Ambiente e sviluppo non sono incompatibili...

25/ago/2005 12.23.07 Quibio.it Contatta l'autore

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AMBIENTE E SVILUPPO NON SONO INCOMPATIBILI
 

I mezzi di informazioni da tempo non sembrano parlare d'altro: inquinamento, effetto serra, sconvolgimenti del clima, innalzamento del livello dei mari. Siamo di fronte ad una serie di catastrofi epocali, oppure i giornali stanno solo cercando di vendere qualche copia in più?
L'uomo è davvero il cancro del pianeta? Stiamo davvero uccidendo la vita sulla Terra come molti ecologisti sostengono? Stiamo facendo scomparire le foreste, insieme con innumerevoli specie animali? Stiamo sovvertendo i delicati equilibri del clima? L'ecosistema terrestre è compromesso o rischia di esserlo in breve tempo? E potrà sopportare un carico di esseri umani che continuano a moltiplicarsi come cavallette? Riuscirà il nostro pianeta, già così pieno di problemi, a sostenere il peso di diversi miliardi di persone con livelli di consumo europei o americani?
Molti ambientalisti sostengono che l'attuale modello di sviluppo non è sostenibile, e le loro posizioni si fondono con quelle dei no-global, che considerano le grandi democrazie responsabili della povertà nel mondo oltre che della maggior parte dell'inquinamento: una sorta di malefica dittatura globale. 
Oggi il 20% della popolazione più ricca consuma l'80% delle risorse naturali, costringendo alla povertà il resto del mondo, che dispone solo del rimanente 20%. Inoltre i paesi ricchi sfruttano quelli poveri pagando poco i loro prodotti e vendendo a caro prezzo i propri manufatti industriali, farmaci e così via. E con un così alto livello di consumi e di inquinamento, stanno distruggendo e avvelenando l'intero pianeta. I veri nemici, quindi, sono il sistema del capitalismo internazionale, le tecnologie sempre più potenti e il mito della crescita continua del PIL, che stanno all'origine di tutte le ingiustizie sociali e della distruzione dell'ambiente. 

La sostenibilità ambientale. Queste posizioni partono dall'assunto, tanto evidente da godere del! privile gio di non dover essere dimostrato, che la pressione esercitata sull'ambiente è tanto maggiore quanto più grande è la popolazione e più alto il livello dei consumi. In altre parole sia la crescita demografica che la crescita dell'economia sarebbero la causa dei problemi ambientali, visto che sia l'una che l'altra hanno bisogno di quantità sempre maggiori di risorse naturali, e producono quantità sempre più grandi di rifiuti e di veleni.
Con questi presupposti l'ovvia conseguenza è che, se si vuol salvare la vita sulla Terra, bisogna fermare la crescita demografica e rendere l'economia più sostenibile sia limitandone la crescita sia adottando stili di vita compatibili con la conservazione della natura. Anzi, come molti ecologisti apertamente sostengono, al punto in cui siamo arrivati bisognerebbe ridurre la popolazione con una rigorosa politica demografica, e rinunciare a molti consumi superflui, cioè mangiare meno carne, usare le biciclette al posto delle auto ecc. Alcuni arrivano a dispiacersi del fatto che centinaia di milioni di indiani, cinesi, brasiliani ecc. stiano arrivando ai livelli di consumo tipici dei paesi industrializzati.
Ma è proprio vero che abbiamo già toccato i limiti della sostenibilità, e che l'unica soluzione è fermare la crescita economica, e persino limitare la libertà di decidere il numero dei figli? 
La produttività. A prima vista sembra del tutto evidente che, più grande è la popolazione e più crescono i consumi, maggiore è la pressione sull'ambiente, e quindi maggiore è la necessità di terreni agricoli, di energia e di altre materie prime. Ma questo sarebbe vero solo se aumentassero la popolazione e i consumi ma non la produttività, come più o meno è avvenuto durante tutte le epoche storiche fino ai tempi moderni. Solo in questo modo, per esempio, si potrebbe stabilire una relazione di proporzionalità diretta tra l'aumento della popolazione e la dimensione della superficie da destinare all'agricoltura. Ma se aum! enta la produttività del terreno, e se aumenta più della crescita della popolazione, il discorso cambia.
Infatti se raddoppia la resa per ettaro di un terreno agricolo, raddoppia a parità di superficie la disponibilità di derrate alimentari, oppure se i consumi rimangono gli stessi, si dimezza la superficie coltivata (oppure si realizza una combinazione fra queste due possibilità). Discorso del tutto analogo per quanto riguarda le altre risorse primarie, cioè le materie prime non agricole e l'energia: ogni aumento di produttività serve o ad elevare i redditi o ad alleggerire la pressione sull'ambiente, o tutt'e due. 
