"Solo una sana e consapevole passione scientifica salverà il mondo dal disastro" - Intervista di You4Planet.it ad Antonio Pascale

03/set/2009 16.40.22 you4planet Contatta l'autore

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You4planet ha il piacere di ospitare tra i suoi esperti Antonio Pascale, giornalista e scrittore da sempre controcorrente che ha recentemente conquistato le pagine dei quotidiani italiani grazie al suo libro "Scienza e Sentimento" (Einaudi, 2008) in cui lo scrittore e agronomo napoletano si misura con gli interrogativi e i timori della scienza che la grande discussione bioetica di questi ultimi anni hanno portato in primo piano.
In questa intervista, attraverso una riflessione originale e pragmatica, e con la consueta ironia ci racconta dei luoghi comuni legati al mondo della scienza così come viene comunemente percepita e ci da qualche spunto di riflessione interssante sul tema della sostenibilità e sulla cultura del “Vivere il Pianeta Responsabilmente”.


Come la cultura italiana affronta la tematica della scienza?
La cultura italiana soprattutto quella letteraria non affronta il problema della scienza perché in realtà non ne sa nulla né è interessata ad approfondire l’epistemologia. Considera la cultura scientifica un gradino più in basso e associa la scienza ad aggettivi come “freddo” o “superficiale”. E crede che gli scienziati siano pazzi, fuori controllo e quindi possano solo fare del male alle persone. E’ un problema molto serio che deriva da un retaggio antico che ha prodotto una forma di conoscenza che si può definire come sapere nostalgico, ovvero tutto ciò che appartiene al passato ha valore, quello che è presente è sinonimo di corruzione.

Ma dal suo punto di vista di scrittore e agronomo, come viene interpretata la scienza?
Secondo me la scienza e il metodo scientifico può contribuire a migliorare il mondo, o almeno a misurarlo. Poi tocca  a noi prendere le decisioni. Come dicevo, siamo vittime del sapere nostalgico, amiamo frasi ad effetto e deresponsabilizzanti come “decrescita felice”. Per fare un esempio, un tecnico, uno scienziato prede molto sul serio questo slogan e si chiede: di quanto dobbiamo decrescere? Nell’antica Mesopotamia la produzione di cereali si è attestata nella fase di maggiore splendore a una tonnellata a ettaro. Nell’antica Roma, la produzione era ancora di una tonnellata/ettaro, anche durante la prima guerra mondiale era di una tonnellata/ettaro. Dopo la prima guerra mondiale cominciamo a crescere, oggi arriviamo a  5 tonnellate/ettaro. Uno scienziato a questo punto, esaminati i dati, si chiede: di quanto dobbiamo decrescere? A quanto corrisponde la produzione che ci mette in accordo con la “la natura”, il “passato” cosi anelato? Alcuni Stati Africani sono ancora fermi a una tonnellata/ettaro, e non mi sembrano contenti.

Questo comportamento si ripercuote anche sui fenomeni naturali che stanno colpendo il nostro pianeta?
Certo. Sul riscaldamento globale del nostro pianeta piuttosto che studiare un approccio analitico al problema si preferisce continuare a rappresentare l’immagine della catastrofe imminente. Ma sa, conviene usare questa posa, si vende meglio il prodotto. Se devo sborsare i soldi per un libro, almeno che mi racconti della fine del mondo. In questo momento l’apocalisse è cool!

La scienza dovrebbe venir accolta diversamente dagli intellettuali?
E’ una dimensione, quella scientifica, molto affascinante, richiede immaginazione e capacità di analisi. Oggi, un mediocre fisico dispone di una dose immaginativa superiore di gran lunga a  quello di un onesto scrittore, impegnato a rappresentare la vita di un personaggio in tre atti.

Nella difesa dell’ambiente, l’uomo da parte degli intellettuali è visto come impotente nei confronti dei cambiamenti che ci stanno coinvolgendo?
Solo una sana e consapevole passione scientifica salverà il mondo dal disastro. Se proprio devo coniare uno slogan …Voglio dire, la natura non esiste, è solo un prodotto culturale, nasce dall’interazione costante tra noi e l’ambiente, più miglioriamo la nostra conoscenza più salvaguardiamo la nostra natura: “fatti non fosti per vivere come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza”. Il nostro grande genio musicale, il poeta della voce, Carmelo Bene quando cantava questi versi dilatava e rendeva così inquietante la parola conoscenza. Infatti, questa fa sempre paura, bisogna sempre accettare l’idea di una viaggio verso l’ignoto o di una sfida, contro qualcuno più grande di noi, fosse Dio, o un passato idealizzato o qualunque cosa si opponga all’avanzare del pensiero.

La scienza, lo sviluppo e le tecnologie devono essere oggi giorno anche sostenibili?
Utilizzare e sfruttare meglio le risorse diventandone anche più consapevoli è fondamentale; alcuni aspetti della tecnologia vanno in questa direzione. Migliorare una pianta, usando la tecnologia, significa far sì che questa, la pianta, produca di più, riduca lo spreco di energia e si protegga da sola contro i parassiti, così da poter evitare spreco di antiparassitari. Ma per fare questo ci vogliono biotecnologi che studiano i geni e non maghi che pronunciano la parola passepartout: biologico o sostenibilità o rinnovabili. Le soluzioni semplici sono l’anticamera della dannazione, se saremo dannati lo saremo per un eccesso di semplicità. Per dirla meglio, solo in alcuni casi fortunati ci si sente in armonia con il mondo, imparentati con tutto ciò che esiste, così semplicemente, quasi un’eresia. A volte la poesia sa cogliere come nessuna altra forma di conoscenza questo sentimento. Ma sono situazioni fortunate, per il resto, fuori,  ci aspetta la complessità.

Cosa ci occorre oggi giorno?
La nostra società ha bisogno del sapere integrato, cioè è necessario che diversi saperi si parlino e si integrino insieme. I problemi  sono sempre più complessi e contraddistinti da tante variabili e abbiamo il dovere di essere intelligenti, cioè aperti al mondo e curiosi. Lavorare su più piani è la sfida che caratterizzerà il nostro futuro.

 

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