RANDAGI: POSSIAMO?

25/lug/2009 21.16.07 S.I.Ve.L.P. Sindacato Vet. Liberi Professionisti Contatta l'autore

Questo comunicato è stato pubblicato più di 1 anno fa. Le informazioni su questa pagina potrebbero non essere attendibili.

I fatti della recente cronaca con un ferito a Taranto da parte di un branco di cani randagi, il tragico aggiornamento della lista dei decessi ad opera di questi ultimi -7 nell'ultimo anno-, l'epidemia di una nuova forma di rabbia negli USA diffusa tra i canidi (che forse potrebbe arrivare a contagiare l'uomo), riportano drammaticamente all’attenzione della collettività la complessa problematica del randagismo. In alcune regioni italiane si son raggiunte cifre “da capogiro”: in Sicilia son stati stimati (e forse sottostimati) ben 68.000 cani randagi, in Calabria circa 65.000, in Campania 70.000, in Puglia 71.000 e 60.000 in Lazio. I numeri già di per sé son eloquenti, anche a prescindere dai fatti di cronaca: è indispensabile –e non ulteriormente prorogabile- che la collettività intera (istituzioni, forze dell’ordine, enti territoriali, associazioni animaliste, professionali) si assuma delle responsabilità. Infatti, oltre ai dati sopra riportati si aggiunga che tutti questi animali sul territorio sono una evidente e concreta minaccia all’incolumità e sicurezza dei cittadini (ivi compresi bambini, persone anziane, signore che con maggior difficoltà posson difendersi), e son anche dei veicoli per un consistente numero di malattie infettive (quali leishmania, rabbia, febbre bottonosa, idatidosi, toxocarosi, leptospirosi ….) e –conseguentemente- possono essere causa di notevoli problemi alla salute pubblica. Sono evidenti anche i danni all'allevamento, all'agricoltura, al turismo ed all'immagine del Paese, la frequentazione di discariche e spargimento di rifiuti, la responsabilità in incidenti stradali, la predazione ai danni di specie che non competono per l'habitat ed il danno ad altre che vi competono, come il lupo (la cui reintroduzione è stata oggetto di ingentissimi finanziamenti).

Oggi il dibattito è perlopiù incentrato sulla ferrea volontà di mantenere in vita tutti questi randagi, magari anche in gabbie sporche presso canili o c.d. rifugi da cui escono raramente. Tale volontà, fondata sul fatto che la nostra collettività –allo stato attuale- rifiuta la soppressione sic e simpliciter di tutti questi cani come strumento per la soluzione del randagismo, omette di valutare o comunque di tenere nella giusta considerazione quanto sopra evidenziato: ovvero, la consistenza numerica del fenomeno impone di riconoscere –realisticamente- che è impossibile realizzare strutture (anche mediocri) in grado di accogliere tutti i 600.000 randagi stimati attualmente in Italia, con dei costi di mantenimento in canile di almeno 1 milione e 200 mila euro al giorno senza contare i costi di cattura, profilassi ordinarie, terapie straordinarie, ambulatori, personale, e altro. Anche a prescindere dalla spesa necessaria, che comunque le esangui casse pubbliche non saprebbero come affrontare (il deficit della sanità nelle Regioni più interessate dal fenomeno è immane), gli animali sono veicoli di diffusione di malattie infettive (trasmissibili anche all’uomo) gravissime, ben più preoccupanti dell’influenza messicana.

Il legislatore del 1954 che scrisse il Regolamento di Polizia Veterinaria non esitò nel titolo II in materia di NORME SANITARIE SPECIALI CONTRO LE MALATTIE INFETTIVE E DIFFUSIVE DEGLI ANIMALI a prevedere il capo V in materia di rabbia. L’art. 85 di tale regolamento (tuttora in vigore) –per evitare il diffondersi della rabbia- prevede che “1. I cani catturati perchè trovati vaganti senza la prescritta museruola devono essere sequestrati nei canili comunali per il periodo di 3 giorni. 2. Trascorsi i 3 giorni senza che i legittimi possessori li abbiano reclamati e ritirati, i cani sequestrati devono essere uccisi con metodi eutanasici ovvero concessi ad istituti scientifici o ceduti a privati che ne facciano richiesta, salvo sempre i casi previsti dai successivi articoli 86 , 87 e 90 .”. Ancora, l’art. 91 prevede: “N ei casi in cui l'infezione rabida assuma preoccupante diffusione il prefetto può ordinare agli agenti adibiti alla cattura dei cani ed agli agenti della forza pubblica di procedere, ove non sia possibile la cattura, all'uccisione dei cani e dei gatti vaganti i , ed adottare qualunque altro provvedimento eccezionale atto a estinguere l'infezione. ” . La ratio della legge è chiara: l’eccezionalità della situazione autorizza l’adozione di misure drastiche al fine di evitare la diffusione di malattie in grado di intaccare l’incolumità e la salute pubblica. Di fatto, grazie anche all’applicazione delle norme sopra richiamate, oggi la rabbia non costituisce più un’emergenza: si può concludere che il metodo impiegato ha dato i risultati attesi, ossia la quasi totale eradicazione della patologia.

Oggi, l’incolumità pubblica è stata a più riprese violata dai numerosissimi branchi dei randagi, dai cani lasciati di fatto incustoditi ed equiparabili ai vaganti. Ciononostante si insiste nel non voler adottare misure draconiane: è inevitabile oltre che prevedibile, che la situazione –prima o poi- deflagri ulteriormente, causando altri morti, altri malati preannunciati da tempo, ulteriori danni materiali, sanitari e d'immagine. La responsabilità di tutto ciò e soprattutto di queste future morti –che comunque si spera non si verifichino- di chi è e sin da ora? A sommesso avviso di chi scrive, le istituzioni in primis son chiamate ad assumere iniziative, anche impopolari o di poco effetto mediatico, forti per affrontare questa piaga, ma sono altresì chiamate ad una concreta e complessiva presa visione del problema anche tutte le associazioni animaliste a cui non è dato trincerarsi dietro una miope difesa della vita dei soli cani, senza considerarne la qualità in misere gabbie, i costi per una collettività fortemente indebitata, i pericoli per la salute pubblica; gli enti territoriali che per primi devono dare risposte concrete ai loro cittadini e tutti soggetti che a vario titolo si occupano dei poveri randagi. Prima si assumeranno decisioni incisive, senza arrivare a provvedimenti limite dettati dall'emergenza, più rapidamente potremo invocare una detenzione responsabile, controllata e decorosa degli animali.

 SIVeLP

blog comments powered by Disqus
Comunicati.net è un servizio offerto da Factotum Srl