Intervento dellOn. Lucio Barani in Aula sugli sviluppi relativi alla vicenda del sequestro di Mastrogiacomo

12/apr/2007 16.49.00 www.nuovopsi.com Contatta l'autore

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Intervento dell’On. Lucio Barani in Aula in occasione dell’Informativa urgente del Governo sugli sviluppi relativi alla vicenda del sequestro di Mastrogiacomo e dei suoi collaboratori afgani.

Grazie Signor Presidente, onorevole Ministro degli Esteri, onorevoli colleghi!

A parlar troppo talvolta si finisce per combinare pasticci.

L’eccessiva enfasi con cui Prodi e il Ministro degli Esteri, hanno voluto, da un lato festeggiare il successo della liberazione del giornalista di Repubblica e dall’altro enfatizzare l’accoglienza non ostile ricevuta da Washington, ha finito per provocare la reazione di sbugiardamento di tutti i governi impegnati nella missione afgana, e tutti, in modo più o meno diretto hanno dichiarato che non c’è nessuna armonia con questo governo italiano riguardo ad una questione centrale come la lotta contro il terrorismo.

Va detto innanzitutto che la questione del riscatto “politico” pagato per il giornalista di Repubblica è estremamente incresciosa per una serie di motivi.
Innanzi tutto perché si è delegato ad un’organizzazione privata di gestire, in proprio e in esclusiva, l’intera operazione, con un pasticcio incredibile che ha spento tutti i toni trionfalistici della prima ora.
In secondo luogo, abbiamo dimostrato che non solo i nostri soldati non sono in grado di controllare e gestire la missione della lotta contro il terrorismo con tutta la loro capacità professionale e logistica, ma addirittura i nostri alleati rischiano, combattono e prendono prigionieri, che poi gli italiani, che non possono combattere e non possono prendere prigionieri, liberano per avere indietro i propri giornalisti.

Alla domanda: “ma allora dovevamo o no salvare una vita italiana? “ dovrebbe essere chiaro a quest’Aula che il tema della discussione non è centrato sulla sacralità della vita umana e sul dovere che lo Stato ha di difenderla.

Noi socialisti siamo i primi ad essere consapevoli che una delle proprietà fondamentali e più definite dell’essere umano è la vita. L’uomo è homo vivens: egli è umano finché è vivo.

Ogni aspetto della vita è caratterizzato dall’incessante idea della salvezza, della conservazione della vita. Si lotta, si mangia, ci si riposa, si fa dello sport, si lavora e si prega per la vita.

A buona ragione possono essere citati “Principi Costituzionali” in cui non solo viene ribadito il dovere di tutelare la vita umana sin dal suo inizio, ma si afferma che questo principio ha conseguito nel corso degli anni sempre maggior riconoscimento, anche sul piano internazionale e mondiale.



“Omne ius constitutum est hominum causa ” (tutto il diritto è stato fatto per essere a servizio dell’uomo) ed esiste quindi una verità sull’uomo e sul valore della sua vita che si pone al di là delle barriere di lingue e culture diverse e che rappresenta il fondamento di qualsiasi Stato che voglia dirsi laico e civile.

Naturalmente ho ribadito queste cose per un semplice motivo: e cioè che oggi non sono in discussione i principi che appartengono alle radici della nostra civiltà ma i metodi con cui, nella vicenda Mastrogiacomo, il Governo ha cercato di affermare questi principi.

Quindi termini come “sciacallaggio” o “noi siamo per salvare la vita umana” e tanti altri usati dalla maggioranza che sostiene la parte avuta dal Governo, in realtà lasciano il tempo che trovano, sono ovvietà mediatiche, non impressionano nessuno, non convincono gli Italiani e soprattutto eludono la vera domanda:
il metodo usato in questa vicenda è stato quello giusto?
le conseguenze sono o non sono state politicamente corrette?
E soprattutto: non si sono lesi i diritti di altre vite?

In questa vicenda ci sono due cadaveri di troppo che non è possibile tacere e occultare. Li abbiamo abbandonati per strada come si fa con i cani quando pensiamo che non possono più servirci adeguatamente. Ce li siamo dimenticati, per dilettantismo, in mezzo alla polvere perché “adesso vi faccio vedere come si salva un italiano!”.

