ispirate ai principi proclamati dopo il processo di Norimberga, sono state abbondantemente oltrepassate negli ultimi accadimenti olandesi. L'accordo medico-giudiziario, infatti, permette, con il consenso dei genitori, la valutazione del medico curante e - a quel che si dice - di un eventuale medico "indipendente", l'accesso all'eutanasia. Non si può parlare qui di "aiuto a morire" o di "suicidio assistito", bensì di una morte inflitta per "liberare dal dolore", cioè di eutanasia vera e propria. Le osservazioni che sorgono spontanee sono molte e profondamente sconcertanti, soprattutto sul piano morale.

2. Il piano inclinato

È facile notare come abbia funzionato la legge del "piano inclinato" per cui, una volta ammessa la legittimità della morte inflitta per pietà sull'adulto cosciente che ne faccia richiesta esplicita, ripetuta e documentata, poi si passi anche ad allargarne l'applicazione ai giovani, agli adolescenti con il consenso dei genitori o dei tutori, ed infine ai bambini ed ai neonati, ovviamente senza il loro consenso. È facile anche prevedere che lo scivolamento sul piano inclinato dell'eutanasia continuerà nei prossimi anni fino ad includere i pazienti adulti ritenuti incapaci di chiedere il consenso, come ad es. i malati mentali o i soggetti in coma persistente o in stato vegetativo. Si afferma che c'è pur sempre il giudice che può vigilare sugli abusi e punire il medico che eventualmente trasgredisca le norme, ma a che cosa può fare appello il giudice quando la norma toglie ogni base per definire l'abuso stesso? Si dice anche che l'argomento del piano inclinato è debole: a mio avviso, invece, esso dimostra di funzionare ineluttabilmente nella sua perversa efficacia, perché sottintende la non assolutezza dei valori da tutelare ed è accompagnato da un evidente relativismo morale. Esso funziona sul terreno dell'eutanasia così come in diversi altri campi di etica pubblica, sia che si tratti di aborto (in tal caso, si comincia dal caso dell'anencefalo per finire al caso del figlio concepito prima delle vacanze), sia che si tratti della procreatica (qui, si parte dalla richiesta della legalizzazione dell'inseminazione omologa per finire alla questione della autorizzazione della clonazione terapeutica). Quando poi nel piano inclinato non agisce soltanto il dislivello del pendio logico, ma anche l'interesse economico, allora lo scivolamento diventa fatale ed inarrestabile.


3. Su quale fondamento etico

Qualora si voglia ricercare una "motivazione etica" a questo "progressivo declino di umanità", essa risulterà facilmente rintracciabile nella letteratura contemporanea. Per giustificare l'eutanasia, si è partiti dal fare riferimento al principio di autonomia, così come è enunciato dal Manifesto sull'eutanasia del 1974, rafforzato in alcuni Paesi dalla richiesta di far valere sui medici il cosiddetto "testamento di vita"; in questa prospettiva, il tutto della moralità si concentrerebbe nel fatto che il paziente, sapendo di poter disporre della propria vita, intende anche disporre della propria morte. La legge olandese, al momento dell'approvazione, per rassicurare l'opinione pubblica ha sottolineato che la richiesta del paziente deve essere insistente, lucida, possibilmente scritta; ma, con l'avanzamento ora stabilito, addirittura si prescinde dalla volontà del soggetto che, per la sua età, è ovviamente incapace di esprimere una propria scelta e la si sostituisce con la volontà di altri, parenti o tutori, e con il giudizio interpretativo del medico. Il medico addirittura deve valutare il dolore e la sofferenza del paziente e stabilire se sono tali da giustificare l'anticipazione della morte. Ma allora, non è più il principio di autonomia ad essere in gioco, bensì una decisione "esterna", che dovrebbe essere considerata etica anche quando viene imposta dall'adulto cosciente e valente su un soggetto incapace di valutare e di chiedere: in seguito ad essa, il soggetto beneficiario viene fatto morire intenzionalmente, come un "morto ammazzato". Altro che autonomia e senso di pietà! Siamo di fronte ad un tipo di libertà degli adulti considerata legittima anche quando viene esercitata su chi non ha autonomia. Per giustificare l'eutanasia, poi, si è anche fatto appello alla liberazione dal dolore "inutile" e dalla sofferenza, come vorrebbe indicare, in qualche modo, il prefisso bonario ("eu-") del termine mortifero di eutanasia. Ma di quale sofferenza si tratta? E a chi appartiene questa sofferenza?
Il soggetto bambino o neonato che, come dicono i pediatri, soffre di meno dell'adulto, non è in grado di valutare o di definire insopportabile la sua sofferenza; chi valuta, secondo le norme olandesi, è il medico e quelli che consentono e decidono sono i parenti. Non si tratta per caso della loro sofferenza? Si sa, poi, che la nostra età ha reso quasi del tutto "curabile" il dolore; le cure palliative e quelle antalgiche, promosse grazie a Dio in tutto il mondo ed invocate dai medici e dalla sanità, riescono a mantenere e armonizzare l'umanità delle cure e la serenità della morte. A prescindere dalla dignità che va riconosciuta al dolore del malato e al valore di solidarietà che suscita la presenza della sofferenza innocente, forse che il dolore e la sofferenza si curano con la violenza della morte anticipata? C'è da pensare seriamente alla possibile comparsa di un darwinismo sociale, che intende facilitare l'eliminazione degli esseri umani gravati da sofferenza e da difetti per "anestetizzare" la società tutta. È stato precisamente Darwin a considerare un ostacolo all'evoluzione umana la costruzione degli ospedali per i pazzi, gli infermi e i malati, così come l'elaborazione di leggi per sostenere gli indigenti (cfr. C. Darwin, La descendence de l'homme et la sélection sexuelle, citato in J.C. Guillebaud, Le principe d'humanité, Editions du Seuil, 2001, p. 368), perché questi atteggiamenti della società impedirebbero o ritarderebbero l'eliminazione naturale dei soggetti difettosi. Non per niente alcuni commentatori, anche laici, nei giornali di questi giorni hanno parlato di "eugenismo mascherato", in riferimento a quest'ultima passo avanti della legge olandese sull'eutanasia.

