Rassegna stampa 10/09/2008

10/set/2008 10.56.17 Democratici Roma SanLorenzo Contatta l'autore

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Democrazia e fascismo ai tempi della destra

Ezio Mauro - La Repubblica
Non c'è proprio nulla di "vecchio" o di "nostalgico", come si sono affrettati a dire in molti, nella polemica sulla doppia sortita sul fascismo e su Salò di due uomini di prima fila della destra italiana al governo, il sindaco di Roma e il ministro della Difesa: né francamente è interessante sapere se è per fascismo istintivo, naturale, antico, che nascono queste bestemmie istituzionali, o per la nuovissima incultura repubblicana, europea, occidentale che domina il berlusconismo indisturbato e regnante.

Al contrario, quelle frasi parlano di noi e di oggi, di ciò che siamo come Paese e come classe dirigente, come cultura nazionale e come pubblica opinione. Di questo vale la pena discutere, dunque, non delle piccole beghe tra Storace ed Alemanno che secondo alcuni sono l'unico movente e la spiegazione pacifica e rassicurante di una rivendicazione congiunta fatta davanti ai simboli della Repubblica, e non a caso da due "uomini nuovi" (se così si può dire) proiettati in competizione sul dopo-Fini, nel grembo berlusconiano che tutto concede e nulla vieta.

Stanno perfettamente insieme, nel rozzo bisogno di riaggiustare l'identità della destra dopo 14 anni, l'esaltazione dell'eroismo cieco e patriottico (dunque ingenuo e storicamente "innocente") di Salò con la riduzione del fascismo ad esperimento di modernizzazione autoritaria, travolto solo da un "esito" incongruo e tragico dovuto all'errore dell'innesto nibelungico col nazismo, le leggi razziali e la guerra. Si chiarisce l'aspetto tattico della svolta di Fiuggi, per la fretta dell'arruolamento belusconiano e la necessità conseguente di un cambio rapido di parole d'ordine e di riferimenti politici: una svolta appunto politicista, nient'affatto culturale, e tanto meno morale e storica, come confermano gli esiti odierni.

E' facile, sotto il mantello, i numeri e la leadership altrui, diventare ministri e presidenti delle Camere. Più difficile diventare democratici convinti: e addirittura convincenti.

Nell'immaturità della svolta, due elementi appaiono soprattutto fragili, e tra loro collegati. L'orrore e la vergogna delle leggi razziali, insieme con la necessità di un accreditamento internazionale, hanno portato Fini e tutta la classe dirigente di An a periodizzare la loro presa di distanza dal fascismo dal 1938. Tutto ciò che è avvenuto in questo senso è naturalmente doveroso e positivo, a partire dal primo incontro tra Fini e Amos Luzzatto, presidente della comunità ebraica italiana, che "Repubblica" ospitò nel 2003 su richiesta dello stesso Luzzatto, perché il leader di An non poteva andare in Israele senza prima aver fatto i conti con gli ebrei italiani. E tuttavia questo forte passo in avanti (nell'assunzione di una responsabilità storica, e nel discostarsene, condannandola) ha un limite se resta isolato. Perché se non c'è una condanna del fascismo come regime ("antiparlamentare, antiliberale e antidemocratico" come disse Mussolini nel '25) si disconosce la sua stessa "natura", la sua opposizione al principio di uguaglianza attraverso l'elitismo da un lato e il razzismo dall'altro, e dunque si può separare - come appunto fa Alemanno - l'esito tragico del Ventennio dalla tragedia quotidiana che nasceva dalla sua stessa essenza liberticida, dal suo "odio per la democrazia", da quella che Turati chiamò l'"anticiviltà".

Non solo: concentrando il "male" del fascismo nel '38, la condanna di quel male si risolve in un atto di contrizione personale a Yad Vascem, come se l'orrore supremo dell'Olocausto assorbisse in sé tutti gli altri scempi della democrazia compiuti dal regime, ogni altro gesto di riparazione, ogni legittima aspettativa degli italiani che avevano subito torti, abusi, violazioni della libertà. A partire dall'assassinio di Matteotti, per il quale nessun post-fascista ha sentito il bisogno nell'anniversario, ottant'anni dopo, di esprimere una condanna dal palazzo del governo, dopo che dal palazzo del governo Mussolini aveva impartito l'ordine di ammazzare un deputato d'opposizione.