Anche una più alta produttività del lavoro ha conseguenze positive, perché aumenta la disponibilità dei beni ed il reddito pro capite. E la storia di tutti i paesi industrializzati insegna che, una volta raggiunto un certo livello di benessere, emerge l'esigenza di aria e acqua più pulite, di cibi di qualità migliore, e anche di un ambiente meglio tutelato. Infine l'aumento dei redditi ha effetti positivi anche sulle tendenze demografiche: dopo una prima fase in cui la popolazione aumenta a causa della riduzione del tasso di mortalità, da un certo punto in poi anche il tasso di natalità comincia a diminuire, e la dimensione della popolazione tende spontaneamente a stabilizzarsi senza la necessità di pratiche coercitive.
Quindi l'aumento della produttività, sia delle risorse primarie che del lavoro, ha molteplici effetti positivi: migliora la qualità della vita, riduce il tasso di natalità, e fa diminuire in diversi modi la pressione sull'ambiente.
Il concetto chiave è quindi quello della
produttività. Ed è proprio grazie al grande aumento della produttività degli ultimi 100 / 200 anni che gli abitanti dei paesi industrializzati hanno raggiunto un livello di benessere incomparabilment! e superi ore a quello di ogni altra epoca storica. La maggior parte della gente, sotto molti aspetti, vive oggi persino meglio dei sovrani del passato. Si nutre meglio, gode di una salute migliore, ed è anche più istruita e informata, e può comunicare, spostarsi e viaggiare molto più facilmente e velocemente. Ma anche la restante popolazione mondiale, pur essendo più povera, negli ultimi 40 / 50 anni ha raggiunto un tenore di vita nettamente superiore a quello di tutti i secoli passati. Un buon indicatore è la speranza di vita alla nascita che nei paesi in via di sviluppo ormai raggiunge i 65 anni, mentre ancora nel 1900 non superava i 30. 

Sviluppo e globalizzazione.

Questi straordinari risultati sono una conquista della civiltà occidentale. Anche se l'espressione “civiltà occidentale” può non piacere dati i trascorsi colonialisti degli stati europei, non può essere messo in dubbio sul piano storico che è stato proprio l'Occidente ad avere questo merito. Un'affermazione che d'altra parte non implica una qualche sorta di superiorità sul resto del mondo, e tanto meno una superiorità razziale. 
Si tratta di conquiste rese possibili da una impostazione più scientifica della cultura europea, che ha permesso di accumulare nel tempo conoscenze e tecnologie che alla fine hanno avuto conseguenze di enorme importanza pratica.
Nel corso della storia ci sono state altre importanti civiltà, come quelle cinese, indiana o araba, che in alcuni casi hanno dato contributi importanti alla stessa civiltà occidentale, ma esse sono progredite solo fino ad un certo punto, e poi si sono fermate. In qualche misura questo è successo anche alla civiltà europea, che aveva trovato un suo stabile equilibrio politico e sociale, apparentemente immutabile, nel Vecchio Regime precedente la Rivoluzione Francese. Ma la società occidentale aveva in più gli scienziati e i liberi pensat! ori, che hanno continuato a far progredire la conoscenza finché questa alla fine ha potuto essere usata per scopi pratici, facendo aumentare la produttività in tutti i settori dell'economia. Per esempio l'Enciclopedia di Diderot e D'Alambert nella seconda metà del 700 ha messo a disposizione di tutti le conoscenze tecniche e scientifiche acquisite fino a quel momento, cosa che ha favorito la crescita dell'economia e quindi l'affermarsi di quella classe borghese che avrebbe rovesciato gli equilibri del Vecchio Regime (nello stesso tempo qualcosa del genere stava avvenendo nel mondo anglosassone con l'avvio della rivoluzione industriale).
Questa tradizione scientifica deve essere fatta risalire alla civiltà greco-romana, ed in particolare ai primi filosofi greci, che si sono posti fin da 2.500 anni fa il problema di comprendere e spiegare la realtà naturale, ed anche di stabilire dei criteri in base ai quali distinguere la vera conoscenza dai miti e dalle leggende 
( vedi articolo su
Parmenide).
Sono in sostanza tre le grandi conquiste della civiltà occidentale: una grande crescita della produttività agricola, l'industrializzazione che ha moltiplicato la disponibilità di tutti gli altri beni, e la democrazia.
La crescita della produttività agricola. Era stato Charles Darwin a spiegare come nascono e si evolvono le specie viventi. Ma è stato solo con Gregor Mendel, un monaco che cercava di dimostrare la falsità delle teorie darwiniane riscoperto all'inizio del Novecento, che si è riusciti a mettere in luce le modalità di trasmissione dei caratteri ereditari.
