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Tra le tre ex repubbliche sovietiche del Caucaso meridionale, Armenia, Azerbaijan e Georgia, è senz'altro quest'ultima a guidare quello che potrebbe essere definito come l'inizio del processo di stabilizzazione dell'intera regione.

09/mar/2007 18.49.00 www.nuovopsi.com Contatta l'autore

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Tensioni in Georgia: un’occasione per riflettere sulla politica estera europea. Alessandro Battilocchio


L’Unione Europea non può permettersi di essere un mero arbitro nella vicenda che vede l’acuirsi delle tensioni tra la giovane repubblica di Georgia e la Federazione Russa. La posta in gioco per l’Europa è infatti molto alta, su tre piani: la stabilità di territori che da gennaio 2007, momento dell’ingresso di Romania e Bulgaria, saranno praticamente ai nostri confini, separati solo dalle acque del Mar Nero; la credibilità della politica estera europea ed in particolare per quanto riguarda le relazioni diplomatiche con la Russia; la promozione dei diritti umani e della democratizzazione, di cui l’Unione Europea è tra i principali sostenitori a livello globale.
Tra le tre ex repubbliche sovietiche del Caucaso meridionale, Armenia, Azerbaijan e Georgia, è senz’altro quest’ultima a guidare quello che potrebbe essere definito come l’inizio del processo di stabilizzazione dell’intera regione. Dalla Rivoluzione delle Rose del Novembre 2003, e la successiva elezione del giovane Presidente Mikhail Saakashvili, ex ministro della giustizia e paladino di una campagna contro la corruzione della vecchia classe dirigente sovietica che gli valse il favore della popolazione, la Georgia ha voltato le spalle all’antico regime dando una svolta storica che la nostra Unione non può non raccogliere. I continui messaggi d’interesse lanciati dal Presidente alla NATO e all’Unione Europea, interesse il cui prezzo sono relazioni sempre più tese on il Cremino, con conseguenze che colpiscono pesantemente la popolazione, dovrebbero essere oggetto di una seria considerazione da parte dei nostri leaders. Con la Politica Europea di Vicinato, di cui la Georgia è parte dal 2004 insieme a Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Armenia, Azerbaijan ed altri paesi del Mediterraneo, la giovane Repubblica gode di una particolare attenzione da parte dell’Unione Europea, grazie ad azioni che favoriscono la stabilità, la sicurezza e la prosperità comuni dei paesi capaci di cogliere la sfida lanciata da Saahashvili. Gli aiuti, sostanziosi, ottenuti dagli Stati Uniti (che hanno finanziato la costruzione dell’oleodotto che porterà petrolio dall’Azerbaijan alla Turchia e al Mar Mediterraneo passando per la Georgia, saltando così il territorio russo) contribuiscono senz’altro a tale impresa. La ristrutturazione del vecchio assetto statale dei media, che lascia ora più spazio ai privati e alla concorrenza, così come la crescente libertà di espressione sono chiari esempi dei risultati ottenuti. Ma ciò non è ancora sufficiente, e ancora molto resta da fare per riuscire a realizzare una completa stabilizzazione dell’area. L’economia georgiana, infatti, per secoli dipendente dalla Madre Russia, principale fornitore di energia e materie prime, e principale mercato dei prodotti nazionali, soffre eccessivamente delle tensioni politiche, e a pagarne il prezzo sono naturalmente i cittadini georgiani, spesso costretti ad emigrare nella Federazione Russa per trovare fonti di sostentamento da inviare alle famiglie rimaste in Patria. Le regioni dell’Abkazia e del Sud Ossezia, piccoli territori settentrionali appartenenti alla Georgia ma ancora tradizionalmente e culturalmente legate alla Russia, sono tra le principali ragioni dell’attrito con il Cremino, che accusa Tbilisi di voler soffocare militarmente la loro richiesta d’indipendenza. I contrasti etnici all’interno del Paese sono fonte di grande preoccupazione per la stabilità interna, tanto da costringere il Presidente a chiedere l’intervento dell’ONU, che ora è presente sui territori in questione, accanto ai peacekeepers russi, con una missione di osservazione.
In questo scenario di profondi cambiamenti, in cui la richiesta di sostegno della Georgia sale forte e chiaro (Saahashvili ha apertamente dichiarato in più di un’occasione il suo interesse ad aderire all’Europa), l’Unione Europea ha il dovere morale di uscire dal silenzio e di schierarsi dalla parte di chi, come la Georgia, ha scelto la via della democrazia e dello sviluppo economico e sociale. Le dichiarazioni dell’ultimo Consiglio per gli Affari Esteri, tenutosi a Lussemburgo lo scorso 16-17 ottobre, vanno finalmente in questa direzione, condannando apertamente le misure eccessive che la Russia ha imposto alla Georgia dopo l’acuirsi delle tensioni politiche delle ultime settimane. L’embargo dei prodotti alimentari provenienti da Georgia e Moldavia, il blocco dei servizi di trasporto e delle transazioni finanziarie tra i due Paesi, il rimpatrio forzato di centinaia di cittadini georgiani emigrati in Russia per sopravvivenza, il rincaro del gas, che da gennaio 2006 è praticamente raddoppiato, costringono infatti il paese in una crisi costante che attanaglia la popolazione e soffoca lo sviluppo di un’economia indipendente.
