Telecom e Alitalia paghiamo oggi gli errori del primo governo Prodi.(On.De Michelis)

10/apr/2007 02.00.00 www.nuovopsi.com Contatta l'autore

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Telecom e Alitalia paghiamo oggi gli errori del primo governo Prodi. Gianni De Michelis - Tratto da Libero di oggi
Consigli non richiesti


Le pagine dei giornali sono piene di notizie inaspettate: l’improvvisa offerta di due colossi delle telecomunicazioni del nuovo mondo per la maggioranza delle società di Tronchetti Provera, che attualmente controlla Telecom Italia, e l’entrata in campo nella gara per aggiudicarsi l’Alitalia della Aeroflot russa.
Vedremo come andrà a finire; però qualche considerazione di carattere generale circa le vicende che hanno caratterizzato in questo quindicennio la definizione del panorama industriale italiano vengono spontanee alla mente. Tanto più tenendo conto delle reazioni con le quali sopratutto la notizia relativa a Telecom è stata accolta dal sistema politico italiano e sopratutto dalla variopinta coalizione di forze che sostengono il governo Prodi. Colpiscono innanzitutto le profonde contraddizioni che dividono la maggioranza tra i difensori della logica di mercato e quelli che esprimono preoccupazione per i rischi circa l’identità nazionale del nostro sistema economico e produttivo.
In realtà varrebbe la pena di ammettere che quello che sta avvenendo in queste ore non rappresenta che l’inevitabile punto terminale di una linea complessiva adottata con insufficiente meditazione fin dai primi periodi della cosiddetta seconda repubblica e le cui radici profonde vanno ritrovate in alcune decisioni adottate durante il quinquennio del primo centrosinistra tra il 1996 e il 2001 e in buona parte attribuibili proprio ai tempi del primo esecutivo Prodi.
In quegli anni un esecutivo che cercava di costruire la sua credibilità rispetto al mondo imprenditoriale del nostro Paese quasi a far dimenticare le principali identità politiche su cui si reggeva, pensò che la scorciatoia per raggiungere più rapidamente tale credibilità poteva essere rappresentata da una frettolosa e per certi versi acritica assunzione della filosofia neoliberista di un drastico smantellamento del sistema delle partecipazioni statali attraverso un’indiscriminata politica di privatizzazioni. Tutto ciò venne fatto senza tenere sufficientemente conto di alcune questioni che pure avrebbero dovuto essere tenute presenti: da un lato cioè senza tenere conto del nesso indissolubile che esiste tra privatizzazioni e liberalizzazioni e dell’opportunità che si sarebbe dovuto tener presente di far precedere le liberalizzazioni alle privatizzazioni. Dall’altro di non aver sufficientemente meditato sulla situazione complessiva del sistema imprenditoriale italiano in riferimento alle prevedibili dinamiche dell’economia mondiale nella nuova prospettiva che andava affermandosi della cosiddetta globalizzazione. E senza quindi tenere conto a sufficienza del fatto che in quel momento l’Italia tra molti punti di debolezza annoverava sicuramente un punto di forza rispetto ai possibili competitori proprio sotto il profilo di alcune grandi utilities del settore dei servizi, tutte però di proprietà pubblica.
In quel momento agli inizi degli anni ‘90 l’Enel era la seconda azienda produttrice ed erogatrice di energia elettrica del mondo, la società Autostrade la prima società di gestione di una rete autostradale e la Sip di allora era tra le prime dieci società di telefonia del mondo. Come è andata poi lo sappiamo e con l’eccezione dell’Enel quasi tutti quei punti di forza passarono rapidamente in mani private con operazioni che andrebbero rilette con attenzione, con scarso vantaggio per le casse dello Stato e con la creazione di un certo numero di soggetti italiani non sempre in grado di essere all’altezza delle nuove responsabilità.
Come oggi sappiamo, e non a caso, la vicenda più emblematica e più straordinaria è stata rappresentata dalla telenovela della Telecom al cui ultimo atto stiamo probabilmente assistendo. In una decina d’anni l’azienda è passata di mano più volte, con passaggi in cui le interferenze politiche si sono rese evidenti in maniera più vistosa e oggi con ogni probabilità rischiamo di divenire il primo grande Paese del mondo il cui sistema di telecomunicazioni sarà integralmente in mani straniere.
La cosa non deve preoccupare tanto in sé, quanto per le modalità con le quali ciò è avvenuto, modalità che al di là della vicenda Telecom hanno caratterizzato l’intera vicenda della telefonia come i casi di Wind, di H3G, e di Vodafone dimostrano.
Quello che colpisce è la totale assenza di una strategia Paese, una totale incapacità di riuscire in qualche modo ad ottenere il rispetto almeno su scala europea di una sorta di reciprocità e la sensazione che la principale spiegazione di tutto ciò sia legata ad una pura logica di lotte di potere rigidamente riferibili ad orizzonti provinciali e domestici.
Come era prevedibile tutto ciò non poteva non portare che ad un complessivo indebolimento del sistema Italia con l’inevitabile conseguenza di un rischio accentuato di diventare preda dell’iniziativa, legittima ma ovviamente autoreferenziale, dei competitori degli altri paesi.
Per di più con il risultato paradossale di ridurre fino ad annullarla la nostra attrattività per il capitale estero nei settori produttivi aperti alla competizione internazionale e di aumentarla a dismisura invece nel settore di quei servizi relativi a un mercato inevitabilmente domestico, ma ancora appetibile e ricco.
Il fatto poi che oggi rischiamo di dover constatare che tali capitali ormai possono provenire addirittura da Paesi che fino a ieri consideravamo in via di sviluppo o addirittura estranei alla logica del mercato come nel caso odierno della Aeroflot russa, non può che aumentare l’amarezza di queste nostre considerazioni .
Unico elemento di consolazione può forse essere rappresentato dalla scoperta, che in queste ore soprattutto i principali attori politici stanno facendo, del fatto che ormai l’Italia è saldamente ed inevitabilmente inserita nel contesto del mondo globale. Un contesto nel quale si muovono un numero elevatissimo di attori che non sono minimamente influenzabili con le logiche di potere anche perverse che in questi quindici anni hanno fin troppo determinato l’esito delle competizioni che si sono svolte ai vari livelli nel nostro Paese.
Da questo punto di vista la possibile sorte futura dell’Abn Amro e quindi di Antonveneta e di Capitalia, oppure il possibile passaggio di controllo di Telecom Italia possono divenire il segno forse non immediatamente comprensibile della fine di un’epoca, quella del bipolarismo bastardo della seconda repubblica e la scossa brutale ma necessaria per farci capire la necessità e l’urgenza di tornare alla normalità politica ed economica, sulla base delle quali funzionano sia le istituzioni democratiche che i sistemi economici di quei Paesi che fino a ieri consideravamo simili al nostro.
Naturalmente se saremo in grado di capire che, ove così non facessimo, il nostro destino sarà quello, in un tempo molto breve, di fuoriuscire da tale gruppo di nazioni.

Gianni De Michelis


Pubblicato su Libero del 4 aprile 2007 - pag. 7

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