Da allora, attraverso gli incroci tra specie diverse e la selezione artificiale, sono state ottenute varietà coltivate sempre più produttive, a cui si sono aggiunti i fertili! zzanti s intetici a basso costo, le macchine agricole e migliori tecniche colturali. Per fare un solo esempio, dal 1900 ad oggi nell'Europa a 15 la resa per ettaro di bene strategico come il frumento è aumentata da una quindicina di quintali a quasi 60. Analoghi aumenti di produttività sono stati ottenuti per il riso e il mais, gli altri più importanti cereali, e in misura maggiore o minore per tutte le altre piante coltivate e per gli animali da allevamento, che hanno fatto aumentare in maniera impressionante anche la disponibilità di latte e carne.
Ancora maggiore è stato l'aumento della produttività del lavoro agricolo: oggi un singolo operatore su una mietitrebbia sostituisce decine e decine di mietitori.
L'aumento di produttività in agricoltura, comprovato anche dalla diminuzione del prezzo del frumento di dieci volte negli ultimi due secoli, ha avuto importantissime conseguenze sul piano sociale. Per tutto il corso della storia dall'80% al 90% della gente è stata costretta a lavorare la terra, mentre solo una piccola minoranza poteva dedicarsi ad attività diverse. Ciò in conseguenza, appunto, della bassa produttività agricola. Che si chiamassero schiavi, servi della gleba, o contadini formalmente liberi, la stragrande maggioranza della popolazione in ogni epoca e civiltà abitava in campagna e lavorava la terra, svolgendo un lavoro faticoso, esposto alle carestie nelle annate avverse, e senza alcuna possibilità di riscatto economico e sociale. Per questo, anche nelle civiltà più importanti come quella romana, il livello di vita medio rimaneva comunque molto basso, così come la speranza di vita. Anche nella Grecia antica, patria della democrazia, la società era fondata sul lavoro di una maggioranza di schiavi, e persino dei teorizzatori della società ideale come Platone e Aristotele non riuscivano ad immaginare una società fatta solo di persone libere: finché la produttività dell'agricoltura e del lavoro era quella, era inevitabile che la stragrande maggioranza ! della ge nte fosse costretta a lavorare in condizioni di schiavitù di nome o di fatto.
L'industrializzazione. La seconda grande conquista della civiltà occidentale è stato un aumento ancora maggiore della produttività in tutti gli altri settori dell'economia. Le conoscenze naturalistiche e scientifiche, che una volta servivano quasi solo ad arricchire l'erudizione di ristrette elite intellettuali, alla fine si sono rivelate utili per rendere più produttivo il lavoro e migliorare la vita di tutti i giorni.
L'individuazione del rapporto tra pressione, volume e temperatura di un gas aveva portato, all'inizio dell'800, alla progettazione della prima macchina a vapore. Con le macchine a vapore sono nate le prime fabbriche, i primi sistemi di trasporto a motore terrestri e marittimi, ed è stato reso più produttivo il lavoro nelle miniere. Ma questo è stato solo l'inizio di quel lungo processo che ha portato alla società industriale matura.
Un aumento della produttività, anche di decine di volte, che non ha riguardato solo i beni materiali, ma anche i beni immateriali ed i servizi. Rispetto all'era preindustriale è incredibilmente aumentata la possibilità di informarsi, di comunicare e di viaggiare. E con l'aumentare della ricchezza si sono trovate le risorse per la sicurezza sociale, la tutela della salute, la previdenza, e anche per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico-artistico e ambientale.
La democrazia. Infine, la terza grande conquista dell'Occidente è il “buon governo”, cioè la democrazia. Solo con la democrazia, infatti, le opportunità offerte dalle conquiste tecniche e scientifiche possono essere messe a disposizione di un intero paese, e non solo di una minoranza di privilegiati. Anche se sono moltissime le società antiche e moderne che incorporano elementi di democrazia, non c'è dubbio che la democrazia come forma di governo per uno stato di grandi dimensioni è una conquista della civiltà occidentale. Prima
la democrazia greca, quindi la civiltà romana che fa propri molti dei suoi valori. Poi in Italia l'esperienza dei Comuni, organizzati sul modello delle antiche repubbliche. Infine la Costituzione americana, che opera il passaggio dalla democrazia diretta, adatta alle comunità di piccole dimensioni, alla democrazia rappresentativa, e quindi al moderno stato liberista e democratico.
Queste sono le conquiste che hanno consentito ai paesi occidentali, e a tutti i paesi industrializzati, di raggiungere un livello di benessere infinitamente superiore rispetto a quello di qualsiasi altro periodo storico.