4. La deriva utilitarista

Penso che non sarebbe comunque incongruo porre l'attenzione ad una mentalità utilitarista che sta progressivamente penetrando nella società occidentale, con l'ideologia della massimizzazione del piacere e la minimizzazione del dolore, cui non manca il supporto di quell'utilitarismo legato al bilancio e all'assegnazione delle risorse nel campo della medicina definita "impossibile", proprio perché troppo onerosa per la comunità. Questo utilitarismo, legato al bilancio, considera prevalenti i programmi relativi all'incremento della ricchezza e della produttività o della competitività industriale, rispetto ai doveri del sollievo della sofferenza e al sostegno del malato, sempre più consegnato alla precarietà delle proprie risorse economiche e sempre meno sostenuto dallo Stato. Dunque, saremmo lontani non soltanto dall'etica della libertà, ma anche dall'etica della solidarietà, saremmo sotto il dominio della società dei forti e sani e dentro la logica del primato dell'economia. Ma siamo ancora dentro "l'umanità"?

5. Il principio di umanità

Alcuni studiosi hanno rilevato l'esistenza di una grande contraddizione nella nostra società contemporanea, una sorta di schizofrenia tra due elementi; da una parte, la proclamazione dei "diritti dell'uomo" e la ricerca della definizione di "delitti contro l'umanità", dall'altra, l'incapacità di definire chi è l'uomo e, di conseguenza, quale azione sia da ritenersi umana o non umana (cfr. J.C. Guillebaud, Le principe d'humanité, cap I). Quello che sembra si stia smarrendo nella nostra cultura è il "principio di umanità". È umano curare il dolore e predisporre hospices per i malati di tumore, oppure è più umano predisporre il farmaco letale per le persone che sono affette da mali inguaribili, sia che queste lo chiedano in prima persona, sia che siano i medici a supporre che lo chiederebbero se potessero? A chi è passato il governo del concetto di "umano/non umano", dopo che è stata negata la natura umana, l'ontologia della persona e l'adeguata concezione della dignità umana? La dignità umana sussiste nel morente, in modo tale che nessuno possa avanzare un dispotismo di vita e di morte su colui che soffre e sta per morire? Questo è il punto: ritrovare la dignità dell'uomo, di ogni uomo in quanto portatore del valore di persona, valore trascendente sulla realtà terrena, fonte e fine della vita sociale, bene su cui converge l'universo (S. Tommaso d'Aquino qualifica la persona "quod est perfectissimum in rerum natura"), bene che non può essere strumentalizzato per alcun altro interesse da chicchessia (come ricorda anche la migliore tradizione della morale laica a partire da Kant). In questa dignità di persona la tradizione biblica vede "l'immagine e somiglianza" con il Creatore e, nel Cristianesimo in particolare, trova la identificazione con il Cristo stesso ("Ero malato e mi avete assistito" - cfr. Mt. 25). Si tratta di salvare ad un tempo il concetto di umanità e il fondamento della moralità, rispettando la vita e la dignità della persona umana.

6. L'apporto della Chiesa

La posizione della Chiesa sul tema dell'eutanasia è ben conosciuta, costantemente ribadita e confermata; essa va letta con lo sguardo rivolto alla tutela della dignità e della vita di ogni uomo: "Ora, è necessario ribadire con tutta fermezza che niente e nessuno può autorizzare l’uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo. Si tratta, infatti, di una violazione della legge divina, di una offesa alla dignità della persona umana, di un crimine contro la vita, di un attentato contro l’umanità." (CDF, Iura et Bona, p. II). La enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II, che ribadisce la condanna morale dell'eutanasia come "grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana" (n. 64), insiste nel suggerire "una via ben diversa… la via dell'amore e della vera pietà, che la nostra comune umanità impone e che la fede in Cristo Redentore, morto e risorto, illumina con nuove ragioni. La domanda che sgorga dal cuore dell'uomo nel confronto supremo con la sofferenza e la morte, specialmente quando è tentato di ripiegarsi nella disperazione e quasi di annientarsi in essa, è soprattutto domanda di compagnia, di solidarietà e di sostegno nella prova" (n. 67). Con l'insegnamento, le attività e le strutture proprie, la Chiesa si pone costantemente in questa prospettiva. L'Europa, che sta proponendosi al mondo come un'unità di popoli solidali in nome dei "diritti dell'uomo", tuttora capace di conservare un plurimillenario patrimonio di civiltà umanistica, improntata al rispetto della persona e alla pratica della solidarietà, dovrebbe respingere da sé ogni infiltrazione culturale ispirata al cinismo utilitarista o al primato dell'economia sull'uomo, per continuare a proporre modelli legislativi a sostegno dell'uomo e della sua dignità, in una società solidale.

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