Salvare la cavia per salvare la ricerca. La LAV risponde al settimanale Panorama

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11/mag/2012 14.20.23 LAV Contatta l'autore

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·         Salvare la cavia per salvare la ricerca. La LAV risponde al settimanale Panorama

*   11/05/2012

*   http://amministrazione.lav.it/uploads/83/41616_dreamstime_11136526.jpg[di M.Kuan*] "O la cavia o la vita". Con questo titolo, il settimanale Panorama questa settimana pubblica un articolo sulla presunta utilità della sperimentazione animale, sottointendendone la necessità per il progresso della ricerca e volendo insinuare il preconcetto che si debba accettare il “sacrificio” della vita animale per il benessere della vita umana. Ma questa associazione è lungi dall’essere oggettiva e corretta. Nonostante esista un fronte di ricercatori che difende la sperimentazione animale, è importante diffondere un’informazione equa dando voce anche a chi sostiene, sempre dal punto di vista scientifico, le ragioni contrarie, argomentazioni che - purtroppo per i lettori - mancano totalmente nell'articolo di Panorama.

La sperimentazione animale ha comportato, e continua a farlo, grandi errori e ritardi nella scienza: ne sono una testimonianza le 225.000 morti all’anno negli Stati Uniti per cause avverse ai farmaci, morti silenziose di cui nessuno parla; o il dato allarmante che il 90% dei farmaci non supera le prove cliniche. Tutto questo comporta un ingente spreco di fondi e di menti che lavorano per produrre dati inutilizzabili.
Moltissimi sono gli esempi che dimostrano come la sperimentazione animale sia una pratica obsoleta e fuorviante. Ad esempio, uno dei casi nei quali gli esperimenti sugli animali hanno ritardato il progresso della medicina è quello della chirurgia del by-pass. Benché ampiamente propagandata come scoperta dovuta alla sperimentazione animale, questa chirurgia è stata in realtà per lunghi anni ostacolata da esperimenti devianti condotti su animali. Alexis Carrel, che praticava la sperimentazione animale, è generalmente considerato il fondatore della chirurgia del by-pass.
In realtà, non fu Carrel ma il ricercatore clinico francese Jean Kunlin che la scoprì nel 1949, senza aver fatto alcuna sperimentazione animale in precedenza.

Kunlin fece un’indagine che copriva 200 anni di osservazioni cliniche su di un raro “esperimento della natura” chiamato aneurisma arteriovenoso (AA). I pazienti affetti da AA hanno le vene che pulsano come arterie e che si intasano come fossero arterie.
Prima di Carrel, lunghi studi sulle vene di pazienti affetti da AA avevano portato alla conclusione che le vene umane potessero sopportare la pressione sanguigna relativamente alta del sistema arterioso. Kunlin, cosciente di questi studi clinici, decise di usare un segmento di vena dello stesso paziente per fare un by-pass nell’arteria ostruita.
Funzionò molto bene. Sfortunatamente, in seguito, ricercatori americani vollero innestare segmenti di vene nel sistema arterioso dei cani.
E cosa accadde ? Gli innesti venosi diedero luogo ad aneurismi. L’esperimento fu riportato nel 1952 all’annuale convegno dell’”American College of Surgeons” (Collegio Americano dei Chirurghi) e creò molta agitazione.

Questi risultati di laboratorio allontanarono la maggior parte dei chirurghi americani dall’impiego delle vene dello stesso paziente come materiale di innesto per il by-pass, mentre successivamente fu dimostrato che proprio questa era la tecnica migliore nella chirurgia del by-pass per le gambe e per il cuore. Dunque, gli esperimenti sugli animali hanno fuorviato la ricerca e rinviato lo sviluppo della chirurgia del by-pass.

Anche lo sviluppo del trapianto di fegato fu procrastinato per molti anni a causa di esperimenti. Simonsen e Dempster, i più attivi sperimentatori su cani in Inghilterra, sostennero che i trapianti di fegato non avrebbero potuto in alcun modo funzionare sugli esseri umani a causa della violenza del rigetto. In realtà, dei chirurghi americani di Boston, guidati da David Hume, decisero comunque di tentare tali trapianti sulle persone, poiché, avendo osservato una naturale riduzione delle difese immunitarie nei pazienti con gravi problemi al fegato, avevano concluso che con molta probabilità questi pazienti avrebbero tollerato l’impianto meglio dei cani in buone condizioni di salute.
L’équipe del Peter Bent Brigham ignorò i risultati ottenuti sugli animali e tentò i trapianti sui pazienti, che funzionarono per ben sei mesi, cioè dieci volte il limite di tempo raggiunto nei cani.
Un altro esempio di ritardo del progresso medico causato dagli esperimenti sugli animali è il caso del vaccino antipolio. Mentre il merito viene ampiamente attribuito alla sperimentazione animale, esperimenti fuorvianti fatti sulle scimmie ritardarono in realtà l’applicazione del vaccino per più di 30 anni. Simon Flexner, che portò avanti gli esperimenti sulle scimmie nel 1911, era a capo dell’Istituto Rockefeller per la Ricerca Medica, e quindi la sua opinione aveva grande peso. Flexner aveva insufflato il virus della polio nei nasi delle scimmie e su questa base aveva concluso che la polio è essenzialmente una malattia del cervello e del midollo spinale. Ma se si insuffla un virus nel naso è ovvio che si dirigerà prima al cervello. Perciò egli, costringendo il virus ad andare al cervello, stava forzando le risposte della natura nel senso da lui desiderato. In realtà, da studi su bambini poliomielitici, si scoprì che la polio è essenzialmente una malattia della zona intestinale e che generalmente non tocca il midollo spinale causando paralisi. Una volta che gli scienziati realizzarono che il virus
della polio si sviluppava nell’intestino degli esseri umani, conclusero che poteva svilupparsi anche in un tessuto intestinale in provetta. Questa scoperta permise la coltura di un numero di virus sufficiente per la produzione di un vaccino di massa. John Enders e la sua équipe ad Harvard sono stati i primi a sviluppare la polio in tessuto di coltura. Questa svolta rese gli studi per la polio fatti sulle scimmie del tutto obsoleti. Ma questi studi avevano intanto rinviato di 30 anni il vaccino antipolio.