Ma in questo momento queste conquiste vengono copiate e si stanno diffondendo nel resto del mondo. Paesi come la Cina, l'India e tanti altri, non devono reinventare nulla, perché trovano già tutto pronto, ed è per questo che le loro economie possono crescere così in fretta (anche se a volte copiano un po' troppo!). E la crescita è tanto più veloce, quanto maggiori sono gli elementi di liberismo, democrazia ed economia di mercato introdotti nel proprio sistema. 
Dato che le principali conquiste tecniche e scientifiche sono ormai alla portata di tutti, il fattore critico dello sviluppo è quindi il buon governo, e solo i paesi che si aprono al mercato e allo stato di diritto riescono a sfruttare le opportunità e a migliorare il loro livello di vita materiale e sociale. E' per questo che la democrazia e l'economia di mercato si stanno espandendo, non per una sorta di imperialismo planetario, ma perché questa è la condizione per vincere la povertà e raggiungere il benessere. 
Tutto questo si chiama globalizzazione.

Lo sviluppo come soluzione dei problemi dell'ambiente.

Dunque l'aumento della prod! uttivitE0 negli ultimi due secoli ha fatto lievitare in maniera straordinaria il livello di vita nei paesi industrializzati, ma non a spese dei paesi del Terzo mondo, la maggior parte dei quali anzi nell'ultimo mezzo secolo ha migliorato in maniera considerevole la propria situazione, e in questo momento può sperare di raggiungere i paesi più sviluppati nel corso di qualche altra decina d'anni.
Ma quali sono le conseguenze ambientali della crescita economica, prima limitata ai soli paesi occidentali, e adesso estesa a quasi tutto il resto del mondo? Hanno ragione quegli ambientalisti che sostengono che proprio questa crescita rischia di provocare il collasso dell'intero ecosistema terrestre?
Recentemente è uscito in traduzione italiana
L'Ambientalista Scettico di Bjorn Lomborg, con il sottotitolo “Non è vero che la Terra è in pericolo”.
Lomborg, ex membro di Greenpeace, sfruttando la sua competenza di professore di statistica, ha voluto verificare dati alla mano se il quadro preoccupante delineato dagli ecologisti corrisponda alla realtà. Per il suo lavoro si è avvalso delle ricerche dei suoi studenti e dei dati ufficiali delle principali agenzie dell'ONU, degli stati e dei principali enti di ricerca internazionali. Il suo libro contiene più di 1.800 riferimenti bibliografici, in gran parte reperibili su Internet, e affronta per capitoli tutti i principali problemi dell'ambiente e dello sviluppo, sovvertendo molti consolidati luoghi comuni. Quello che è emerso è che la situazione è molto migliore di come di solito viene presentata, e nonostante tutti i problemi che possono esserci a livello locale, non esiste né adesso né nell'immediato futuro il pericolo di un collasso dell'ecosistema terrestre. 
Qualche altro dato utile si può ricavare anc! he da un 'altra pubblicazione,
Le Bugie degli Ambientalisti, molto critica nei confronti di un certo tipo di ambientalismo, che su alcuni temi espone anche il punto di vista dei cattolici. 
Il quadro della situazione. Come tutti i dati statistici dimostrano, nei paesi industrializzati l'inquinamento nelle sue varie forme da molti anni non fa che diminuire. La spiegazione è che, nel momento in cui viene raggiunto un certo stadio di sviluppo, cresce l'interesse della gente per la tutela della qualità ambientale, ed è la stessa economia prospera che mette a disposizione le risorse per gli interventi che si rendono necessari. E anche per quanto riguarda la superficie di boschi e foreste la situazione è in continuo miglioramento. In Europa negli ultimi 40 anni il volume delle foreste è aumentato del 43%, e miglioramenti analoghi si riscontrano in tutti gli altri paesi industrializzati, dall'America al Giappone.
Ma anche nei paesi in via di sviluppo l'incremento della produttività agricola, che in quarant'anni ha quasi triplicato la produzione di cereali, ha prodotto conseguenze positive. Nonostante un consistente aumento della popolazione dal 1961 al 1998 la disponibilità di cibo pro capite è cresciuta del 38%, mentre dal 1970 al 2000 la percentuale di persone che soffrono la fame è diminuita dal 35% al 18%. Nello stesso tempo il tasso di natalità, per effetto delle migliorate condizioni di vita, è sceso dal 2.1% al 1,26%. 
La cosiddetta "rivoluzione verde" ha quindi permesso di sfamare due miliardi di persone in più, ma ha anche contribuito a salvare grandi estensioni di foreste: infatti senza di essa sarebbe stato necessario mettere a coltura almeno il 50% di terra in più, e le foreste equatoriali si sarebbero ridotte di un quarto.
