L'APPROCCIO AL DOLORE NELL'ESPERIENZA DEI CLOWN DOTTORI IN CORSIA

16/mar/2006 14.37.36 gau Contatta l'autore

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di Lara Siega
clown dottore Pepyta
della Compagnia dell’arpa a dieci corde
dell’associazione onlus
GAU - Gruppo di Azione Umanitaria


Quello che vi proponiamo con questo intervento è un piccolo approccio al mondo dei clown-dottori ed al loro operato in contesti di sofferenza e dolore.
Noi clown-dottori della Compagnia dell’Arpa a dieci corde dell’associazione Onlus “G.A.U. - Gruppo di Azione Umanitaria” di Trieste siamo relativamente giovani, ma possiamo dire di avere alle spalle un’esperienza significativa, maturata grazie al nostro operato all’ospedale infantile Burlo Garofolo di Trieste, presso RSA e Case di Riposo, il centro vaccinazioni di Rozzol-Melara, presso diversi centri di aggregazione giovanile con ragazzi in difficoltà o portatori di handicap ed anche scuole della regione.
Una delle prime domande che probabilmente vi starete facendo è questa: ma cosa c’entrano i clown-dottori con il discorso sul dolore che stiamo affrontando? Non è un paradosso o fuori luogo che figure gioiose e giocose come i clown siano presenti in contesti di sofferenza, dolore, o emarginazione sociale? Non lo è, ve lo assicuro: il tipo di approccio ed anche il contributo che noi clown-dottori possiamo dare in tali frangenti è davvero significativo.
A questo proposito, vorrei partire da quel pensiero in cui Patch Adams offre una visione della malattia come un grido, una richiesta d’aiuto lanciata verso gli altri da parte della persona in difficoltà; l’aiuto che ognuno di noi può dare deve venire dall’Amore, inteso come amicizia, solidarietà, vicinanza, umorismo, insomma tutto un insieme di emozioni positive, di per sé terapeutiche su cui poi si possono innestare le altre cure. Questo pensiero di Patch Adams si ricollega a quella che è la visione olistica della persona, presente anche nelle medicine orientali, secondo cui c’è un’unità corpo-mente-emozioni-spirito. Molte ricerche hanno dimostrato come le emozioni positive abbiano effetti benefici sul sistema immunitario e quindi come uno spirito positivo, le emozioni positive contribuiscano non solo al miglioramento della sfera emotiva, dei rapporti sociali, dell’autostima e della forma mentis ma anche del benessere del nostro corpo.
E’ da qui che dobbiamo partire per comprendere dove è diretta la nostra attività: alla parte positiva, comico umoristica, bambina, che è dentro ciascuno di noi e che, se coltivata, può aiutare a spezzare quella catena di emozioni negative, di paura, sofferenza e apatia che stringe e soffoca una persona quando si trova in difficoltà.
Non fatevi fuorviare dall’immagine che molti hanno del clown, come di un essere a tutti i costi sopra le righe, gioioso, giocoso, pieno di allegria, esplosivo per simpatia ed ilarità, un po’ l’immagine del clown del circo.
Il clown-dottore che noi proponiamo non è il pagliaccio del circo, ma una figura quanto più professionale possibile che con il sorriso, l’energia positiva forte e comunicative, la solidarietà, l’attenzione all’altro, l’ascolto attivo, utilizzando la formazione ricevuta e la sensibilità personale, contribuisce a migliorare il benessere del paziente, dei suoi famigliari, del loro rapporto con l’ambiente ospedaliero e con il personale medico e paramedico. Per noi non è importante fare sempre e solo ridere a tutti i costi, ma esserci con il cuore, cercando di rafforzare fiducia e speranza nei confronti dell’evento doloroso, proponendo una visione positiva della realtà. Il clown ha dalla sua innanzitutto il sorriso, che è la modalità con cui affronta il mondo: nel sorriso è insito un messaggio non verbale di disponibilità ad instaurare un rapporto amichevole con l’altro e poi il suo essere fragile, bambino, non costruito, pone gli altri in posizione di superiorità, di non soggezione o confronto, permettendogli così di meglio entrare in contatto con chi incontra.