Questo limite ha tre ragioni evidenti. La prima è la mancanza di un'autonoma necessità democratica degli uomini di An a chiudere per sempre la storia del loro passato, assumendo non solo la democrazia come contesto imprescindibile della vicenda odierna, ma i costruttori della democrazia - a partire dalla Resistenza - come Padri di una Repubblica condivisa e accettata nei suoi valori e nei suoi caratteri fondanti, tradotti nella Costituzione. La seconda è il limite naturale del berlusconismo - una specie di autismo politico - che concepisce la sua grandezza nell'edificazione di sé e non nella costruzione di una moderna cultura conservatrice democratica e occidentale che il Paese non ha mai conosciuto, doroteo o fascista com'è sempre stato a destra. La terza è lo strabismo congenito degli intellettuali liberali e dei loro giornali, che non hanno mai incalzato la destra per spingerla a liberarsi dei suoi vizi storici e dei suoi ritardi culturali, risparmiando con avarizia ideologica evidente quel pedagogismo che per decenni hanno opportunamente dispiegato nei confronti dei ritardi e delle colpe del comunismo: e che esercitano ancora - naturalmente a senso unico - anche oggi che il comunismo è per fortuna morto ed è nata una sinistra di governo riformista.

Anzi, dovremmo dire che proprio le indulgenze della cultura italiana e del suo establishment compiacente, la permeabilità azionaria (salvo naturalmente la golden share berlusconiana) del Pdl dove contano solo fedeltà e rapporti di forza, non scommesse culturali e coraggio politico, la nuova predisposizione italiana verso il politicamente scorretto e il "non conforme", rendono possibile ciò che sta accadendo: non nel pensiero politico, che con ogni evidenza non c'è, ma nella prassi di governo della destra. E' come se il contesto italiano di oggi autorizzasse un passo indietro rispetto ai timidi passi avanti di più di un decennio fa.

Oggi, in questa Italia, è evidentemente possibile onorare Salò e rimpiangerla. Oggi è possibile rivalutare il fascismo, poi incespicare in una correzione travagliata costruita con due "non" ("comprendere la complessità storica del fenomeno totalitario in Italia non significa non condannare...) per la difficoltà di dire con nettezza qualcosa di chiaro, di risolto, di comprensibile. Dire, soprattutto, cos'è oggi questa destra, in cosa credono i suoi uomini.

Bobbio aveva avvertito su questo possibile esito dello sforzo decennale del revisionismo per affermare un rifiuto dell'antifascismo in nome dell'anticomunismo: una nuova forma "aberrante" di equidistanza tra fascismo e antifascismo. E' ciò che stiamo sperimentando in questo inizio di stagione, nella distrazione italiana del dopo-ferie, in un Paese in cui il senso comune - con i suoi pregiudizi - si è sostituito alla pubblica opinione (con la sua consapevole capacità di giudizio), la sinistra è prigioniera della sua subalternità culturale prima che politica, manca un principio di reazione perché non è in campo un pensiero alternativo al pensiero dominante: mentre si allarga ogni giorno, per conseguenza naturale, quella che i vecchi sudditi sovietici chiamavano la capacità di "digestione" della società.

Ma lo stesso Bobbio avvertiva che alla base della repubblica (e probabilmente della sua tenuta nel lungo dopoguerra) c'era un sentimento civile condiviso: un'"idea comune della democrazia". E' ciò che oggi manca ed è la dominante della fase che stiamo vivendo. Proverei a dare questa definizione: in Italia oggi si contrappongono due diverse idee della democrazia. Non c'è bisogno di giudizi roboanti o di etichette improprie. È sufficiente guardare la realtà.

Da un lato c'è un'idea repubblicana, nazionale ed europea che potremmo definire di democrazia costituzionale, che si riconosce nello Stato moderno, nella divisione dei poteri e nel principio secondo cui la sovranità "risiede" nel popolo. Dall'altro lato c'è l'idea di una democrazia che potremmo chiamare demagogica, una sorta di autoritarismo popolare continuamente costituente di un ordine nuovo, quasi una rivoluzione conservatrice che sovverte l'eredità istituzionale mentre la governa: in nome di un populismo che crea se stesso come un potere sovraordinato agli altri, nella prevalenza della decisione rispetto alla regola, anzi nella teorizzazione della nuova libertà post-politica che nasce proprio dalla rottura delle regole, perché il nuovo mondo si gerarchizza spontaneamente nella subordinazione volontaria al demiurgo.

