Sergio D'Elia

Sergio D'Elia è stato condannato per omicidio nonostante, come dimostrato dagli atti processuali, fosse lontano da Firenze al momento del fatto, non fosse stato tra gli ideatori e gli esecutori materiali della tentata evasione dal carcere delle Murate sfociata nell'uccisione dell'agente Dionisi.

06/giu/2006 17.34.00 Rosa Nel Pugno Venezia Contatta l'autore

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Davvero incomprensibile in uno stato di diritto l’accanimento con cui alcuni politici e giornalisti si prodigano nel tentivo di diffamare Sergio D’Elia e la sua vicenda personale. Sembra che la possibiltà di mutare, di cambiare radicalmente il modo di pensare ed agire non abbia cittadinanza in questo paese, che le parole rieducazione e reinserimento del condannato scritte nella nostra Costituzione per molti non abbiano alcun valore. Sembrano essere invece molti coloro i quali vorrebbero una legislazione che, al pari dei tanto biasimati stati integralisti, prevedesse per il condannato un “debito di sangue” da pagare per ottenere il perdono dei familiari delle vittime, che ritengono di dover marchiare il condannato con il marchio indelebile dell’infamia.
Sergio D’Elia è stato condannato per omicidio nonostante, come dimostrato dagli atti processuali, fosse lontano da Firenze al momento del fatto, non fosse stato tra gli ideatori e gli esecutori materiali della tentata evasione dal carcere delle Murate sfociata nell’uccisione dell’agente Dionisi. Come lui stesso spiega nella lettera inviata al Presidente e ai colleghi della Camera dei Deputati, reperibile sul sito rosanelpugno.it, fu condannato perché, come si usava in quel periodo, si ritenne che il responsabile di un gruppo terroristico fosse comunque moralmente in concorso con quanti materialmente agirono. Al processo si assunse in pieno ogni responsabiltà non cercò nessuna autodifesa, neanche per gli avvenimenti ai quali non aveva partecipato. Condannato a 30 anni, ridotti a 25 in appello e poi dimezzati per la legge sulla dissociazione, dopo aver scontato interamente i dodici anni di carcere è uscito e, nel 2000, è stato completamente riabilitato con sentenza del Tribunale di Roma, riabilitazione richiesta dallo stesso procuratore generale e sostenuta anche da decine di lettere di vittime dei suoi reati, tra cui quella del capo della Digos di Firenze.
Nel 1987 entra nel partito radicale per apprendere, come dichiara pubblicamente, “la tecnica della speranza e della non violenza, un sentimento della politica e della conoscenza, una filosofia politica e una educazione sentimentale finalmente al servizio della Democrazia”. Il suo impegno per questo sarà constante e continuo.
Sergio D’Elia è il segretario dell’associazione, da lui fondata, Nessuno Tocchi Caino che si batte per l’abolizione della pena di morte nel mondo. Grazie anche al suo lavoro in questi anni si sono ottenute 42 tra abolizioni e moratorie della pena di morte, per pochissimi voti all’ONU non si è riusciti ad ottenere l’approvazione del documento sulla moratoria internazionale della pena capitale alla cui stesura aveva lavorato. Numerosi gli attestati di stima ottenuti anche all'estero per il lavoro svolto da lui e dalla sua associazione.
Oggi è stato eletto deputato nelle liste della Rosa nel Pugno, da membro di un’organizzazione che combatteva lo Stato a suo rappresentate e difensore delle sue leggi e istituzioni. Certo nessuno potrà ridare la vita all’agente ucciso o sanare le ferite dei suoi familiari, ma questo suo lungo percorso di maturazione e cambiamento dovrebbe essere riconosciuto come una vittoria innanzi tutto da chi crede nei valori della democrazia, dello stato di diritto e delle sue leggi, quei valori che hanno permesso la sconfitta del terrorismo. Certamente sarà diversa l’analisi di chi a tali valori non crede davvero.
 
Franco Fois
Coordinatore Regionale Rosa nel Pugno
 



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