La situazione in Italia! . Anche in Italia, come in tutti i paesi industrializzati, la situazione è molto migliorata. Nel dopoguerra la superficie coperta da boschi è aumentata del 25%, e continua ad aumentare nonostante gli incendi. In questi sessant'anni l'Italia si è trasformata da paese povero in paese benestante. In agricoltura è aumentata sia la resa per ettaro che la produttività del lavoro. Nello stesso tempo i redditi sono cresciuti, e questi due fattori insieme hanno portato all'abbandono di una grande superficie di terreni marginali sfruttati fino ad allora nell'ambito di una agricoltura di sussistenza (terreni sassosi, poco profondi o in forte pendenza, che non possono essere lavorati con le macchine). Inoltre si è fortemente ridotta la pastorizia che nella maggior parte dei casi non dà più un reddito sufficiente. Tutti i terreni lasciati liberi sono stati in qualche modo restituiti alla natura, che a poco a poco li sta riconquistando. Inoltre è diminuita la pressione sui boschi, che una volta erano sfruttati per ricavarne legna da ardere. Con il risultato che le Alpi e gli Appennini sono stati ricolonizzati da una fauna di grossa taglia a partire dal Cinghiale e dal Lupo. 
La crescita delle aree verdi va ad aggiungersi al miglioramento dei parametri ambientali, comune a tutti gli altri paesi industrializzati, dovuto sempre alle stesse cause: maggiore sensibilità ambientale e molte più risorse a disposizione per ridurre le varie forme di inquinamento.
In sostanza, nonostante le aree urbane più estese, le attività industriali e la rete di strade e autostrade, per tanti aspetti la situazione dell'ambiente non è mai stata così buona, e continua anno dopo anno a migliorare. 
L'effetto serra. E per quanto riguarda l'effetto serra? 
Il cosiddetto "effetto serra" è una questione controversa, prima di tutto perché la scienza non è ancora in grado di arrivare a conclusioni definitive. I dati più affidabili sulla febbre del pianeta ci dicono che nel secolo scorso la temp! eratura è aumentata di 0,6 gradi, di cui oltre la metà negli ultimi 25 anni e attribuibile alle attività umane. Per quanto riguarda gli sviluppi futuri, l'attuale stadio di sviluppo dei modelli matematici non consente di fare previsioni certe sul clima del XXI° secolo. Quelle più attendibili, secondo Lomborg che ha dedicato all'argomento una lunga discussione, prevedono che la temperatura dovrebbe aumentare di altri 0,7 gradi con un massimo di 1,5 nei prossimi 50 anni, e poi cominciare a diminuire (questo nell'ipotesi che le energie rinnovabili sostituiscano alla metà del secolo i combustibili fossili). 
Se le cose stanno così, un limitato aumento della temperatura dovrebbe avere quasi solo conseguenze positive, così come è avvenuto nelle altre epoche storiche in cui il clima era più caldo di oggi. Così come positive, se si prescinde dall'effetto riscaldante, sono le conseguenze dell'aumento della CO2 nell'atmosfera. 
L'anidride carbonica, infatti, non è solo un gas-serra, ma anche il più importante fertilizzante delle piante che, per crescere, devono assorbirla dall'aria. Maggiore è la concentrazione di CO2, più facilmente essa viene assorbita, e più veloce è la crescita vegetativa. Per effetto della più alta percentuale di anidride carbonica nell'atmosfera e di un qualche aumento della temperatura, si prevede che alla fine di questo secolo la massa vegetale terrestre sarà aumentata del 40%. Già adesso i dati da satellite mostrano che dal 1982 al 1999 a livello globale c'è stato un aumento dell'area ricoperta da boschi e foreste del 6%, sicuramente in gran parte dovuto alla maggiore quantità di questo gas.
Il protocollo di Kyoto. In presenza di danni ipotetici e per ora non dimostrabili (quelli dell'effetto serra), e di benefici importanti e assolutamente certi, l'istituzione della carbon-tax prevista dal protocollo di Kyoto sembra quindi inopportuna oltre che sbagliata. Inopportuna perché bisognerebbe quantomeno aspettare di saperne di più prim! a di pre ndere provvedimenti tanto impegnativi. Ma anche sbagliata perché, se veramente ci fosse il pericolo, come diversi scienziati sostengono, che le attività umane possano innescare improvvisi cambiamenti climatici ( vedi per esempio l'articolo "I ghiacciai, all'improvviso" di Richard B. Alley pubblicato da Le Scienze nel mese di gennaio 2005), non sarebbe certamente questa la soluzione migliore. 