Ce n'è abbastanza (basta pensare ai richiami impliciti ma evidenti del futurismo, del dannunzianesimo, dell'irrazionalismo, del nazionalismo, della restaurazione rivoluzionaria) perché l'istinto fascista nascosto ma conservato voglia fare la sua parte, si agiti sotto la cenere di una fiamma mai spenta, chieda di partecipare al banchetto costituente di questa "destra realizzata" che cerca una forma compiuta in Italia, una definizione che vada oltre l'orizzonte biografico berlusconiano e il limite biologico del suo titanismo. Così come si capiscono le responsabilità di tutto questo. Si capisce meno, se questa è la partita, cosa faccia chi per definizione sta dall'altra parte del campo. Se questo, tutto questo è destra (qualcuno può ancora avere dubbi?) si può rinunciare ad essere sinistra, col Pd, sia pure sinistra finalmente risolta, e capace di parlare all'intero Paese? Non solo: quell'idea comune della democrazia - che in gran parte coincide con la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri, dunque è di per sé "costituente" dell'identità civile del Paese - non si può declinare e costruire già dall'opposizione, con il rischio di scoprire magari che quel sentimento è già maggioranza nella coscienza dei cittadini?
 

Orgoglio e talento

Ivan Scalfarotto - L'Unità
Proprio nelle ore in cui a Roma si verifica l'ennesimo episodio di violenza ed intolleranza nei confronti della comunità omosessuale e negli Stati Uniti, solo pochi giorni dopo la clamorosa apertura di Obama a Denver nei confronti dei «gay brother and sisters», si apre oggi ad Austin, in Texas, la Conferenza Annuale di «Out & Equal».

Si tratta dell'organizzazione no-profit americana che si occupa di promuovere e favorire l'ugaglianza e le pari opportunità per gay, lesbiche, bisessuali e transessuali sui luoghi di lavoro.

Si attendono tremila delegati, inviati ad Austin dagli Stati Uniti ma anche dall'Europa, dall'Asia e dal Sud America, dalle più grandi multinazionali americane.

Nonostante ad «Out & Equal» abbiano scelto per se stessi il sottotitolo di «workplaces advocates», questi sostenitori dei cittadini Glbt nei luoghi di lavoro non sono infatti espressione dei sindacati, ma rappresentano invece le grandi compagnie che fanno affari in tutto il mondo e che hanno fatto a gara per essere inserite nella lista degli sponsor dell'evento. Tra le aziende che hanno ottenuto di apparire ai livelli di sponsorizzazione più prestigiosi (e, va da sè, finanziariamente più impegnativi) ci sono nomi quali Dell, Deloitte, Hewlett-Packard, Accenture, Citi, GlaxoSmithKline, Ibm, Ing, Johnson&Johnson, Nike, PriceWaterHouseCoopers, Toyota e Visa. A scorrere la lunghissima lista completa degli sponsor, però, si vede che non manca praticamente nessuna tra le grandi banche d'affari, le case farmaceutiche, le società di consulenza, la grande distribuzione, le imprese industriali, i new media e l'entertainment, tutti a voler segnalare pubblicamente una presenza che rende esplicito anche il supporto ad una causa e l'impegno formale a sostenere una politica di pari opportunita' per i propri dipendenti.

È molto interessante che tutto questo accada nel bel mezzo di un dibattito feroce sulla legislazione in tema di matrimonio gay negli Stati Uniti che ovviamente ha a che fare molto con la politica e le elezioni presidenziali: si tratta di un tema di forte divisione in un Paese in cui da un lato 27 Stati hanno già approvato leggi o emendamenti costituzionali per vietare espressamente il matrimonio tra persone dello stesso sesso mentre dall'altro, in California e Massachussets, le coppie gay e lesbiche si sposano tranquillamente. La Conferenza di «Out & Equal» non sarà tuttavia un momento politico né una specie di gay pride aziendale, ma si preannuncia invece come un momento di studio, di riflessione e di affinamento delle strategie che consentono alle aziende americane di essere efficaci in quella che viene ormai da anni definita a livello globale come «The war for talent», la guerra per il talento.

