Al posto dei Chavez ridateci la vecchia Sip. Gianni De Michelis (Nuovo Psi)

Poi, come d'altronde in tutt'Europa in modo particolare nel settore delle telecomunicazioni, si è scelta la strada parallela delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni: al monopolio si è sostituto l'oligopolio con l'entrata in campo di nuovi soggetti quali Omnitel, Wind e da ultimo H3G; la Stet- Sip è stata privatizzata trasformandosi nell'attuale Telecom Italia.

21/apr/2007 16.30.00 www.nuovopsi.com Contatta l'autore

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 - Tratto da Libero di oggi

Forse un giorno gli storici giungeranno alla conclusione che il modo migliore per comprendere l’involuzione del sistema politico ed istituzionale italiano degli anni della cosiddetta seconda repubblica è rappresentato dalle vicende che hanno caratterizzato l’evoluzione e la trasformazione del nostro sistema di telecomunicazioni durante tale periodo. Una volta c’era la Stet e la Sip, ovverosia un monopolio pubblico caratterizzato nel bene e nel male da tutte le peculiarità che per oltre un cinquantennio hanno rappresentato la prerogativa di quello che è stato il cosiddetto sistema
Iri, vale a dire la versione italiana di un sistema di economia mista che ha rappresentato per il
nostro Paese l’equivalente di quello che è stato il capitalismo renano per la Germania o il capitalismo anglosassone per l’Inghilterra o il modello francese di grandi gruppi caratterizzati
nel loro comportamento da una sostanziale uniformità a prescindere dalle caratteristiche,
pubbliche o private, della loro proprietà. Poi, come d’altronde in tutt’Europa in modo particolare nel settore delle telecomunicazioni, si è scelta la strada parallela delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni: al monopolio si è sostituto l’oligopolio con l’entrata in campo di nuovi soggetti quali Omnitel, Wind e da ultimo H3G; la Stet- Sip è stata privatizzata trasformandosi nell’attuale
Telecom Italia. Fin qui niente di particolarmente originale rispetto a ciò che è stato
fatto negli altri Paesi simili al nostro, anche se non va sottaciuto il fatto che il processo
di privatizzazione è stato condotto con cautela molto maggiore nei due Paesi più simili al nostro, e cioè la Francia e la Germania. Ma le somiglianze si sono limitate alla superficie di tali processi, mentre le modalità concrete con cui tali trasformazioni sono state introdotte, sono risultate assai
peculiari e singolari.
Basti pensare in modo particolare proprio alle vicende di Telecom Italia che alla metà degli anni novanta, proprio da un governo presieduto dal medesimo presidente del consiglio di oggi, più che privatizzata è stata trasferita nelle mani di un cosiddetto “nocciolino duro” di azionisti privati i quali si sono dimostrati scarsamente impegnati in una gestione industriale adeguata del settore e soprattutto assolutamente disinteressati ad impegnarvi le risorse finanziarie necessarie. In parallelo anche il processo di liberalizzazione avveniva con modalità assolutamente singolari, da un lato con la concessione della seconda licenza di telefonia mobile a un soggetto cosiddetto privato praticamente alla vigilia dell’estinzione, e dall’altro addirittura con l’intervento di un soggetto assolutamente ancora pubblico, quale l’Enel di Tatò, con il bel risultato di uno Stato che rinunciava ad un’importante e strategica posizione di monopolio per poi mettersi a fare concorrenza all’imprenditoria privata in una logica di puro sfruttamento parassitario del settore forse più dinamico e redditizio nel campo dei servizi della nostra comunità nazionale. Il resto è cronaca,
ed in taluni passaggi è stata addirittura cronaca nera ed il finale di partita è quello che stiamo vivendo in questi giorni con un settore ormai in larga percentuale nelle mani di operatori stranieri(multinazionali come Vodafone od egiziani come Sawiri o cinesi come Li Ka -Shing) e con la vicenda Telecom alle ultime scene dell’ultimo atto con il ritiro dell’offerta americana, il permanere di quella messicana e comunque con la certezza di un esito finale in cui tutto potrà avvenire, ad eccezione del prevalere di una normale e trasparente logica di mercato. Qualcuno potrebbe dire che sono prevalsi i disegni di cui, secondo le favole, si è parlato nella troppe volte evocata crociera del Britannia del 1991. Senza accedere a tentazioni dietologiche o a ricostruzioni complottistiche ci bastano le dichiarazioni con le quali ATT ha annunciato il suo ritiro e cioè l’asserita “ mancanza di chiarezza regolatoria” esistente nel nostro Paese. Ciò significa che da soggetti abituati ad operare secondo le logiche normali dell’economia di mercato, siamo ormai percepiti come più simili al Venezuela di Chavez che non al Nordamerica o ai paesi dell’Unione Europea.
D’altra parte come stupirsi visto l’intero svilupparsi delle relazioni tra gli azionisti di Telecom ed il sistema politico ed istituzionale italiano fin dalle prime settimane di vita del governo di Prodi: basta ricordare lo scontro tra Prodi e Tronchetti Provera attorno alla vicenda Rovati, le complesse e assai poco trasparenti vicende dei rapporti tra Guido Rossi ed il medesimo Tronchetti Provera e da ultimo le scomposte e contraddittorie reazioni di ministri, di partiti e di banchieri alla notizia dell’offerta Tex- Mex per l’acquisto delle azioni di Olimpia. Oggi il colpo di scena del ritiro americano e la ridda di ipotesi circa la possibile fine della telenovela con un unico elemento certo che pare prevalere e cioè quello di un inestricabile intrecciarsi di interessi di potere finanziari, imprenditoriali e politici. Il tutto condito, e a questo punto dobbiamo dire giustamente, con lo straordinario spettacolo dell’assemblea di Telecom in cui non a caso l’hanno fatta da protagonisti Beppe Grillo e Sergio Cusani, così come, sempre non a caso, fra gli esponenti politici si è distinto e continua a distinguersi Antonio Di Pietro. Vedremo come andrà a finire, ma è evidente ormai che la questione non è quella della italianità o del passaggio in mani straniere di tale importante e strategica azienda, anche se la questione non può essere considerata totalmente indifferente. Il problema ormai è quello di porre senza indugi mano a una modifica complessiva delle modalità di funzionamento dell’intreccio perverso che si è determinato in questi anni tra istituzioni, politica ed interessi economici e finanziari per invertire prima che sia troppo tardi la propensione all’anomalia ed alla divergenza rispetto alla normalità che l’Italia ha mostrato in questi anni, tra l’altro con un’accelerazione sempre più preoccupante e pericolosa.

Gianni De Michelis

Pubblicato su Libero a pag. 8
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