Il protocollo di Kyoto prevede l'applicazione di una tassa sulle emissioni di anidride carbonica, che potrebbe incidere fino al 2% del Prodotto Interno Lordo. L'applicazione dovrebbe però riguardare solo i paesi industrializzati, e dato che il volume delle economie dei paesi emergenti ben presto supererà e fra cent'anni sarà molto maggiore di quelle dei paesi sviluppati, la diminuzione della CO2 alla fine del secolo sarebbe insignificante. Una soluzione molto migliore, suggerita da Lomborg, è intensificare la ricerca sulle energie rinnovabili, in modo da anticipare il momento in cui potranno sostituire i combustibili fossili. Il costo sarebbe molto più modesto, e i risultati enormemente maggiori.
Ma lo stesso Lomborg non è al corrente del fatto che già adesso esiste una tecnologia per lo sfruttamento dell'energia solare economicamente competitiva, che è anche in grado di garantire una cosa fondamentale come la continuità della produzione ( vedi la pagina dedicata all'
energia solare). La transizione alle energie rinnovabili potrebbe quindi avere inizio già da oggi, e avrebbe anche l'effetto di ridurre la nostra pericolosa dipendenza dalle importazioni di petrolio ( vedi Alternative alla guerra).
Il protocollo di Kyoto quindi non è la risposta giusta. Esso sembra piuttosto la conseguenza di una visione della realtà secondo la quale la causa di tutti i mali è la crescita economica in quanto tale; e se la causa è questa, l'imperativo categorico diventa quello di fermare lo sviluppo: l'effetto serra è il pretesto e la carbon-tax lo strumento. 

E' il sottosviluppo la causa di tutti i mali

Dunque, la Terra non è in pericolo, la povertà sta diminuendo, la situazione dell'ambiente è migliore del previsto e domani sarà ancora migliore di oggi: c'è qualcosa di cui dobbiamo preoccuparci?
Purtroppo sì, i problemi anzi sono ancora molti, e sarebbe un grosso errore sottovalutarli.
La crescita demografica. Il primo problema riguarda la crescita demografica. Se è vero che il tasso di natalità è in discesa, è anche vero che la popolazione mondiale, attualmente di 6 miliardi di abitanti, continua ad aumentare di circa 70 milioni all'anno, e in base alla previsioni raggiungerà gli 8,3 miliardi nel 2050 e circa 10 nel 2100.
E non è tanto l'aumento in sé a preoccupare, quanto il fatto che l'aumento della popolazione si concentra nelle società più arretrate, e così l'area della povertà tende a dilatarsi. Inoltre un alto tasso di crescita demografica fa diminuire il P.I.L. pro capite, cosa che a sua volta rende più difficile e più lenta l'uscita dalla povertà.
Oltre a quello di una crescita demografica fuori controllo in molti paesi, ci sono diversi altri grossi problemi che meritano di essere segnalati, ma sono quasi sempre legati al sottosviluppo e sono aggravati da una forte crescita demografica. La fame sofferta da 800 milioni di persone; il suolo impoverito da una agricoltura primitiva e poco produttiva; la desert! ificazio ne provocata in vaste regioni dell'Africa dalla ricerca di legna da ardere per la cottura dei cibi, che spoglia di alberi e arbusti anche i terreni non coltivati; il disboscamento speculativo di interi tratti di foresta che lascia dietro di sé il vuoto e la devastazione. E si potrebbe continuare a lungo: anche lo sterminio delle scimmie Bonobo, i nostri parenti più prossimi nel regno animale, cacciati per fame da una popolazione costretta a rifugiarsi nella foresta dalle continue guerre tribali.
Ma questi problemi si possono risolvere solo con lo sviluppo. Sono molti ormai i paesi che sono diventati benestanti o che lo stanno diventando, e le condizioni per uscire dalla povertà non sono affatto misteriose: 
Le più importanti sono: le aperture all'economia di mercato, l'affermarsi dello stato di diritto, governi e amministrazioni più trasparenti ed efficienti. I presupposti di base sono: l'istruzione pubblica, la sicurezza, la tutela della salute, un minimo di infrastrutture. E per ridurre il tasso di natalità i fattori che si sono dimostrati più efficaci sono l'istruzione e il lavoro fuori casa delle donne. 
Dove non esiste praticamente nulla di tutto questo, occorrono soluzioni che possano funzionare anche nei contesti più sfavorevoli, come le mense scolastiche gratuite (
Vedi articolo) e le banche dei microprestiti, mentre gli aiuti esterni, invece di inseguire utopiche politiche redistributive, dovrebbero essere finalizzati a scopi precisi, come far funzionare i principali servizi di utilità pubblica o realizzare le infrastrutture più strategiche.
Il sito dell'Ecofantascienza contiene diverse alt! re propo ste per favorire lo sviluppo sia nei paesi sviluppati che in quelli emergenti, e nello stesso tempo rendere l'economia più sostenibile. Dalla canapa (
www.usidellacanapa.it), quale fonte di materie prime abbondanti, pulite e di alta qualità, al motore OX2 e alle auto leggere, per ridurre anche di una decina di volte il consumo di carburante, per finire con un modo di fare informazione più efficiente e meno dispersivo.