Quello che spinge tutte queste multinazionali a darsi appuntamento annualmente in una grande città americana - la procedura di assegnazione della manifestazione ricorda molto quella delle Olimpiadi: Washington, Chicago, Phoenix e Minneapolis hanno ospitato le ultime edizioni della conferenza - è la possibilità di attrarre a sé i talenti migliori e le menti più brillanti sul mercato del lavoro.

Tutti concordano che il fattore umano è l'unica risorsa che nessuna azienda può duplicare o creare in laboratorio e in un'economia in cui sono la capacità di innovare e di produrre idee a fare la differenza, diventa vitale riuscire ad acquisire non tanto e non solo lavoratori che garantiscano diligenza e precisione, quanto quelli che sono in grado di cambiare radicalmente il proprio mercato inventando un ipod, disegnando un cartone animato, migliorando i processi di un'azienda cliente o gestendo flussi finanziari internazionali.

Questi talenti non sono certamente facili da reperire e sono contesi tra le aziende non soltanto in termini monetari ma facendo anche in modo di migliorare la qualità della vita in azienda (Googleplex, la sede di Google in California, è diventato un modello in materia ormai al limite tra la realtà e la leggenda metropolitana), allargando il più possibile la rosa dei candidati ben al di là del profilo dell'americano cosiddetto Wasp (bianco, anglosassone e protestante) e costruendo per tutti un ambiente di lavoro inclusivo e rispettoso dell'identità di ognuno. Moltissime imprese hanno così creato politiche anche molto sofisticate di sviluppo del talento femminile, delle minoranze etniche, e - appunto - della comunità Glbt (gay, lesbiche, bisessuali, transgender) e si è sviluppato paralleleamente anche un sistema di comunicazione e di marketing che prevede presentazioni nelle migliori università del Paese, pubblicazioni di classifiche che premiano le aziende più attive nel promuovere le minoranze ed anche eventi come quello che fino a domenica vedrà occupati i delegati di «Out & Equal».

Il programma della conferenza prevede una serie di presentazioni da parte di personalità del mondo Glbt: in una delle scorse edizioni Billie Jean King, la tennista che vinse dodici tornei di Grande Slam a cavallo degli anni 70, tenne un discorso toccante sulla propria esperienza di vita di donna, di lesbica e di sportiva.

Quest'anno tra gli ospiti ci saranno Michael Guest, ex ambasciatore americano in Romania, e Judy Shepard, la madre di Matthew Shepard, un ragazzo ucciso nel 1998 a 21 anni a causa della sua omosessualità e a cui è intitolata una fondazione che si occupa di combattere l'omofobia e di diffondere principi di tolleranza e di rispetto per tutte le diversità. Sono stati inoltre organizzati oltre 120 seminari che si terranno in sessioni parallele e che toccheranno argomenti in vario modo legati allo sviluppo professionale e alla vita lavorativa delle persone Glbt: si parlerà di formazione e di comunicazione, delle sfide legate ai trasferimenti all'estero in assenza di riconoscimenti legali per le famiglie, di pubblicità e marketing rivolti alla comunità gay, di benefit quali pensioni e coperture mediche per il partner, di omogenitorialità e mondo del lavoro, molte aziende presenteranno infine le loro attività in uno scambio di esperienze e di casi di eccellenza.

Uno dei seminari più interessanti sarà quello nella quale la Kraft, Walgreens e Harris Bank spiegheranno come gestirono le reazioni dei gruppi della destra religiosa scatenatisi contro la loro decisione di sponsorizzare la settima edizione dei Gay Games a Chicago nel 2006: una decisione di business che senz'altro costituì un segnale forte per tutta la nazione proprio perché presa al riparo di qualsiasi risvolto ideologico e per questo ancora più potente. L'esperienza di «Out & Equal» dice che forse è proprio dai luoghi dell'economia e del lavoro che si può cominciare a parlare di inclusione e di accettazione apertamente, senza preconcetti, pregiudizi e antiche rigidità.
 