Sarà un caso. Ma Emergency per cinque anni si è inserita senza problemi in mezzo mondo, Afghanistan e Iraq compresi, con la discreta e attenta protezione degli uomini del Sismi del generale Pollari.
Poi, grazie ai magistrati della Procura di Milano, il generale è stato coinvolto, “con grave danno per l’interesse nazionale” - sono parole della stessa Avvocatura dello Stato - nel fantomatico caso Abu Omar.
Da quel momento la situazione sul campo è precipitata, tra diffidenze e sospetti degli alleati e dei loro servizi.
Io non giudico i meriti umanitari di Strada che sono grandi e riconosco la difficoltà ambigua di vivere in certe aree di confine tra bene e male, ma certo è un dilettante per quello che riguarda il grande gioco dell’intelligence.
Sia chiaro: sappiamo benissimo, per esperienze già provate in passato col governo Berlusconi (vedi morte di Calipari e di Quattrocchi), che certe situazioni sono maledettamente complicate.
Trattò Berlusconi, ha trattato Prodi.
Questa di trattare è del resto una scelta italiana, un sentimento che nasce dal senso comune della nostra gente che spesso non riflette mai sulle conseguenze future.
Bloccare i beni per i rapiti in Italia va bene, pagare con soldi pubblici per i giornalisti rapiti in luoghi dove chi va lo fa a suo rischio e pericolo va altrettanto bene.
Tuttavia è certo che Berlusconi ebbe dalla sua il grande apporto del Sismi e di Pollari, una rete di donne e uomini di valore, riconosciuta all’estero e da tutti gli alleati.

Con Prodi e con D’Alema l’Italia ha perso prestigio internazionale.
La trattativa è stata influenzata e demandata a Strada e a tutto un sotterraneo movimento estremista che ha di fatto indebolito le nostre legittime istituzioni, la nostra credibilità esterna, la nostra intelligence.
C’è stato un duro confronto con l’alleato principale, gli Stati Uniti, ci sono state tensioni con la Merkel in Germania e ora anche coi francesi, a loro volta coinvolti nella terribile guerra dei rapimenti.
Un disastro su tutta la linea di cui il governo dovrà dare conto.
Se scorriamo le immagini del servizio presentato sul TG1 e di cui, tanto per cambiare, il ministro degli esteri non sapeva niente - non sa mai niente, niente su Karzai, e quando sa, viene contraddetto entro un’ora come nel caso Rice - fanno capire, una volta per tutte, che l’idea di Fassino di far sedere al tavolo della pace questa gente era davvero una colossale sciocchezza.

Posso anche condividere le parole di Silvio Berlusconi: «Il prestigio e il buon nome dell'Italia vengono prima di ogni polemica politica e che perciò vicende come questa vanno trattate con senso di responsabilità e massima coesione».

D' accordo, ma resta comunque la sensazione che Prodi sia una sorta di Tom Hanks, l’attore ingabbiato nel suo "terminal" senza potersi allontanare, prigioniero cioè della propria politica interna oltre la quale non può e non riesce proprio ad uscire.
Del resto lo stesso Karzai ha scritto l’epitaffio della politica estera di questo Governo: «mai più trattative con i talebani. È stata fatta un’eccezione per Prodi e per salvare il suo governo. Non accadrà più».
Prodi è inaccettabile come capo di un governo che rischia di perdere ogni giorno di più la sua credibilità politica ed internazionale, in balìa di eventi più grandi di lui che non è in grado di gestire se non con i sotterfugi, crogiolandosi nei meandri infiniti della propria demagogia e costantemente sull'orlo del pasticcio politico.

Essere presi per i fondelli non piace a nessuno, tantomeno agli alleati.

La crisi che si è aperta all'indomani della liberazione del giornalista di Repubblica è fortemente sintomatica di quanto la sinistra si sia forse oltremodo lasciata sfuggire la situazione di mano, sottovalutando i risvolti e le naturali conseguenze che ne sono derivate sia sul piano politico che su quello diplomatico nei confronti in particolare dei nostri più stretti alleati all'interno della Nato.

Critiche alla gestione del rilascio di Mastrogiacomo piovono sul nostro paese non solo dagli Stati Uniti, ma anche da Inghilterra, Germania e persino dall'Olanda.
Le polemiche e i sospetti sollevati sulla gestione dell'intera vicenda, trovano riscontro in quelle che il Dipartimento di Stato americano ha definito letteralmente «sorprendenti concessioni offerte ai talebani».

Al di là del principio per cui la vita di un uomo non ha prezzo, le concessioni oltre il dovuto a chi non ci pensa due volte a sgozzare chi gli capita a tiro fra le mani, rischiano di essere assai pericolose e controproducenti per i governi occidentali e per tutti coloro che si trovano laggiù a rischio della propria incolumità nel tentativo di preservare la pace e difenderla dall'offensiva del terrorismo.


Se vogliamo dirla tutta infatti, ancor più paradossale è che siamo nelle mani di Gino Strada, dopo che il governo ha messo fuori uso i nostri servizi segreti.
In pratica, in appena un anno di governo il nostro paese non ha più un apparato dei servizi segreti degno di essere considerato tale e siamo in piena crisi con gli Stati Uniti e con gli altri alleati della Nato.
E questo accade mentre ad Algeri due gravi attentati di Al quaeda scuotono il paese.
Algeri: dall’altra parte del Mediterraneo.

Insomma non siamo più affidabili, la nostra credibilità è andata a farsi benedire e credo che si stia mettendo in pericolo il Paese.

Sarebbe a questo punto opportuno davvero riflettere sul senso della nostra missione in Afghanistan, per non rischiare alla fine di diventare complici di una pagliacciata che sta durando anche troppo.

Roma, 12 aprile 2007
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