Amministratore di sostegno: difensore o carceriere?

Ma nel campo del disagio psichico ci si scontra con la presunta incapacità mentale della persona interessata.

10/dic/2009 18.18.26 CCDU Onlus Trento Contatta l'autore

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Amministratore di sostegno: difensore o carceriere?

 

Il comitato per l’amministratore di sostegno in Trentino sta organizzando una serie di corsi di formazione nell’ambito del progetto di sensibilizzazione, formazione e attivazione di una rete di volontari impegnati nella tutela della persona diversamente abile adulta. Attualmente il corso è tenuto a Rovereto presso l’Auditorium Brione, in Via Silvio Pellico. Un’iniziativa lodevole che certamente apprezziamo ma che nel campo del disagio psichico potrebbe rivelarsi un’ulteriore forma di abuso nei confronti delle persone più deboli.

 

L’art. 410 del Codice civile dice: “Nello svolgimento dei suoi compiti l’amministratore di sostegno deve tener conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario.” Ma nel campo del disagio psichico ci si scontra con la presunta incapacità mentale della persona interessata. Incapacità solo presunta dato che è basata sulla valutazione soggettiva dello psichiatra e non su elementi oggettivi accertati ed accertabili. Questa mancanza di scientificità insita nella disciplina psichiatrica stessa apre la porta a innumerevoli abusi.

 

Riporto alcune situazioni realmente accadute in provincia di Trento in cui delle persone che avrebbero dovuto assistere dei pazienti con disagi psichici si sono trasformate in carcerieri inconsapevoli. Mentre visitavamo una struttura psichiatrica una signora anziana mi ha toccato delicatamente sulla spalla per parlare con me. A quel punto un’operatrice che poteva essere sua nipote l’ha sgridata apertamente dicendole che “non si toccano le persone”. Un’altra signora sulla cinquantina mi ha chiesto una sigaretta e un’operatrice l’ha sgridata trattandola come una bambina. E se questo è successo in una delle migliori strutture del Trentino che viene portata ad esempio a livello nazionale la realtà potrebbe essere ben più grave. E purtroppo anche in Trentino ci sono giunte parecchie segnalazioni di abusi in campo psichiatrico. Ecco alcune recenti testimonianze: “Nel mio primo TSO al pronto soccorso ho parlato con uno psichiatra per meno di 10 minuti e poi mi hanno portato in un reparto psichiatrico, imbottito di farmaci e legato al letto. Qui è iniziato il mio calvario che non auguro neanche a un cane … Ho rifiutato i farmaci e li sputavo, allora mi hanno obbligato a prenderli con la forza. Mi facevano aprire la bocca per vedere se li prendevo.” - “Una volta sono stato legato e imbottito di psicofarmaci. Io non avevo fatto male nessuno e mi hanno tenuto legato al letto per tre giorni come una bestia.” - “La psichiatra mi ha anche detto di non leggere le controindicazioni degli psicofarmaci e di prenderli e basta.” - “Ho dato il foglietto illustrativo allo psichiatra e lui me l’ha ributtato indietro stizzosamente senza nemmeno leggerlo.” In tutti questi casi la nota dominante è la mancanza di ascolto della persona. Come dice lo psichiatra Alain Bottéro nel suo articolo “I sette peccati dello psichiatra”, il quinto errore dello psichiatra è quello di “svalutare l’esperienza che possiedono certi pazienti sui loro sintomi, mentre, se presi sul serio, costituiscono il modo più sicuro per il medico di stabilire un rapporto di fiducia che permette di unire gli sforzi.”

 

Che cosa deve fare quindi un amministratore di sostegno per evitare di diventare egli stesso un'ulteriore forma di repressione? La soluzione sta in un vero ascolto. Questo significa che se la persona desidera smettere di prendere psicofarmaci deve essere ascoltata e si deve insistere con il medico per uno svezzamento degli psicofarmaci. Un ascolto vero implica anche un’azione. Se ti sto pestando un piede e tu ti lamenti del male al piede e io ti rispondo ma continuo a pestarti il piede non è vero ascolto. Gli psichiatri non ascolteranno quasi mai le lamentele del paziente e cercheranno quasi sempre di convincervi che la persona non può vivere senza psicofarmaci. Come ha scritto Alain Bottéro nel libro ‘Un autre regard sur la schizophrénie’: “Per anni i neurolettici sono stati utilizzati chiudendo letteralmente gli occhi sulla gravità degli effetti indesiderati che potevano indurre. … Se questo scandalo è durato più del dovuto, è a causa della nostra difficoltà ad ascoltare e prendere sul serio ciò che ci dicono i pazienti.” Sta all’amministratore di sostegno portare avanti i bisogni e le aspirazioni del suo assistito. E lo può fare solo ascoltandolo veramente.

 

C’è poi un’altra forma di repressione. Come dice Natale Adornetto nella sua ‘Lettera ai direttori dei manicomi’: “Esiste poi quello che viene definito manicomio diffuso sul territorio. Cosa significa manicomio diffuso sul territorio? Nei vecchi manicomi, le persone rinchiuse stavano lì, sotto controllo, c’erano i muri che li circondavano. … Da allora ad oggi, la funzione di prigionia, di controllo e quant’altro viene effettuata con gli psicofarmaci. Essendo gli psicofarmaci una vera e propria camicia di forza psichica, bastano questi per tenere le persone imprigionate e impossibilitate a muoversi e a fare alcunché. Poco conta che la persona non stia in casa-famiglia, in altra struttura psichiatria, che non sia degente. Anche se ciò che fa, è andare al CSM per farsi prescrivere i farmaci e null’altro, sarà sempre in prigione. Che sia ‘libera’, che possa andare fisicamente ove gli pare, poco conta. È sempre in gabbia, controllata, gestita. Gli psicofarmaci bloccano tutto, assopiscono e intorpidiscono la mente. Una persona, che se ne fa della non costrizione fisica dei muri dei vecchi manicomi quando è imprigionata mentalmente? Che razza di libertà potrà mai essere questa? … Lo psichiatrizzato è ‘lì’, sotto il loro controllo, a completa disposizione degli psichiatri e di tutte le altre persone che si accapigliano per gestirlo e renderlo come e più di un bambino timoroso, dipendente ed ubbidiente.” E anche in Trentino la camicia di forza degli psicofarmaci viene utilizzata ampiamente. Secondo la risposta all’interrogazione del consigliere provinciale Mauro Delladio, nel periodo gennaio 2008 – febbraio 2009 i pazienti che devono presentarsi regolarmente per una puntura di psicofarmaci a rilascio graduale o per una somministrazione forzata di psicofarmaci sono ben 397 solo nelle prime tre unità operative!!! E i dati delle unità operative 4 e 5 (Rovereto, Arco, ecc.) non sono ancora pervenuti, proprio dalle zone da cui ci arriva il maggior numero di segnalazioni di abusi. Anche qui l’amministratore di sostegno potrà scegliere se diventare il braccio armato della struttura pubblica per reprimere ulteriormente l’individuo o prendere le parti del suo assistito.

 

A voi la scelta.

 

www.ccdutrrento.org

 

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