Il federalismo impossibile

Stefano Fassina - L'Unità
Il "Calderoli.2" non funziona. I commenti alla seconda "bozza Calderoli" sul federalismo fiscale hanno riscontrato «passi avanti» perché si sono concentrati su aspetti particolari: primo, la surrettizia reintroduzione dell'Ici (in realtà è peggio: alla vecchia imposta patrimoniale dall'impatto progressivo, nonostante l'evasione legittimata dai dati catastali, si sostituisce un'imposta/tariffa sui servizi dalle ricadute regressive, ossia chi meno ha, più paga).

Secondo, l'espansione dell'autonomia impositiva di Comuni e Province (ma in relazione a quale organizzazione?). Tutti aspetti rilevanti, non c'è dubbio. Ma è come se, per comprare una casa, si guardasse all'altezza dei soffitti, all'ampiezza delle camere da letto, alla dimensione delle finestre e si tralasciasse di guardare alla tenuta delle fondamenta e della struttura portante dell'edificio. Se guardiamo anche alle fondamenta e alla struttura portante, dobbiamo dire che l'edificio progettato da Calderoli & C. proprio non regge.

Il "Calderoli.2", immutato rispetto alla prima versione, continua a prospettare l'eutanasia dello Stato centrale in materia di promozione e garanzia dei diritti civili e sociali sanciti dalla Costituzione. Si ripropone una lettura estremista del principio di territorialità delle imposte: le imposte appartengono soltanto al territorio nel quale si raccolgono. La comunità più larga di cui si è parte per cultura, storia, istituzioni, economia non ha titoli. Come se le performance economiche di un territorio non dipendessero anche dalle politiche nazionali (se negli anni '90 si fosse seguito l'antieuropeismo della Lega, dove sarebbe oggi la Padania?) e dai fattori produttivi provenienti da altri territori (quanto capitale umano si è formato nel Mezzogiorno e si consuma nel Nord?). Come se non fossimo una nazione, ma un puzzle di "piccole patrie".

L'estremismo leghista nell'interpretazione del principio di territorialità ha una chiara conseguenza: le risorse necessarie a completare il finanziamento delle prestazioni fondamentali (scuola, sanità, assistenza ed, in parte, trasporti) nei territori svantaggiati sono nella esclusiva disponibilità delle Regioni più ricche, non dello Stato centrale, come previsto nella proposta della Conferenza delle Regioni, richiamata a sproposito da qualche distratto Governatore nordista di origine Pd. In altri termini, la perequazione è orizzontale: dalle Regioni più ricche alle regioni più povere, senza l'intervento di Roma, notoriamente "ladrona" nelle valutazioni del Ministro Calderoli.

L'interpretazione estrema del principio di territorialità delle imposte determina i rapporti finanziari tra Stato e Regioni: le Regioni possono modificare unilateralmente le quote a loro riservate di "una parte rilevante" dei tributi erariali. In sostanza, le risorse per lo Stato centrale sono residuali ed incerte. E la conferma che siano considerate tali viene anche dalla bizzarra definizione dei premi fiscali per gli enti territoriali virtuosi, ossia gli enti che arrivano a risultati migliori di quelli previsti nel Patto di Stabilità Interno. Essi, oltre a poter ridurre le imposte di propria competenza, beneficiano della "modificazione dell'aliquota di un tributo erariale". In altri termini, la bravura degli amministratori di un territorio va a discapito dei cittadini e delle imprese di altri territori.

In sostanza, "Calderoli.2" conferma "Calderoli.1": le fondamenta e la struttura rimangono le stesse. Cambia l'altezza dei soffitti, la dimensione delle camere da letto e delle finestre. Al fine di ottenere il consenso dei sindaci, viene attenuato l'ipercentralismo regionale del "Calderoli.1". Si abbassa la soglia di numerosità di abitanti per definire i "supercomuni", ossia i comuni affrancati dall'interazione finanziaria con le Regioni.
Si riconosce a tutti i comuni maggiore autonomia impositiva. Si prospetta il gettito del bollo auto per le Province. Si promette un'impossibile fiscalità di sviluppo per le Regioni del Mezzogiorno. Il problema Lombardo (inteso come Governatore della Sicilia) ha una soluzione tutta sua: il bilancio siciliano riceve una parte delle imposte pagate dalle imprese con stabilimenti nell'isola ma con sede legale altrove. Ulteriori eccezioni vengono fatte per evitare che Comuni piemontesi, veneti o lombardi prossimi ai confini regionali decidano di farsi annettere da Val d'Aosta, Trentino o Friuli: ad essi viene riconosciuto lo status di territori svantaggiati (!) e la possibilità di ricevere risorse a carico del Bilancio dello Stato (quando si tratta di pagare, il principio della territorialità viene derogato: minori imposte agli elettori veneti e lombardi, maggiori spese finanziate dal resto d'Italia). In sintesi, il disegno fiscale del "Calderoli.2" non ha alcuna razionalità economica, solo scambi politici per l'obiettivo separatista. Sembra una tela di Jackson Pollock, altro che semplificazione e trasparenza del rapporto finanziario tra amministrazioni e cittadino.

