Il momento della verità. Gianni De Michelis

Ad esempio come dovrà essere considerata l'adesione del senatore De Gregorio che in questa occasione voterà a favore, nel mentre poche settimane fa si era sottratto dall'esprimere fiducia al governo Prodi ripresentato alle Camere?

28/mar/2007 12.49.00 www.nuovopsi.com Contatta l'autore

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Mentre scrivo queste mie riflessioni ovviamente non conosco ancora il risultato del voto al Senato sul rifinanziamento delle nostre missioni militari all’estero, anche se la decisione dell’Udc di votare a favore non consente di prevedere sorprese sotto il profilo del risultato finale del voto. Quindi, ed è bene che sia così, il rifinanziamento sarà approvato e l’Italia eviterà la brutta figura di dover ritirare precipitosamente i propri militari dai più diversi teatri internazionali.
E’ possibile invece che la pronuncia dei senatori possa fornire qualche sorpresa sotto il profilo delle indicazioni al governo circa la natura delle regole d’ingaggio e anche dei mezzi da mettere a disposizione dei nostri contingenti, soprattutto nelle situazioni più a rischio, a partire da quella afgana. Così come, ovviamente, avrà un significato politico molto importante il numero dei senatori dell’Unione che effettivamente voteranno a favore del governo soprattutto se tale numero dovesse risultare inferiore alla fatidica quota 158.
Sappiamo che non significherebbe automaticamente una ragione formale per la caduta del governo, ma certo politicamente un tale risultato rappresenterebbe un vulnus difficilmente sopportabile e soprattutto difficilmente spiegabile all’opinione pubblica.
Naturalmente sappiamo che in una situazione così fragile e così confusa vi sarà margine per discussioni infinite circa l’interpretazione corretta da dare ad un risultato che sarà comunque sul filo del rasoio. Ad esempio come dovrà essere considerata l’adesione del senatore De Gregorio che in questa occasione voterà a favore, nel mentre poche settimane fa si era sottratto dall’esprimere fiducia al governo Prodi ripresentato alle Camere? La realtà è che, qualunque siano i risultati delle votazioni di ieri, la situazione politica è giunta ad un punto di non ritorno e che quindi l’interesse del Paese, e non quello di questa o di quella parte politica, dovrebbe spingere l’intero sistema politico a prenderne atto ed a discutere seriamente quale via d’uscita imboccare per evitare il deterioramento inaccettabile delle condizioni minime di governance della nostra comunità nazionale. In questo senso vanno interpretati i moniti che, sempre più frequentemente, vengono dal capo dello Stato, che torna in ogni occasione con insistenza ad invocare un’evoluzione positiva nei rapporti tra i due schieramenti che si contrappongono in seno al parlamento.
Il presidente Napolitano già al momento della conclusione della crisi di poche settimane fa aveva lasciato intendere esplicitamente come in qualche modo le urgenze principali che il Paese ha di fronte, a partire dalla necessità di modificare la legge elettorale, rendano in qualche modo inevitabile una diversa definizione dei rapporti tra l’attuale maggioranza e l’attuale opposizione che inevitabilmente deve comportare anche una modifica degli equilibri di governo. In queste ore è tornato a battere sullo stesso tasto con riferimento agli impegni internazionali dell’Italia, anche alla luce delle vicende collegate al rapimento del giornalista Mastrogiacomo e della sua conclusione.
D’altronde avremmo dovuto capirlo fin dal momento in cui abbiamo conosciuto il risultato delle elezioni che in modo inequivocabile avevano indicato una maggioranza di consensi diversa ed opposta per il Senato e per la Camera.
Un tale risultato non avrebbe dovuto lasciare dubbi: l’unica alternativa sarebbe stata quella dell’immediato ritorno alle urne, oppure della presa d’atto della volontà del popolo sovrano e quindi della costruzione delle condizioni, come peraltro era avvenuto pochi mesi prima in Germania, per un governo cosiddetto di grande coalizione, basato su un programma specificamente indirizzato a realizzare quegli obiettivi su cui le due coalizioni contrapposte potevano trovare un’intesa a partire dalla politica internazionale e comunque in grado di affrontare alcune questioni urgenti e irrinviabili sulle quali era ed è possibile registrare il consenso convergente di oltre i due terzi degli italiani.
