PER NON DIMENTICARE

26/gen/2010 18.51.10 Pensionati Democratici Italiani Contatta l'autore

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Tratto da “GLI ANNI RUBATI” - Le memorie di Settimia Spizzichino

(...)Poi ci portarono alle docce. La parola “doccia” non ci faceva ancora paura. Mentre rabbrividivo sotto l’acqua gelata sentii un tonfo. Una donna giaceva a terra. Era una giovane tedesca arrivata chissà come con noi. Si era avvelenata. Era la prima morta che vedevo; la prima di moltissime altre.
Passammo alla tosatura. Dico “tosatura” perché ci tosarono proprio, come le bestie. Sedevo su uno sgabello basso e la tosatrice mi passò tra i capelli – li portavo lunghissimi – al centro della testa. Sentii una lunga ciocca scivolarmi sulla schiena nuda. Ogni volta che ci ripenso risento quel brivido.
Ci dettero dei vestiti, degli stracci per coprirci. Per noi non c’erano neppure quei vestiti a strisce da carcerato che tutti conoscono. In compenso non avemmo neanche la stella gialla.
Ci misero di fila tutte e quarantotto, in fila per cinque, e ci avviarono verso l’interno del campo.
Si vedevano delle baracche e anche delle prigioniere. A parte i vestiti avevano un’aria abbastanza normale. Una di loro porse la mano a Giuditta. Lei la prese e si ritrovò sul palmo della mano una piccola radice. La gettò via; non aveva capito che la donna le aveva regalato un giorno di vita.
Era ormai sera. Ci fecero entrare in una baracca.
Eravamo in dieci e c’era un solo tavolaccio di un metro e mezzo e una sola coperta. Non sapevamo come sistemarci e cominciammo a litigare; stanche com’eravamo, non si riusciva a dormire. Alla fine crollammo.
Mi ero appena addormentata – o così mi sembrava – quando arrivò la sveglia.
A colpi di nerbo, un affare di gomma durissima, ci buttarono giù dal tavolaccio, fuori dalla baracca, nell’aria gelida del primo mattino. Era quasi buio; ci fu un appello. Ci tennero in piedi per ore, mentre i soldati passavano e ammucchiavano davanti alle baracche i corpi di quelle che erano morte durante la notte.
Si avvicinarono delle prigioniere. Erano ben diverse da quelle che avevamo visto all’arrivo; queste erano scheletri coperti di stracci, il numero tatuato sul braccio. “Ma che posto è questo?” – chiedemmo inorridite.
“Questo è Auschwitz-Birkenau, in Polonia”
(…)

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