Tuttavia la posizione dell’Unione Europea, prudentemente equidistante dai due fronti della contesa, è ancora decisamente ambigua e denuncia una mancanza di coraggio cui occorre far fronte. Ma non sarà possibile per l’Europa avere una voce finalmente forte ed univoca, in questo frangente come in molti altri capitoli di politica estera, finché alcune condizioni necessarie non saranno raggiunte. Prima fra tutte l’istituzionalizzazione del Ministro Europeo per gli Affari Esteri, tramite la rapida e costruttiva ripresa del dibattito sulla Costituzione e, auspicabilmente, l’adozione di un documento che sancisca l’univocità e l’autorità di una voce europea in materia estera. Egualmente importante è il raggiungimento in sede ONU di un unico seggio per l’Unione Europea: con questi due strumenti l’UE potrebbe finalmente riappropriarsi di quel ruolo di attore protagonista sulla scena internazionale che le spetta in qualità di potenza politica ed economica, e permettersi di esporsi, qualora si rendesse necessario, ad giudizi e critiche obbiettivi verso quei partners che, come la Federazione Russa in questi ultimi giorni, sembrano in alcuni frangenti scavalcare quelli che sono i nostri principali valori di democrazia e rispetto dei diritti umani. Per quanto riguarda le relazioni diplomatiche con Mosca, l’Unione Europea non sarà inoltre libera di agire in maniera autonoma finché non avrà raggiunto una discreta indipendenza energetica nei riguardi della Federazione Russa. La liberazione dal giogo di dipendenza, attraverso una sana e saggia politica di energie rinnovabili ed alternative che rendesse l’Unione autonoma o se non altro meno dipendente dalla Russia e da altre potenze, è infatti condizione indispensabile per una politica estera senza interferenze esterne e quindi più credibile. Nel caso del Caucaso, ad esempio, solo una maggiore autonomia di azione ed opinione permetterebbe all’Europa di intervenire in modo obbiettivo e deciso nella risoluzione pacifica e diplomatica dei conflitti etnici, in particolare quelli aperti in Ossezia e Abkazia in Georgia, e nel Nagorno-Karabah in Armenia. La risoluzione di tali conflitti è alla base del processo di stabilizzazione dell’intera regione, ma essa non sarà probabilmente possibile, considerata l’intensità della tensione ed il livello estremamente basso di dialogo fra le parti in causa, senza l’intervento di interlocutori internazionali al di sopra delle parti. Tra questi ultimi l’UE può e deve senz’altro svolgere un ruolo di primo piano, vista la sua vicinanza geografica con la regione ed il suo sempre maggiore coinvolgimento politico con le ex repubbliche sovietiche del Caucaso Meridionale.
Un’ultima riflessione riguarda il ruolo dell’UE nella promozione della democrazia e dei diritti umani. Un importante strumento di finanziamento in questo settore, infatti, fortemente voluto dal Parlamento Europeo, sarà attivo dal gennaio 2007 per un periodo di 7 anni. Lo strumento, che ricalca l’attuale EIDHR ed affiancherà i nuovi strumenti tematici e geografici, si propone di sostenere tutte quelle azioni che difendono e promuovono la democrazia in particolare nei paesi in via di sviluppo e nelle nuove economie. Particolare rilievo è dato alla società civile, alle ONG, alla dimensione locale delle azioni. Grazie alla prerogativa propria dello strumento, unico fra tutti gli strumenti di sviluppo dell’UE, di poter agire anche senza il diretto coinvolgimento dei governi, sarà inoltre possibile promuovere la libertà di espressione e di associazione, sostenere i parlamenti nazionali di recente costituzione per guidarli nel loro compito, combattere la corruzione, difendere le vittime della censura, di torture e di discriminazioni di qualunque genere, prime fra tutte quelle etniche e religiose. L’augurio è che tale strumento possa essere, per paesi come la Georgia che hanno coraggiosamente intrapreso la strada della democrazia, un incentivo ed un sostegno concreto per continuare questo cammino, cammino che potrebbe anche avere come meta l’ingresso nell’UE qualora le condizioni lo permettessero. E comunque, prescindendo dagli strumenti finanziari di cui si voglia dotare, l’UE, culla della democrazia per eccellenza, ha il diritto di pretendere dai suoi partners economici e politici, tra cui figurano tanto la Georgia che la Russia, che il rispetto dei valori fondamentali e dei diritti umani venga tutelato senza condizioni. Il comportamento del Cremino nelle ultime settimane non è stato esemplare in questo senso in quanto, come abbiamo visto, ha messo a repentaglio le condizioni economiche, energetiche e sociali di un’intera popolazione a fini strategici, condotta che l’UE non può assolutamente tollerare. Così come è giusto pretendere da Tbilisi l’assicurazione che nessun intervento militare verrà messo in pratica nei territori contesi per soffocare le iniziative indipendentiste.
 

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