Come ho già detto prima, il racconto distorto delle scoperte biomediche ha portato ad una grande diffusione del plagio da parte dei ricercatori sugli animali, a danno dei medici ricercatori.
Un caso classico è quello di Philip Levine, che ha in realtà scoperto il cosiddetto “fattore rhesus” delle cellule ematiche, ma il cui lavoro fu plagiato da un ricercatore che sperimentava sulle scimmie.
Levine fece la sua scoperta studiando una donna, Mary Seno, in un ospedale di New York. La donna aveva avuto una grave reazione immunologica al suo bambino, nato morto, ed al sangue donatole dal marito. Su questa base Levine dedusse che il marito ed il bambino dovevano avere nel sangue (sulla superficie delle cellule ematiche) un fattore sconosciuto che a lei mancava. Sfortunatamente, quando Levine pubblicò il caso nel 1939 non diede un nome al fattore sanguigno, e tutti sanno che “chi dà un nome ad una scoperta la può rivendicare”.
Ciò permise ai ricercatori che operavano sulle scimmie rhesus di farsi avanti tentando di riprodurre l’esperienza di Mary Seno sulle scimmie. Questi in realtà fallirono nel tentativo di trovare lo stesso fattore nelle scimmie, ma diedero, comunque, a quello scoperto da Levine il nome di fattore “rhesus” o “Rh”. Ecco come la scoperta clinica di Levine fu plagiata dai ricercatori che sperimentavano sulle scimmie.

Prevedo che diverrà sempre più difficile per chi fa ricerca clinica ottenere l’accettazione di nuove teorie mediche. La ragione è che le teorie diventano sempre più complesse e di conseguenza è sempre più difficile “confermare”, o meglio “evidenziare” un’ipotesi clinica con un esperimento animale. Con tale esperimento si può strappare via un organo o colpire con il laser un tessuto, ma non si può provare una teoria medica complessa.

Al momento attuale vi sono molte importanti scoperte mediche che non vengono accettate perché non possono essere “provate” da esperimenti animali, benché siano solidamente basate sull’evidenza clinica. Un esempio è la scoperta che un basso livello di radiazione su di un padre o una madre può causare la leucemia nei discendenti, anche se la radiazione avviene prima del concepimento. Questa scoperta non è confermata da esperimenti animali.
Poiché gli animali da laboratorio danno i risultati più svariati, si può dimostrare o confermare qualsiasi ipotesi si desideri.

La differenza intra-specifica genetica nell’uomo è dello 0.1% con differenze fenotipiche evidenti e molteplici differenze ultra-strutturali. Tanto che farmaci identici hanno effetti diversificati su individui di aree geografiche diverse o con abitudini diverse, etc. Si sperimenta su animali che si distanziano da noi del 15%, con conseguenze catastrofiche nell’espressione genica che sempre più si distanzia da quella umana, anche gli organismi chimera nei quali vengono introdotti geni umani non prendono in considerazione la risposta a cascata che segue la traduzione del gene, escludendo tutta la proteomica della molecola.

http://amministrazione.lav.it/uploads/83/41614_dreamstime_2012604.jpgFortunatamente il mondo scientifico si sta ribellando ad una ricerca che non condivide ed i segnali sono molteplici, tra cui: il bando totale dei test per i cosmetici su animali nel 2013, la regolamentazione REACH (7FP), DG enterprise europea per i metodi alternativi e critiche al modello animale in recenti pubblicazioni scientifiche.

Esistono, e molti sono in fase di validazione, metodi alternativi alla sperimentazione animale dimostratisi più predittivi e attendibili, tra cui tecniche in vitro, analisi chimiche, ricerca clinica (analisi su materiale biologico umano, analisi genetiche, tecniche di imaging), studi epidemiologici, dimostratisi fondamentali nella lotta al cancro, modelli bioinformatica e nuove tecnologie come microcircuiti cellulari e organi bioartificiali.
Troppo spesso si parla di sperimentazione animale, tralasciando tutta l’area della ricerca che compie ogni giorni progressi tangibili per la salute umana e unisce scienza ad etica.

*Biologa, responsabile nazionale LAV Vivisezione

Per approfondimenti: Vivisezione

 

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