Oltre al merito, va sottolineato un decisivo problema di metodo.

Un disegno di legge sul federalismo fiscale non può che prevedere ampi principi di delega, vista la complessità della materia. Tuttavia, i punti da delegare sono decisivi. Solo un esempio per capirne la portata: tra le funzioni fondamentali da perequare nel campo dell'istruzione, ci limitiamo alla scuola dell'obbligo o includiamo anche la secondaria superiore? Se ci limitassimo solo alla scuola dell'obbligo, vorrebbe dire che renderemmo ancora più povere le scuole secondarie del Mezzogiorno. Data la rilevanza costituzionale degli elementi da decidere nella legislazione di secondo livello, l'approvazione dei decreti delegati deve essere bipartisan. Non ha alcun senso che le opposizioni vengano coinvolte soltanto per la scrittura della legge-delega.

Non basta, quindi, prevedere una "Commissione paritetica", tra l'altro solo consultiva, con gli enti territoriali. È necessaria, se si vuole veramente osservare l'impegno bipartisan, una Commissione Bicamerale paritetica (ristretta) alla quale riconoscere parere vincolante. Il parlamento non può rimanere fuori da passaggi di rilievo costituzionale..

È inaccettabile il tentativo della Lega di considerare esaurito lo sforzo bipartisan attraverso il coinvolgimento, comunque dovuto, delle organizzazioni delle autonomie territoriali in quanto presiedute da autorevoli dirigenti della principale forza di opposizione.
Ha scritto Giorgio Ruffolo qualche giorno fa: «Mai come oggi l'Italia è apparsa così fragile. E la sua unità così in pericolo... Il pericolo non è un nuovo fascismo. È la decomposizione nazionale e sociale». Poi con amarezza ha aggiunto: «Compito della Sinistra avrebbe potuto essere quello di ricomporre l'unità nazionale in un grande progetto per lo sviluppo economico, l'equilibrio ambientale e il benessere sociale. E di fondare su questo il grande disegno federativo unitario indicato da Carlo Cattaneo». Non ci rassegniamo al condizionale passato.
 

Parte la campagna d'autunno del Pd

Bruno Miserendino - L'Unità
Si parte con lo scuola-day, alla fine di settembre, che chiuderà tre giorni di iniziative in tutta Italia, il 26, 27 e 29, con sit in, assemblee e manifestazioni. Ma poi, a ottobre, toccherà alle altre emergenze del paese, prezzi, salari, mezzogiorno. Eccola la campagna d'autunno del Pd.. Veltroni aveva suonato la carica a Firenze, («meno autoanalisi, più lavoro tra la gente per spiegare le magagne del governo Berlusconi»), ieri il coordinamento ha formalizzato le tappe della mobilitazione, che vedrà impegnato tutto il partito in vista della manifestazione del 25 ottobre. «Big compresi», assicura Fioroni.

Insomma, ci saranno tutti, davanti a supermercati, fabbriche, scuole, luoghi di lavoro, per spiegare che a parte gli annunci il governo sta facendo molto poco oppure, come nel caso della scuola, danni gravi. Veltroni è convinto: «Lo scenario politico è in evoluzione, e dietro ai litigi nella maggioranza ci sono assetti di potere importanti...».