I fatti dimostrano che ad essere insostenibile non è lo sviluppo ma la povertà. Non solo perché non è più una disgrazia senza rimedio, ma anche perché è proprio la povertà la causa dei principali danni ambientali, oltre che di tutte le maggiori ingiustizie. 

Ferrara, mese di gennaio 2005
APPROFONDIMENTO SUL TEMA DELLA PRODUTTIVITA'

Molti discorsi sull'ambiente partono dall'assunto che la crescita dell'economia fa aumentare nella stessa misura i consumi di materie prime ed energia, che vengono restituite alla natura sotto forma di rifiuti e di veleni. E qualche volta anche i libri migliori come "Capitalismo Naturale"  partono dal presupposto che la crescita continua del P.I.L. e il nostro modello di sviluppo non sono sostenibili, e affermano con Einstein che "i problemi non possono essere risolti dallo stesso atteggiamento mentale che li ha creati". 
Un libro, quello scritto dai fondatori del
Rocky Mountain Institute, particolarmente interessante, perché ha per tema ogni tipo di soluzioni per incrementare la produttività: del territorio, delle materie prime e dell'energia (capitale naturale) nonché del lavoro e delle risorse economiche (capitale umano). 
Ma mentre si sostiene che l'efficienza nell'uso del capitale naturale potrebbe aumentare ancora di un fattore 10, nella premessa ideologica iniziale non si tiene conto del fatto che all'origine della moderna società industriale c'è proprio la crescita continua della produttività, non solo del capitale e del lavoro, ma anche delle risorse primarie.
Da quando oltre due secoli fa è iniziato in Inghilterra il processo di industrializzazione, il progresso è stato sensazionale. Si è cominciato con i telai meccanici, uno solo dei quali all'inizio dell'Ottocen! to potev a sostituire centinaia di operai. Nonostante lo sfruttamento della forza lavoro che scandalizzava Marx, i vantaggi sono stati molto più importanti degli inconvenienti: gli operai, anche se dovevano lavorare molto, avevano comunque un reddito; inoltre il costo dei tessuti di cotone è diminuito, mentre i salari hanno aumentato la richiesta di beni di consumo e stimolato la crescita degli altri settori industriali. Infine sono stati creati i capitali per nuovi investimenti. 
Da allora, e fino al momento in cui i vari settori del mercato sono stati saturati, la crescita dell'economia ha provocato un continuo aumento del consumo di materie prime e di energia. Per contro i continui aumenti di efficienza dei processi produttivi hanno diminuito l'input di capitale naturale a parità di beni prodotti. E una volta raggiunta la saturazione del mercato, gli ulteriori aumenti di produttività, salvo eccezioni, hanno di nuovo fatto scendere il consumo delle risorse primarie. 
Per esempio in Italia, dopo la grande fame di case degli anni Cinquanta e Sessanta, il mercato edilizio è stato saturato e da allora le ristrutturazioni hanno quasi completamente sostituito le nuove costruzioni, con la conseguenza che è crollata la produzione di mattoni, cemento e tondino di ferro. E anche per quanto riguarda il riscaldamento, da allora il consumo di combustibili è via via diminuito grazie a una migliore coibentazione degli edifici che comprende anche la sostituzione degli infissi tradizionali con le finestre a doppi vetri. E man mano che nuove case verranno ristrutturate, saranno adottate soluzioni sempre più efficienti.
Un altro esempio è costituito dagli elettrodomestici. Un frigorifero del 1970 consumava tre volte più energia di quelli di oggi. E anche se adesso molte famiglie hanno un frigorifero più grande, il consumo di energia in termini assoluti è diminuito. In generale lo stesso si può dire per tutti i beni materiali compresi i nuovi prodotti comparsi sul mercato: dopo una prim! a fase d i crescita, da un certo punto in poi i progressi tecnologici fanno diminuire il consumo del capitale naturale. Inoltre, una volta soddisfatti i bisogni primari, aumenta l'interesse per una migliore qualità ambientale, con la conseguenza che vengono investite sempre più risorse per ridurre l'inquinamento e per il riciclaggio. Questi interventi fanno diminuire ulteriormente il consumo di materie prime e la quantità di rifiuti da smaltire.
Per quanto riguarda l'agricoltura vale lo stesso discorso: anche qui la produzione è aumentata di almeno una decina di volte; ma nei paesi sviluppati, grazie all'aumento della resa per ettaro, la superficie coltivata è diminuita. E col tempo potranno essere introdotte tecniche colturali in grado di combinare sempre meglio alta produttività e rispetto della qualità del suolo.