Allora si preferì, soprattutto da parte di Prodi e delle forze dell’Unione, far finta di niente ed approfittare delle anomalie della legge elettorale per tentare di nascondere il risultato del voto: con Pallaro ed alcuni senatori a vita si è riusciti a ribaltare l’inequivocabile indicazione popolare e quelli che oggi gridano allo scandalo contro il cosiddetto porcellum si dimenticano di aggiungere che sono stati essi ad approfittare della anomalie del porcellum medesimo.
Ora siamo al capolinea. L’interesse del Paese dovrebbe imporre a tutti uno scatto di responsabilità per ricreare le condizioni per un’efficace governabilità sia pure attorno a pochi e selezionati obiettivi, al fine ad un lato di contribuire a creare le condizioni per permettere al Paese di recuperare credibilità internazionale e competitività economica, dall’altro di arrestare un degrado insostenibile nel funzionamento della nostra comunità nazionale come evidenziato ogni giorno da vicende come quelle di vallettopoli o dello scandalo Telecom.
Ovviamente l’iniziativa dovrebbe spettare in primis al presidente del Consiglio e alla parte più autorevole e rispettabile delle forze che lo sostengono, considerato che a loro sono rivolti soprattutto i moniti del presidente della Repubblica, ma una responsabilità tocca anche alle forze dell’opposizione, in modo particolare all’on. Berlusconi che ha sicuramente diritto a sottolineare le contraddizioni e gli errori del governo e della sua maggioranza, e che ha pure diritto ad evocare la strada maestra del ritorno alle urne per consentire al Paese di uscire dal binario morto su cui è stato cacciato, ma che dovrebbe avere anche chiaro che non è nell’interesse generale, ma nemmeno nel suo, che un indomani l’Italia gli torni in mano in condizioni di deterioramento tale da rendere ancora più difficile un’azione di governo che già gli è risultata così difficile per l’intero quinquennio, quando a suo favore vi erano una situazione generale assai meno deteriorata e una maggioranza parlamentare così vasta da essere difficilmente migliorabile qualsiasi dovesse essere un eventuale futuro risultato elettorale.
Il problema è che il tempo corre via e ogni giorno perduto renderà la costruzione razionale e utile di un nuovo equilibrio politico, più difficile ed ardua.
Siamo arrivati nelle condizioni attuali addirittura in meno di un anno dalle passate elezioni e per fortuna non si sono ancora materializzate alcune difficoltà che purtroppo erano e restano prevedibili sia sotto il profilo dei nostri impegni internazionali, sia sotto quello delle questioni economiche e sociali alle quali dare risposta.
Basta pensare alle difficoltà con le quali si sta faticosamente avviando il confronto con le organizzazioni sindacali, nonostante che, teoricamente l’attuale governo rappresenti il miglior possibile interlocutore proprio per le organizzazioni sindacali. Basta pensare ai fischi che hanno accolto l’altro ieri Bertinotti all’Università di Roma: il Paese sta pagando un prezzo altissimo di credibilità internazionale per riuscire in qualche modo a tenere conto di esigenze difficilmente conciliabili con un’efficace e responsabile governo di un paese che intende mantenere il suo posto nell’ambito delle sue tradizionali alleanze nell’ambito dell’Unione europea; e ciò nonostante il tutto non basta a soddisfare un consistente settore di quelle forze che si esprimono nella cosiddetta sinistra antagonista.
Continuare pervicacemente in questa direzione significa scegliere con temeraria incoscienza la strada non del declino, ma del disastro.
Ora più che mai il sistema politico dovrebbe essere capace di raccogliere i segnali che provengono dal Paese e che provengono anche dalle esperienze in atto nei più diversi paesi europei e, mettendo da parte egoismi ed interessi di parte, saper prendere atto della realtà e decidersi a seguire al strada della Germania, dell’Austria, dell’Olanda ed imparare dalla lezione rappresentata dal fenomeno Bairou in Francia.

Gianni De Michelis

Roma, 27 marzo 2007.
 

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