Con i nostri vestiti e camici colorati, con una valigetta contenente tutto il necessario per un pronto soccorso divertente e spiritoso, al Burlo Garofolo di Trieste interveniamo anche in Oncologia Pediatrica, dove vige una rigida normativa di profilassi che comporta per noi notevoli difficoltà tecniche, in quanto molti dei bambini si trovano in condizioni di immunodepressione: non parliamo poi del dolore e della sofferenza che troviamo lì ogni settimana. Siamo entrati in punta dei piedi in questo reparto ed il risultato forse più importante che siamo riusciti ad ottenere in questo luogo di sofferenza è l’aspettativa dei bambini per il nostro arrivo. Siamo diventati per loro un appuntamento fisso con il colore, con i sorrisi, con le risate: qualcosa che rompe l’apatia delle giornate tutte uguali, delle ore e dei giorni interminabili in quelle stanze sterili. Succede anche che ci siano giornate in cui i piccoli pazienti non hanno per niente voglia di ridere o di essere disturbati, ed anche in questo devono essere rispettati: non imponiamo mai la nostra presenza, ma portiamo avanti il nostro operato convinti di quanto prezioso possa essere ciò che lasciamo a queste persone. Quale migliore medicina contro la tristezza ed il dolore, che il ricordo di momenti di gioia e di allegria trascorsi insieme, cui è possibile riagganciarsi anche in un momento successivo al nostro intervento e di cui far tesoro nel lungo periodo. Sono dei momenti che creano ricordi piacevoli, piccole scorte di felicità, messe da parte per i momenti duri.
Come spesso accade nella vita, sono le piccole cose a dirti che qualcosa di prezioso lasci sul tuo cammino: quante volte siamo stati richiamati in Oncologia perché un piccolo paziente si era svegliato e ci voleva vedere, o abbiamo ricevuto dalle infermiere i disegni che i bambini avevano fatto per noi; ci è anche capitato che una mamma abbia deciso di lasciare l’ospedale un giorno dopo solo per poterci vedere e ringraziare per quello che avevamo, nei mesi, dato alla figlia. Siamo lì per proporre ai pazienti un altro modo di vivere la malattia, l’ambiente ospedaliero e tutte quelle operazioni che in un ospedale sono routine: distraiamo il bambino mentre il personale esegue procedure dolorose, eseguiamo divertanti visite di controllo, parliamo con le flebo, trasformiamo le sale d’attesa in fermate dell’autobus, cerchiamo per quanto possibile di costruire con il personale ospedaliero un rapporto sereno e di complicità. Con la nostra presenza e con il nostro operato, riteniamo fondamentale far sapere alla persona in difficoltà che noi ci siamo e siamo lì per lei, che non è sola nell’ affrontare le prove della vita.
In molte situazioni la nostra attività è indirizzato non tanto a far ridere, ma, con sensibilità ed accortezza, a fungere da valvola di sfogo per la sofferenza ed il dolore che attanagliano i cuori dei pazienti o dei loro parenti; abbiamo dalla nostra degli alleati formidabili: i nostri sorrisi, la nostra solidarietà, simpatia e dolcezza, ma anche dei giochi e martelli di gomma piuma con cui spesso i bimbi ci rincorrono divertiti.