Nessuno nel Pd prevede divisioni clamorose nella maggioranza, ma le tensioni di questi giorni su federalismo, Ici, scuola, sicurezza, indicano problemi reali. «Loro fanno spot, ma governare è diverso da fare annunci, non basta far girare gli elicotteri...». Veltroni attacca su vari fronti, compresa la vicenda del braccialetto elettronico in cui vede «un vero indulto mascherato». L'affermazione provoca l'aspra reazione della Destra, (e il primo plauso di Di Pietro da diversi mesi).

Ma il segretario attacca soprattutto sul tema scuola, il primo «disastro» che i cittadini stanno già toccando con mano. Ieri il segretario, prima di andare a Spoleto e Terni a chiudere due feste democratiche, in cui ha attaccato sia il governo che Di Pietro («fa l'opposizione che piace a Berlusconi»), ha avuto parole dure sulla rivoluzione del ministro Gelmini. «Dietro ai tagli non c'è alcuna idea educativa, ma solo una grande improvvisazione, che avrà conseguenze drammatiche». «Siamo alla corrida - dice il leader del Pd - se si pensa che i precari della scuola debbano essere riconvertiti al turismo...». Il succo è che per il Pd la cura Tremonti-Brunetta-Gelmini porterà alla sostanziale fine del tempo pieno (con problemi angosciosi e costosi per le famiglie), alla chiusura di scuole in molti piccoli centri, (ed è questo che al nord preoccupa la Lega ndr), a un aumento dei costi di trasporto per gli enti locali, a un probabile aumento dell'abbandono scolastico. Le donne, insegnanti e madri, subiranno i danni più gravi di questi tagli, chiosano in una conferenza stampa il segretario, Beppe Fioroni, Maria Pia Garavaglia, Pina Picierno e Maria Coscia. Per non parlare del danno formativo: «Col maestro unico si accaniscono sul frammento che funziona meglio, e si taglia nel comparto da cui dipende il futuro del paese, nell'unico luogo in cui due bambini di diversa estrazione sociale possono avere le stesse opportunità. È vero - dice Veltroni - che la scuola non è un ammortizzatore sociale, però un valore sociale lo è...».

Il leader del Pd attacca direttamente il ministro: «Lei è l'ultima che può parlare di merito, visto che ha scelto di fare l'esame dove era più facile, e sta ingannando i cittadini, dicendo che non cambierà nulla». Conclusione: tagliare la spesa è necessario, ma partire dalla scuola, in questo modo, è la cosa più sbagliata visto che oltretutto la spesa è nella media Ue («hanno fornito dati falsi», dicono al Pd).. Insomma l'allarme è pesante: «Attenzione - dice Maria Pia Garavaglia - bisogna capire cosa sta accadendo, non ci sarà la più la scuola di tutti, ma la scuola classista di Berlusconi».
Il problema principale del Pd, al momento è sempre lo stesso: «farlo capire», bucare il muro di consenso di cui gode il governo grazie anche, sono convinti i democratici, alla compiacenza dei media. L'idea è che quando si andrà a parlare davvero con la gente, dei temi veri, la nebbia si diraderà. Per Fioroni, che ha fatto il punto del tesseramento ieri alla riunione del coordinamento il partito c'è, e si ritroverà unito in questa campagna d'autunno. Il tesseramento procede, sono già state consegnate alle strutture del Pd le prime 500mila tessere, le altre 500mila sono in corso di stampa. Il calendario della mobilitazione è in gran parte stabilito: si comincia con la scuola, il 26 e 27 settembre, con una manifestazione cui parteciperà il segretario, il 29 a Roma. Poi sarà la volta del caro vita, davanti a mercati e supermercati, dal 3 al 6 ottobre. Chiusura da definire, sempre affidata al segretario, in un capoluogo del nord.

Si passa poi ai salari, dal 10 al 13 ottobre, davanti a fabbriche e luoghi di lavoro. Il segretario toccherà il tema in un appuntamento a Milano il 13 ottobre. Ultimo appuntamento, prima del 25, dedicato al tesseramento con un occhio ai giovani dal 16 al 18 ottobre. Resta in agenda, ancora da definire, anche una manifestazione per
il sud a Napoli.

La tregua interna sembra reggere. Indicativa la risposta di Fioroni a una domanda: «Parisi vuole creare una lista dell'Ulivo? Ma quale Ulivo, nemmeno un bonsai può creare».



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