Marea nera

Il 20 Aprile 2010 la Deepwater Horizon, una piattaforma petrolifera che stava costruendo un pozzo per la compagnia britannica British Petroleum (BP), si è incendiata ed è esplosa per poi affondare.

17/mag/2010 03.33.27 Barbarossa78 Contatta l'autore

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La nube di cenere proveniente dall’Islanda aveva provato a parlarci della fragilità della nostra società e dei suoi costi ormai insostenibili. Quasi un avviso verso il cielo prima che ne arrivasse uno ben più devastante dal fondo del mare.

Il 20 Aprile 2010 la Deepwater Horizon, una piattaforma petrolifera che stava costruendo un pozzo per la compagnia britannica British Petroleum (BP), si è incendiata ed è esplosa per poi affondare. Si trovava ad 80 Km dalla costa della Louisiana nel golfo del Messico. La stessa zona martorizzata dall’uragano Katrina 6 anni fa.
Dal momento dell’esplosione il petrolio ha iniziato a riversarsi in mare attraverso aperture sottomarine.

Di fronte alla richiesta di una stima della falla sottomarina apertasi, così da avere anche un’idea della quantità di petrolio che si sta riversando in mare, la British Petroleum ha risposto semplicemente "questo non è importante".
Quattro stati, decretando lo stato di emergenza, ringraziano.
Ringraziano i pescatori la cui attività è praticamente finita.
Ringraziano il pellicano bruno, la garzetta rugginosa, la sterna reale ed il fratino. Il capodoglio, il tonno rosso e diverse specie di tartarughe marine. Altre specie da depennare sulla lista già corta della Biodiversità.
Ringraziano le numerose specie in fase di riproduzione proprio in questo periodo proprio in quella zona lì.

Per tenere buoni ‘sti scassambrella di Scienziati, questi bravi industriali, hanno azzardato che la falla ha una dimensione tale che "a occhio" ogni giorno vengono riversati in mare il corrispettivo di 5000 barili di petrolio. Ma gli Scienziati, che un conto già se lo stavano facendo, prontamente hanno risposto che "a occhio" la falla aperta sia molto più grande della stima fatta dalla BP e dal governo: essa scorre ad una velocità di 25.000 a 80.000 barili di petrolio al giorno. Inoltre i flutti di petrolio stanno esaurendo l'ossigeno disciolto nel golfo. Andando avanti così il livello di ossigeno potrebbe alla fine cadere così in basso da uccidere gran parte della vita in prossimità di queste faglie e lasciare solo una zona morta.

Nel frattempo alla BP hanno iniziato a fare quello che sanno fare meglio: rispondere ad cazzum. Stanno bruciando il petrolio. Così si elimina solo una componente del greggio, quella leggera e come contropartita si ottiene la formazione di idrocarburi tossici gli IPA. Belli recidivi sti petrolieri. Ma non basta.
Stanno riversando in mare delle sostante chimiche inquinanti, "i disperdenti", al fine di divedere le chiazze in tante piccole separate goccioline che disperdendosi verrebbero degradate più facilmente ma su i loro effetti a tali profondità e su tali perdite nessuno sa niente.

La realtà è che nessuno sa che capezzone fare
.
I signori che detengono l’economia mondiale sono disperati al punto tale che hanno chiesto suggerimenti pure all’uomo della strada creando una sorta di corsa più pazza del mondo per la ricerca della soluzione.
Fra le più gettonate: riempire il mare di capelli o di fieno, a cui aggiungere vecchie calze di nylon. Ci sono due che si sono fatti un video in cui, modello Antonella Clerici alla prova del cuoco, spiegano che la paglia e il fieno assorbono benissimo il petrolio e, schiumarola alla mano, ne danno dimostrazione pratica dentro ad un catino.
C’è la soluzione di matrice bertolasiana: sparare alcuni rifiuti direttamente sul fondale.
La soluzione definitiva: lanciare una testata atomica.
La soluzione massonica: costruire una serie di mura di cemento intorno alla piattaforma o coprire il tutto con una cupola.
La soluzione cassa integrata: prendete le barche dei pescatori rimasti senza lavoro a causa della marea nera, mettetele una vicina all’altra e accendete i motori così da produrre un’onda che spinga il petrolio verso il largo. Magari a Lampedusa.

A mio avviso la soluzione più stimolante è quella che propone di buttare in mare i dirigenti della BP e vedere se la tappano loro la falla o fare qualcosa di simile con i politici che hanno sostenute le trivellazioni al largo della costa.
Noi potremmo privarci anche di un paio di decine dei nostri per la causa.
Forse la falla non si chiuderà perché certa materia organica galleggia, è noto.
Sicuro, però, avremo dimostrato di volere bene alla terra.

di Marianna Borriello
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