Nel corso della nostra attività non è mancato l’incontro con la morte:, siamo stati chiamati a distrarre i bambini ed i genitori di un intero reparto mentre il personale si occupava di portare via il corpo di una bambina, morta di lì a poco. Chi ci lavora in ospedale lo sa: quando qualcuno muore, soprattutto un bambino, tutto il reparto ne risente; non ci vuole molto ad immagine che effetti avrebbe potuto avere su genitori e bimbi, il vivere in diretta una tale situazione. Anche se con la morte nel cuore, abbiamo portato a termine il nostro intervento nel migliore modo possibile. Ci sembrava quasi un paradosso: ridere e gioire in un momento di così grande tristezza e dolore; molto abbiamo riflettuto su tutto ciò… il clown forse più di ogni altro sa, per la sua capacità di essere pienamente se stesso nelle situazioni di gioia e di dolore, nel suo ridere e piangere, che gioia e dolore, salute e malattia sono le due facce della stessa medaglia che è la vita… sono queste situazioni che ti fanno capire, ancor di più, quanto importante sia il sorriso che riusciamo a portare fuori di noi, quanto non bisogni aver paura di mettersi in gioco, di dare amicizia ed andare incontro agli altri.
Con la nostra presenza vogliamo proporre a tutti voi un diverso modo di avvicinarsi a chi soffre, basato sulla comprensione della sofferenza, sull’alleanza e complicità, sull’importanza dell’andare incontro all’altro e sul sorridere insieme. Solo condividendo emozioni e sentimenti si possono sentire, riconoscere bisogni e desideri comuni e raggiungere un livello di benessere ed umanità che non può che aiutare a vivere meglio. Molto spesso dopo i nostri interventi usciamo stanchi, distrutti per la tanta energia consumata… ma è un prezzo che paghiamo molto volentieri: pensate a quanta energia siamo riusciti a diffondere e che speriamo sia riuscita a raggiungere i cuori e gli animi di chi ci circonda. Uno degli aspetti meravigliosi di questa attività è che tutta l’energia positiva, forte e comunicativa che tu diffondi compiendo gesti di solidarietà ed amicizia ritorna a te e va a rimpiazzare quella elargita, assumendo le sembianze del sorriso o della risata di una persona, del suo sguardo di gratitudine, pur nella sofferenza… La gratitudine che ricevi è grande e, per noi, il clown è anche un modo di curare noi stessi.
Vorrei concludere, riportando qui di seguito alcune frasi prese dal mio diario di una giornata, passata al Burlo come clown-dottore, in cui abbiamo dovuto affrontare la morte in corsia:
“..è stato un pomeriggio bello intenso, vissuto fino in fondo, in cui i miei compagni di viaggio ed io non potevamo assolutamente nasconderci proprio da nessuna parte e dietro a nessuno…. Usciti da Oncologia in tutta fretta (ci avevano chiamato da Pediatria per chiederci aiuto, per l’ormai nota, triste situazione), nel fare i corridoi e trovare l’ascensore giusto per raggiungere il reparto senza passare davanti alla camera della povera bimba, la nostra adrenalina penso abbia raggiunto le stelle, i nostri pensieri si rincorrevano all’impazzata, un senso grandissimo di responsabilità sulle spalle, e per quanto mi riguarda, dentro, continuavo a cercare di “sotterrare” in fondo al cuore, più in fondo che si può, l’insicurezza, le mille paure che possono affiorare quando bisogna affrontare una situazione delicata: non era il momento di mollare…. dovevo pensare positivo!!! Ho raccolto in sala giochi buona parte dei genitori e dei bimbi che si trovavano nei corridoi ed abbiamo fatto bolle di sapone, la scenetta delle palline, guerre stellari alle bolle di sapone e così via fino a che la situazione si è stabilizzata..Comunque, alla fine di tutto vi dico che mercoledì sera ed il giorno dopo ero distrutta, stanca forse più a livello mentale che fisico, ma in fondo in fondo felice (in Chirurgia ci siamo divertiti un mondo, è andata davvero bene!) di aver fatto un passetto in più verso… non lo so verso dove… forse anche “solo” verso l’amore profondo per la vita, vi sembra poco?”.

Per informazioni:

clownpepyta@libero.it
gau-trieste@libero.it
www.gautrieste.it
www.clown-arpa.it




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