I limiti quantitativi alla crescita dei beni materiali hanno lasciato spazio ai beni e ai servizi immateriali, quali informazione, cultura, turismo, viaggi, comunicazioni, cura della persona ecc. Oppure, come nel caso dell'agricoltura, una volta saturato il mercato, la tendenza si è orientata verso prodotti di maggiore qualità.
Quindi non c'è da stupirsi se nelle economie sviluppate già da molto tempo quasi tutti i parametri ambientali sono in miglioramento, come dimostrano i dati statistici. 
Certo, l'aumento di efficienza potrebbe essere ben maggiore, e un libro come Capitalismo Naturale contiene molti preziosi suggerimenti. In particolare gli autori rilevano che "...molti governi continuano a realizzare leggi, politiche, tasse e sussidi di segno esattamente contrario. Centinaia di miliardi di dollari dei contribuenti vengono spesi annualmente per sovvenzionare l'uso inefficiente dei materiali e dell'energia: sussidi alle attività estrattive, ai consumi di petrolio, alla pesca, allo sfruttamento delle foreste e alle pratiche agricole che degradano i suoli, utilizzando un eccesso di acqua e di sostanze chimiche". 
D'altra parte non si può negare che,! pur tra tante contraddizioni, la ricerca continua della produttività è una costante del nostro modello economico. Ma con numerose eccezioni, la più importante delle quali riguarda l'automobile.
La saturazione del mercato automobilistico è avvenuta in Italia intorno al 1980. Fino ad allora le case produttrici, allo scopo di battere la concorrenza e vendere più auto, erano incentivate ad abbassare i costi di produzione, quindi a costruire veicoli più razionali, spartani ed efficienti. Ma dal momento in cui il mercato è stato saturato, l'unico modo per aumentare il fatturato era di convincere la gente a comprare auto sempre più grandi e sempre più potenti, risultato che è stato ottenuto facendo diventare il veicolo a quattro ruote uno "status simbol". Così adesso per l'auto si spende il doppio di 25 anni fa, e si consuma anche il doppio di materie prime e di carburante. L'andamento di questo settore spiega come mai, mentre tutti gli altri parametri ambientali sono in miglioramento, solo il consumo di energia è in crescita: perché le case automobilistiche hanno fatto apparire più trendy spostarsi a costi e consumi doppi anziché dimezzati! (e adesso, con il pretesto dell'ambiente, vorrebbero rifilarci anche le costosissime e problematiche
auto a idrogeno, sponsorizzate con poca coerenza anche dall'RMI).
Però è facile immaginare, come fa il sito dell'Ecofantascienza,
nuovi modelli di auto non solo in tutto più economiche, ma anche più spaziose, comode e sicure delle attuali.
Probabilmente saranno i paesi emergenti, che proprio ora stanno comin! ciando a motorizzarsi, a mettere sul mercato questi nuovi modelli. Già adesso India e Pakistan stanno facendo a gara a chi produce l'auto che costa di meno. Ma, visti anche i costi della dipendenza dal petrolio, dovrebbero essere i governi occidentali a promuovere le tecnologie che vanno nella direzione di una maggiore efficienza dei veicoli.
In questo momento diversi altri paesi hanno intrapreso la strada dello sviluppo, e stanno aumentando i loro consumi di materie prime e di energia, cosa che preoccupa molti ambientalisti. Ma intanto oggi serve meno capitale naturale a parità di beni prodotti; poi i ritmi di crescita e gli incrementi di efficienza sono molto più alti che in passato. Infine questo sviluppo si trascinerà dietro anche quello dell'agricoltura, con la conseguenza che molti terreni marginali saranno abbandonati e restituiti alla natura.
Come non accorgersi, allora, che è proprio la bassissima produttività e non il suo contrario, la causa principale della povertà e insieme dello sfruttamento esasperato dell'ambiente in gran parte del pianeta? Se non fosse per le auto, l'economia dei paesi sviluppati sarebbe già oggi molto più sostenibile, e ancora di più lo diventerà col passare del tempo. Prima o poi i modelli di auto più efficienti finiranno con l'imporsi, e si comincerà a sfruttare su vasta scala anche l'energia solare. Infine l'agricoltura potrebbe diventare più produttiva e nello stesso tempo avere meno bisogno di fertilizzanti e pesticidi grazie ad un controllo più attento delle caratteristiche del suolo; un contributo importante potrebbe venire dalla coltivazione della canapa.
La conclusione è che i problemi di oggi, compresi quelli ambientali, si risolvono con lo stesso atteggiamento mentale che ha creato l'attuale benessere, e che la veloce crescita dei paesi emergenti più che un problema, è il presupposto di un migliore equilibrio tra l'uomo e la natura.

25/08/2005 fonte http://www.ecofantascienza.it/

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